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8 marzo 2012

Eugenio Montale e “Il male di vivere”

La poesia di Eugenio Montale (1896- 1981) ha dato voce all’angoscia di tutta la generazione che aveva conosciuto la guerra e la sua inutilità, paventava il comunismo, subiva recalcitrante fascismo e nazismo e assisteva atterrita all’avvicinarsi della seconda guerra mondiale.

Alimentandosi dello studio attento della tradizione poetica italiana – da Dante, a Pascoli, a Gozzano – Montale utilizza i modelli passati in modo innovativo, frammentandoli e destrutturando il verso in forme ritmiche insolite.

Da Ungaretti e Cardarelli Montale trae il rifiuto dell’eloquenza e la ricerca dell’essenzialità, nella quale modesti fatti e particolari quotidiani assumono valore simbolico, raccogliendo ed esprimendo il senso della vita. Da ciò una poetica del “non dire” che tuttavia esprima l’inconsistenza inutile della vita. Ne deriva altresì una poesia fatta di oggetti, più che di parole, caratterizzata dalla presenza continua di nomi e di cose che rievocano la rappresentazione di un paese o di un interno. Il ricordo della terra del poeta, la Liguria, con tutta la sua natura (mare, cielo, sole, profumi, animali) non rappresenta il brutale ingresso del reale nella poesia, bensì un insieme di oggetti sui quali si posa lo sguardo assorto del poeta, mai travolto da moti sentimentali quanto da semplici sensazioni.

Ne nasce una lirica metafisica, originata da sensi arcani che il poeta rivela guardando le cose. Il tempo diventa una realtà negativa che distrugge passato e presente e non lascia al futuro la possibilità di manifestarsi.

Come unico appiglio contro lo scorrere incessante e distruttore del tempo rimane la “memoria”. Ma è anch’essa una “memoria grigia”, che rappresenta la coscienza della “disgrazia” umana.

Nella poesia di Montale il ricordo è un solo istante, un’immagine di breve durata che emerge per scomparire di nuovo inghiottita dal tempo. L’itinerario poetico di Montale è dunque segnato da queste lacerazioni che esprimono la crisi di valori del mondo contemporaneo e la condizione umana sovrastata da un potere sconosciuto.

Le raccolte di poesie 

Il “male di vivere” però lascia spazio nella prima raccolta di poesie, Ossi di seppia (1925), a immagini di solarità e di speranza che ammorbidiscono il paesaggio sterile. La seconda raccolta, Le occasioni (1939), elimina lo sfondo naturalistico presente nelle prime poesie sostituendovi un’indeterminata figura femminile con la quale il poeta instaura un dialogo. Talvolta, invece, l’immagine si concretizza in un nome di donna (Dora Markus, 1938). Il richiamo alla mitologia privata del poeta e alla passione metafisica riconducono l’opera ai modi e alla sensibilità dell’Ermetismo. Il dramma della guerra, il senso tragico della lacerazione essenza-esistenza, l’unico rimedio del quale è rappresentato dalla donna-angelo, costituiscono i temi della terza raccolta La bufera e altro (1956).

Nella prosa autobiografica di Farfalle di Dinard (1960) e nelle raccolte poetiche quali Satura (1962), Accordi e pastelli (1962) e Xenia (1966), riuniti in seguito nel volume Satura (1971), compaiono l’intimità e la delicatezza degli affetti familiari. Il gioco ironico e autoparodiante si ritrova in Diario del ’71 e del ’72 (1973). Si segnalano poi i saggi critici e giornalistici di Auto da fé (1966), i resoconti di Fuori di casa (1969) e le divagazioni de Nel nostro tempo (1972).

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