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14 marzo 2012

Alma Mater e le sue figlie: sorelle, è un gioco da ragazze!

Colpisce come la più antica università del mondo, l’Alma Mater, si ispiri all’autorevolezza materna: “madre nutrice” che cura, che dona la parola, che fa passare amore dalla conoscenza.

Questo un simbolico fondamentale, ispiratore, ma che sembra essere stato dimenticato: di pochi giorni fa, l’articolo del Fatto Quotidiano che misura i dati attuali fotografando gli ostacoli che le donne incontrano nel periodo post laurea, soprattutto rispetto alla carriera all’interno dell’UniBo. Statistiche comunque molto preziose perché guardare alla posizione femminile nel mondo ci aiuta moltissimo ad assumere una prospettiva realistica:

L’Ateneo è sempre più tabù per le donne. Si laureano in tante ma non vengono assunte. Quando si iscrivono al primo anno di università sono un esercito, e almeno dal 1992 superano abbondantemente gli uomini. Stessa cosa succede al momento della laurea: dal nuovo millennio le donne che ottengono il titolo accademico sono più della metà del totale dei laureati. Se però vogliono continuare con la carriera accademica le cose iniziano a complicarsi, e diventano sempre di meno fino quasi a scomparire. Più che una decimazione. Per usare le parole di Eugenia Lodini, ricercatrice dell’Università di Bologna, “Le ragazze sono in testa per iscrizioni, laurea, mobilità, master, ma a livello di dottorato comincia l’imbuto, la strada si restringe”. Da 6 donne su 10 al momento della laurea, la presenza femminile passa ad un misero 20% tra i professori ordinari. Da 6 a 2: come dire che le altre 4 si perdono per strada. Dati impressionanti che dimostrano, spiega Paola Govoni sempre dell’ateneo bolognese, “la discriminazione a cui le donne sono sottoposte sul posto di lavoro universitario”. Non solo una questione di ingiustizia sociale, ma anche un’enorme spreco di denaro pubblico. Milioni e milioni usati per formare migliaia di studiose che poi non riescono a fare carriera e a affermarsi nel mondo accademico. Insomma un disastro.” (articolo di Giovanni Stinco del 09.03.2012)

Il sistema accademico segnato e impoverito dalla predominanza maschile. Tra potere e autorità, disciplina e dirigismo si perde troppo spesso quella carica di energia creativa, trasformativa, piena di significati trainati dal di più della differenza.

Un fattore è la cooptazione: finché a decidere sulle nomine saranno gli uomini, ad essere scelti saranno altri uomini. Una tesi sostenuta dal progetto europeo “Diva: Science in a different voice”. Per i ricercatori del Diva i professori ordinari si comporterebbero involontariamente come circoli esclusivi “che lasciano fuori dalla stanza delle decisioni (carriere, finanziamenti, attribuzioni di responsabilità) le tanto brave colleghe” (cit. Il Fatto quotidiano on line)

Non si tratta per forza di opposizioni di genere, potrebbe essere una comune impresa di donne e uomini che ragionano insieme sul buon governo della realtà universitaria che è da insierire nel più ampio progetto di rinegoziazione del contratto sociale.

Il punto, in fin dei conti, è semplice: la questione della differenza sessuale, che cosa significhi essere uomini o donna, che cosa comporti che vi siano donne e uomini, che cosa sia cercare la felicità, la libertà o la verità essendo una donna oppure un uomo, tutto questo è divenuto urgente e anzi, è divenuto una realtà dell’esperienza (..)” (di Riccardo Fanciullacci e Susy Zanardo, in Donne e Uomini. Il significare della differenza, ed. V&P, 2010)

La presenza femminile all’università è ormai maggioritaria, così anche la qualità della presenza pubblica femminile: un vivere politicamente conscio del primato delle relazioni e del cambiamento epocale che stiamo attraversando. Nel momento in cui cambiano le donne, cambiano le leggi, cambia la cultura, cambia il rapporto che abbiamo con il mondo, perché..

.. “la storia non è soltanto storia di guerre, di patti internazionali, ma è la storia che tu fai modificando le tue condizioni di vita, modificando la cultura. Questo per noi significava modificare la storia.” (dal docufilm Ragazze la vita trema di Paola Sangiovanni)

L’imbuto che ferma la presenza femminile post laurea, nel lavoro e nell’ambito di dottorati accademici è imbarazzante e per questo tante sono in movimento: il fine è saltare le barriere di cooptazioni, baronati, discriminazioni e altri trucchetti vari per scoraggiare il corso della storia.

Le donne sono cambiate. Gli uomini dovranno cambiare nonostante la paura che provano gli stessi di fronte a un mondo messo sottosopra dall’avanzare delle donne. C’è un’evidente crisi di autorità che indebolisce la politica e la democrazia.” (Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisid ella politica, ed. Il Saggiatore, 2009)

Proprio in un mondo dove l’economia sembra dettare le regole del sistema globale, non è ancora chiara la lezione in base alla quel il disimpiego e la sottovalutazione delle risorse, crea una vera disfunzione.

Penalizzare le donne che lavorano nel mondo scientifico attraverso pratiche informali, ma non per questo meno efficaci, di discrezionalità nella cooptazione, è però incongruo rispetto alle ragioni stesse della ricerca e dell’eccellenza scientifica. Infatti – recita un rapporto di Rossella Palomba eAdele Menniti – impedire a studiose di qualità di accedere in misura significativa alle posizioni di eccellenza per il solo fatto di appartenere al genere femminile non solo discrimina le donne, ma penalizza l’innovazione”. Detto in altri termini peggiora e di molti i risultati scientifici del sistema universitario italiano. Per non parlare del costo di formazione di migliaia di donne che non riescono a fare carriera accademica perché discriminate. Sulla questione mancano ancora studi precisi, “ma lo spreco economico è enorme. Qualcuno – conclude Govoni – se ne sta finalmente rendendo conto.” (cit. Il Fatto quotidiano on line)

La politica femminile che non aspetta la “presa del potere” per cambiare le cose è già attiva sui vari fronti della realtà.

Le donne hanno imparato la necessità di continuare a lavorare sul piano simbolico al di fuori dei circuiti convenzionali, in luoghi dove agire un’adesione efficace al desiderio, alla ricerca del proprio agio.” (Annarosa Buttarelli, in Il pensiero dell’esperienza, ed.Baldini e Castoldi, 2008)

Le donne hanno già intessuto una rete tra loro, ma devono farlo sempre di più: collaborare e contarsi ed insieme spingere indietro ogni prevaricazione. Ecco, Il gioco da ragazze di cui scrive Marina Terragni e la pratica della relazione descritta da Maria-Milagros Rivera Garretas:

Un cambio di civiltà comparve improvvisamente, quasi spontaneamente, dove meno lo si aspettava. Consisteva nella presa di coscienza del fatto che le donne che avevi intorno sentivano il malessere che stavi sentendo tu e che credevi che nessun altro sentisse. Di modo che, una a uno, di singola in singola, si intrecciò delicatamente tra molti corpo femminili un merletto enorme, incompiuto e libero che ci unì. Ci unì in innumerevoli relazioni duali: queste relazioni, allacciate in mille toni e spessori, formarono un movimento politico che ha attraversato molte delle barriere di senso che fino ad allora inceppavano la politica: barriere di classe, di nazionalità, di lingua, di età, di religione, di erudizione, di ricchezza.” (in Donne in relazione, ed. Liguori, 2007)

Questo vale anche per l’università, infatti molte donne non si stanno solo battendo per ottenere quello che spetta loro, ma si stanno anche interrogando su una preliminare questione: vale ancora la pena scommettere su questa università? No, su questa no, ma su quella dove anche il discorso femminile verrà incluso sì. Con discorso femminile si vuole intendere il far entrare in un sistema chiuso istanze diverse, tempi diversi, metodi diversi, per aprire una conflittualità ed un dibattito che porti alla rappresentazione vera, plurale della realtà.

L’intuizione coltivata, curata e fatta maturare è ciò che genera lo sviluppo. Questo è secondo me il paradigma femminile dello sviluppo, al di là del fatto che lo conducano uomini o donne. Non so dire se siano cause culturali o biologiche e genetiche ad orientare le donne al futuro, ma fermiamoci al dato di fatto: la donna è evidentemente attrezzata a immaginare e assumersi la responsabilità delle nuove generazioni; e anche della ‘generazione’ di nuove realtà economiche durature.” (di Simona Beretta, in Le donne reggono il mondo, a cura di Beatrice Costa e Elena Sisti)

Questo vale per tutti gli ambiti, non solo per l’università. Molte stanno lavorando e facendo massa critica insieme, facendo eco per contaminare l’ordine già dato che deve essere rimesso in discussione, ben sapendo che la libertà non è fatta una volta per tutte, ma che va messa la mondo ogni giorno.

Il soggetto non cerca la cosa di cui ha bisogno, la fa esistere.. Qualcuna doveva ben cominciare e la sensazione che mi portavo addosso era che o lo facevo io o nessuna mi avrebbe salvata. Ho operato in modo che l’ho fatto io. Dovevo trovare chi ero alla fine, dopo aver accettato di essere qualcuna che non sapevo.” (Carla Lonzi)

Perciò la sfida, anche all’università, non è quella di

“bruciarsi” da sole, fino al punto di burn out (come nella testimonianza di Marcella) o omologandosi al modello di potere maschile, ma di relazionarsi con le altre che condividono quel senso di trasformazione che non può più aspettare. Una sorellanza che va al di là di quote rosa e rivendicazioni. Una sorellanza che è spinta gioiosa verso nuovi orizzonti condivisi, che fa cittadinanza e che propone possibilità diverse, ragionando empaticamente su quanto è già stato fatto e su quanto si può fare per fare analizzare le statistiche e rilanciare con inventiva il proprio esserci costante, a patto che ci si assuma pienamente la responsabilità della propria partecipazione attiva:

Il maggior senso di cautela delle ragazze e delle donne può impedire loro di infrangere le regole e sfidare lo status quo durante gli anni della crescita. Di conseguenza, probabilmente non scopriranno che questo tipo di rischi, e per estensione ogni altro metodo non sancito per ottenere ciò che vogliono (come chiedere qualcosa che non sia stato offerto), può essere una strategia vincente.” (Linda Babcock e Sara Laschever, Le donne non chiedono, ed. Il Sole24Ore, 2004)

Per essere ispirata si può guardando a chi prima di noi ha lottato per spianarci la strada e lasciarsi consigliare. A proposito di postura:

Ciò che hai in mano, tienilo stretto; ciò che stai facendo, fallo e non tralasciarlo; ma con corsa spedita, passo leggero, piede sicuro, in modo che i tuoi passi non sollevino polvere, avanza sicura, gioiosa, vivace sul sentiero di una pensosa felicità, senza prestar fede nè consensi a chiunque voglia sviarti dalla tua determinazione” (Caterina d’Assisi)

Intanto ecco una lista delle novità efficaci, del web e non solo, a cui guardare e a cui dare spazio:

Licenziata 

Pink new deal, di ingenere

Mujeres Libres Bologna

Ribellule

Vita, lavoro, non lavoro delle donne – Bologna

Server donne – CDD Bologna

Lipperatura

 

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