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14 marzo 2012

Un nuovo passo verso una rapida diagnosi dei tumori e verso una cura efficace.

Confermato il ruolo del gene cbx in numerosi casi di tumori maligni, da una ricerca dell’Ieos-Cnr di Napoli, pubblicata su The Journal of Clinical Investigation. Identificata la ciclina E come possibile bersaglio terapeutico.

 Il gruppo di ricerca guidato da Alfredo Fusco, direttore dell’Istituto di endocrinologia ed oncologia sperimentale del Consiglio nazionale delle ricerche (Ieos-Cnr) di Napoli, nell’ambito di un percorso sperimentale cominciato già negli anni 80, oggi stabilisce con sicurezza che il gene cbx è un oncorepressore: la sua assenza o mutazione determina l’insorgere di tumori maligni.

Già precedenti studi avevano indotto gli scienziati a credere che il gene cbx fosse direttamente implicato nello sviluppo di tumori molto aggressivi, come il carcinoma polmonare, ma solo utilizzando il modello dei così detti topi “Knock out” è stato possibile confermarlo. In questi topi il gene in questione viene inattivato.

L’inattivazione del gene cbx porta alla comparsa di adenomi e carcinomi polmonari, ricollegabili per altro ad un’aumentata produzione di ciclina E (proteina espressa nelle fasi iniziali del processo di riproduzione cellulare G0/G1).

Questa scoperta apre le porte a nuove tecniche di diagnosi, volte ad individuare il gene cbx nel Dna del paziente e a verificarne la sua corretta funzionalità.

Inoltre la cilcina E potrà essere il nuovo bersaglio terapeutico nella cura di neoplasie polmonari: riducendone la produzione si potrà con molte probabilità controllare anche la malattia.

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