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17 febbraio 2012

Uniss nello spazio con il razzo Maser 32

Alle 10,32 del 13 febbraio è stato lanciato con successo, dalla base spaziale “Esrange Space Center”, a quaranta chilometri circa da Kiruna (Lapponia svedese), il razzo sonda MASER 12 con a bordo un esperimento dell’Università di Sassari. Il razzo ha raggiunto un apogeo di 250 chilometri dalla terra e, durante la sua fase parabolica, ha prodotto al suo interno una condizione di microgravità per circa sei minuti. L’esperimento STIM (Signal Transduction in Microgravity), preparato presso l’ex dipartimento di Scienze Fisiologiche, Biochimiche e Cellulari dell’Ateneo turritano e allestito in Svezia, ha come scopo lo studio della trasduzione del segnale in T linfociti umani in condizioni di microgravità reale e della espressione genica e della funzione di chemiochine, citochine e dei relativi recettori coinvolti nel processo.

L’esperimento, che dovrebbe consentire inoltre l’individuazione di eventuali alterazioni epigenetiche (ovvero modificazioni del DNA e della cromatina che non ne variano la sequenza), è stato condotto dal team di Proto Pippia, professore ordinario di Fisiologia generale,  e di Augusto Cogoli, direttore dello del Zero-g LifeTech di Zurigo, che ha trascorso recentemente a Sassari un lungo periodo come visiting professor per la messa a punto della missione, con l’importantissimo e fondamentale contributo di due giovani dottorandi, Claudia Crescio e Christian Secchi, e della neo-ricercatrice Antonella Pantaleo. Le analisi dei campioni provenienti dallo spazio sono ora nelle mani del gruppo coordinato dal collega tedesco Oliver Ullrich  dell’Università di Zurigo, partner del progetto.

La missione, targata Agenzia Spaziale Europea, è stata realizzata dal team sassarese con fondi residui di precedenti progetti spaziali finanziati dall’Agenzia Spaziale Italiana e grazie ad un piccolo contributo della Fondazione Banco di Sardegna. L’esperimento, nato nel 2004, rientra in un progetto più generale che il team turritano porta avanti dal 1989, sugli effetti della microgravità e delle radiazioni cosmiche sui T linfociti umani. Tale progetto trae origine dall’importante scoperta di Augusto Cogoli che, in occasione della prima missione spaziale dello Spacelab/shuttle  del 1983, per primo osservò che, in condizioni di microgravità, i T linfociti umani, coltivati in vitro ed attivati con un mitogeno, perdono circa il 90% della loro capacità proliferativa, con conseguente perdita quasi totale della funzione immunitaria. Fortunatamente i linfociti degli astronauti, in vivo, non rispondono nello spazio alla stessa maniera, anche se è dimostrato che il loro sistema immunitario durante le missioni spaziali è meno reattivo e più pigro. Questo aspetto, in vista dei tempi piuttosto lunghi di permanenza degli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale o in previsione di una colonizzazione della luna o di un lungo viaggio verso Marte, costituisce un problema biomedico di importanza vitale per il proseguo della stessa attività umana nello spazio.

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