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30 marzo 2012

Murales No Tav colora i mattoni dell’Alma Mater

Il Movimento No Tav (contrario alla realizzazione della nuova linea ferroviaria Alta Velocità Torino-Lione) è molto conflittuale: scatena tanti consensi, ma anche forti critiche, questo succede perché si tratta di una reazione sgorgata spontaneamente, diventata istanza politica che di nuovo, nella politica istituzionale, ha portato la consapevolezza comune che partecipazione e corretta rappresentazione non hanno niente a che fare con partiti, rappresentanza e informazione ufficiali.

C’è un primato del vivere che ha come scopo il ripensarsi in relazione, interrogandosi e ragionando insieme sul bene comune, sullo spazio cosmopolitico, per scegliere la dignità dell’esistenza, la vivibilità dell’ambiente e del mondo da consegnare alle generazioni future, scegliendo, finalmente, alternative economiche e sociali alla speculazione e all’autodistruzione in nome del profitto.

Ripensare all’idea di progresso e sviluppo significa accogliere la sfida di “crescere in connessione e nel crescere per la connessione”, slancio che implica un salto culturale stravolgente: “l’accettazione della dipendenza come fattore positivo nel nostro rapporto con il mondo e come condizione per l’indipendenza” (v. Era là dall’inizio, di Anna Maria Piussi, in Il cielo stellato dentro di noi, ed. La tartaruga, 1992).

Così viene meno la tendenza ad una politica partitica separata, l’attesa della presa del potere e l’esasperata mentalità “dell’ovunque basta che non nel mio cortile”, e si assiste alla trasformazione di ogni situazione, anche negativa, in presa di coscienza diffusa, in conflittualità costruttiva, a partire da cui possono essere immaginate soluzioni nuove. In questo modo, il Movimento No Tav ha convolto tutta l’Italia, facendo sì che non ci si limitasse alla prospettiva di affare regionale, bensì che si aprisse la riflessione nazionale sulla responsabilità di un buon governo e di una nuova amministrazione della realtà e del tempo che stiamo attraversando. Tutti siamo coinvolti in quanto sta accadendo in Val di Susa, perché di tutti ricadranno le conseguenze.

C’é ancora spazio per spiegare le ragioni scientifiche per cui la Torino-Lione non è necessaria, anzi è un danno alla Val Susa e all’intera comunità. Hanno solo cominciato a realizzare un tunnel esplorativo in Francia ancora un buon margine, bisogna continuare a lottare per portare a galla la verità contro quella che è una vera ostinazione. Perché è chiaro che si vuole la tav non è per ragioni di trasporto, come invece si dichiara, ma per soli motivi economici. Sarebbe più corretto dirlo, lo apprezzerei di più, i faraoni volevano le piramidi perché le volevano e basta, non cercavano di spiegarle in altro modo“, questo è quanto ha affermato, pochi giorni fa, Luca Mercalli, in occasione dello sciopero a cui hanno partecipato più di duecento persone lo scorso giovedì, 22 marzo, a Torino.

Questa dichiarazione arriva dopo che agli inizi di marzo il meteorologo aveva pubblicato sul Fatto Quotidiano una lettera aperta indirizzata al Premier Monti in cui chiosava: “A cosa serve esprimere posizioni contrarie se non vengono discusse le ragioni del no? Non mi aspettavo una tale chiusura, ora fonte di una profonda spaccatura in una parte del mondo intellettuale e scientifico italiano. (..). Oggi a 46 anni, noto che il mio futuro continua a essere determinato da anziani signori con idee molto diverse dalle mie e quindi dichiaro fallito l’investimento culturale e civile su di me da parte della nazione. Peggio ancora sisentono i giovani ricercatori della generazione che mi segue che vedono sbarrate le possibilità di indirizzare il loro futuro in direzioni differenti da quelle oggi dominanti e perniciose. Come diventerà dunque la nostra società che annienta i germi di riflessione sull’avvenire proprio quando l’instabilità epocale alla quale andiamo incontro richiederebbe il massimo della cooperazione di saperi e proposte non convenzionali? Avremo quel buco, forse, tra tanti anni, ma che ne sarà del resto attorno? Il governatore Cota si è chiesto da dove prendono i soldi i No-Tav: da migliaia di ore di lavoro volontario, sottratto a svago e famiglia, si chiama partecipazione civile.

Parole dure, che però hanno avuto eco non solo in Italia, ma anche in tutta Europa, in Francia, Germania, Spagna, Inghilterra: “l’intera Europa sta lottando per il suo no tav. Le ferrovie ad alta velocità fanno parte di un progetto europeo di potenziamento delle reti infrastrutturali, ad esempio della connessione Lisbona-Kiev di cui la Val di Susa fa parte. Ma, progetto europeo a parte, sono numerosissimi gli Stati che hanno deciso di potenziare le proprie reti ferroviarie, installando linee ad alta velocità nel loro territorio. E, proprio come in Italia, per ognuno di questi progetti, scendono in piazza i cortei, le bandiere, i manifesti. Come nella Val di Susa, dove le contestazioni sono sfociate in barricate, in ostruzionismo. Bloccare il progresso per salvaguardare il territorio. Ma anche la moneta” (cit. da Il referendum on line, del 11.03.2012).

Tornando in Italia, la protesta e la solidarietà sono arrivate anche a Bologna. Infatti, dalla fine di febbraio ad oggi si sono succedute azioni politiche e presidi: il 27 febbraio una cinquantina di attivisti hanno occupato i binari della stazione di Bologna, seduti sulle traversine a suonare tamburi, sventolando uno striscione con la scritta “Siamo tutti Valsusini, siamo tutti clandestini”, per esprimere vicinanza al manifestante piemontese, Luca Abbà, caduto dai tralicci.

Un secondo blitz è avvenuto il primo marzo, quando i centri sociali Crash e Tpo hanno aderito alla mobilitazione generale lanciata dal movimento No Tav sul loro sito e rimbalzata via social network, all’appello “blocchiamo tutto”. Il corteo decise di invadere strade, tangenziale ed autostrada A14, fermando il traffico per oltre un’ora, “circa 800 persone che si sono radunate in centro città, hanno mandato in tilt il traffico marciando lungo i viali e poi hanno puntato direttamente sulla tangenziale, quando tutti, forze dell’ordine comprese, si aspettavano un loro passaggio in stazione. (..) Alla fine è arrivata anche la banda SambaLotta del centro sociale Xm24, con i suoi tamburi e i suoi danzatori vestiti di rosa. “Oggi blocchiamo la tangenziale di Bologna, domani bloccheremo la Valsusa”. Alla fine, presa la decisione di rientrare con l’annuncio dell’arrivo dei reparti della Celere, il corteo ormai più che dimezzato ha scelto di tornare in città imboccando l’uscita della tangenziale più vicina. Dietro di loro, appesa ad un cavalcavia in ferro, la bandiera No Tav sventolava. Sul maxi pannello appeso alla struttura la scritta: Autostrada chiusa per manifestazione, uomini in strada” (da il Fatto quotidiano on line del 01.03.2012).

Presenti anche i ragazzi e le ragazze di Bartlby e Vag61, nel blog di questi ultimi si legge: “La lotte della Valsusa sono un esperimento di legami sociali che si saldano nella ribellione, di decisione aperta e orizzontale, superando i confini del territorio senza alcun rigurgito di rancore xenofobo, come avviene in altri contesti, nel nostro Paese. I toni da forca dei giornali non riusciranno a coprire la verità in valle. Il dato politico è che non c’è spazio per chi costruisce percorsi aperti e orizzontali e che vuole decidere, cooperando, del proprio destino. Quello della valle è un bosco che si muove tutto insieme, che decide quando e come agire, senza avanguardie o cattivi maestri. Un movimento che, dopo anni di repressione, ha ancora la stessa rabbia e la stessa dignità di sempre. (Rete TimeOut Bologna)”.

A distanza di una settimana, il 7 marzo, contestatori e contestatrici scesero di nuovo in piazza. L’appuntamento è stato promosso dal Collettivo universitario autonomo (Cua) definendola azione di «reclaim the street itinerante: saremo in strada per portare nuovamente la Valle in città con una reclaim the street che si muoverà per la zona universitaria».

Prima di scivolare per le strade e sotto i portici che abbracciano le Torri, il Cua aveva dato appuntamento a tutti in via Zamboni 32, per dare vita all’UniBo ad un’assemblea a cui hanno partecipato alcuni docenti bolognesi firmatari di appelli NoTav e durante la quale era stato organizzato un collegamento via Skype con la Val di Susa.

Discesa in piazza in nottura, con sorpresa, perché al suo risveglio, Piazza Verdi, anima della zona universitaria petroniana, era colorata da un grande Murales che recita La valle non si arresta, No Tav fino alla vittoria. “La grande scritta colorata occupa in lungo l’intero muro di Palazzo Paleotti che si affaccia su piazza Verdi, affiancata dal disegno di un treno che al posto del locomotore presenta un teschio” (da L’informazione on line, del 08.03.2012).

Nel continuare la riflessione e nel tentativo di creare mediazioni per ottenere la rinegoziazione dell’Opera non desiderata è indispensabile vedere e precisare le caratteristiche e le particolarità di questa situazione, che se genericamente si possono paragonare e confrontare per certi elementi con altre cause simili (come i movimenti per l’acqua pubblica o i dissesti delle falde acquifere a Vicenza dove vengono installati piloni per costruire la base militare USA, o anche il più semplice dissenso per il People Mover bolognese definito dai contestatori locali la “Tav di Bologna”), sono da ricercarsi nelle precise differenze del contesto valsusino, affinché non venga meno la possibilità effettiva ed efficace di agire.

Tale capacità di parola, di azione e di relazione alle differenze, nel movimento No Tav, “sta nella competenza degli abitanti della montagna sulla montagna (cit. Clara Jourdan, in La politica delle città vicine, nella Rivista AP-Autogestione e politica prima, ed. Mag Verona, 2011).

Insomma, anche a Bologna si ascoltano le parole dei Valsusini che ci permettono di conoscere la raltà nella sua particolarità così da trovare il modo di agire insieme per la realizzazione del comune desiderio di vivere con amore il mondo che abitiamo.

(per firmare la petizione internazionale)

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