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10 febbraio 2012

Università di Trieste: lo scandalo del museo fantasma

 “È la visione europea che ci permette di superare ogni tentazione di derive nazionalistiche, di far convivere etnie, lingue, culture e di guardare insieme con fiducia al futuro. È in Europa che dobbiamo trovare nuovi stimoli, facendo leva anche sulle minoranze che risiedono all’interno dei nostri Paesi e che costituiscono nello stesso tempo una ricchezza da tutelare, un’opportunità da comprendere e cogliere fino in fondo. Lo dobbiamo tanto alle generazioni che hanno sofferto nel passato quanto alle nuove, cui siamo in grado di prospettare società più giuste e più solidali, capaci di autentica coesione perché nutrite di senso della storia, ricche di una travagliata e intensa esperienza di riconciliazione e di un nuovo impegno di reciproco riconoscimento”.

 

Queste le parole pronunciate ieri, nel Palazzo del Quirinale, dal Presidente Giorgio Napolitano, alla vigilia del Giorno del Ricordo, giornata dedicato alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Il messaggio è chiaro: difendere la memoria dall’indifferenza del tempo, dal silenzio colpevole di chi vorrebbe dimenticare, dall’ignoranza di chi non sente o non vuole sentire,  ma soprattutto dal revisionismo becero di chi falsifica i fatti, il sangue, la vergogna.

 

Ma siamo proprio sicuri di essere all’altezza di questo impegno?

In tanti si sono riempiti la bocca di belle parole, le solite. Parole di rito, circostanziali, parole mute, copie di copie.

Ma il ricordo, quand’è traumatico, non ha voce. Ha bisogno di tracce, segni tangibili, che restano come cicatrici nella coscienza di ogni uomo.

 

Succede, però, sempre più spesso che questa memoria sia lasciata a se stessa e che le belle promesse rimangano ad ammuffire nel cassetto dei “vorrei ma non posso”.

Prendiamo ad es. il caso del museo “fantasma” di Trieste, il Civico museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata, secondo piano, dove oggi, in occasione appunto del Giorno del Ricordo, è stata inaugurata la mostra fotografica «Esodo: la tragedia di un popolo», organizzato dall’Università Popolare di Trieste e dall’Unione Italiana.

Il museo (2300 metri quadri) è stato ricavato all’interno di una voragine di pietra.

Sulle pareti i nomi di centinaia di esuli dalmati, istriani, giuliani, prima brutalizzati e poi precipitati vivi nelle cavità carsiche dai “partigiani” di Tito.

Un elenco interminabile, agghiacciante. Si fa fatica a leggere.

Una dolorosa galleria di ritratti, di volti sofferenti, disperati, ma anche testimonianze di una dignità tutta italiana, racconti di voci spezzate, ammucchiate nel buio irrespirabile delle terra, che non chiedono vendetta.

Voci che, come vi dicevo, rischiano seriamente di restare inascoltate.

Mancano i fondi. I lavori di allestimento procedono a singhiozzo. E i veti di Stato e Regione non hanno certo migliorato il quadro.

A lanciare l’allarme Piero Delbello, direttore del museo civico, il quale non nasconde la delusione per il progressivo disinteresse mostrato dalle istituzioni:

“Per un allestimento definitivo servono risorse. Grazie a una decina di volontari teniamo sempre aperte delle mostre al piano terreno e organizziamo visite guidate nelle parti allestite”.

Decisamente più duro il commento di Silvio Delbello, ideatore di questo spazio e presidente dell’Università popolare di Trieste.

Una sentenza terribile la sua:  “Abbiamo un museo che non esiste”.

L’allestimento è ancora parziale. I finanziamenti latitano. Le amministrazioni comunali anche.


“Non dobbiamo limitarci alle foibe e all’esodo. Il museo è nato per valorizzare la civiltà istriana, fiumana e dalmata anche prima dei tragici fatti del dopoguerra”
, denuncia Delbello.

 

Non ha senso raccontare le foibe, se non si conosce la storia dei suoi protagonisti.

Ad oggi, infatti, manca una storiografia reale, completa, che permetta di comprendere fino in fondo una vicenda di cui le foibe non sono che il sanguinoso apogeo.

Il rischio, insomma, è che il museo finisca per trasformarsi suo malgrado nell’ennesima  “cattedrale nel deserto”, avverte Delbello, un monumento  all’indifferenza.

Così, come al solito, si finisce a parlare di soldi.

I cinque milioni di euro iniziali, stanziati da Stato, Regione, enti privati ed esuli, non bastano più.

Urge uno sforzo economico deciso, convinto, ma soprattutto rapido. Non c’è più tempo da perdere.

Perché di silenzio su queste vite n’è già sceso troppo.

Non commettiamo il peccato di voltare le spalle alla storia.

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