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15 aprile 2012

UniFi: tecnologia e beni culturali a braccetto per Leonardo da Vinci

Ancora non si capisce se il mistero della perduta Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci stia per essere svelato oppure se si stia infittendo ulteriormente. Certo è che siamo ad una svolta nella caccia al celebre dipinto murale sullo scontro del 1440 tra le truppe fiorentine e quelle milanesi, realizzato nei primi anni del 1500 da Leonardo sulle pareti del Salone dei Cinquecento, nel Palazzo Vecchio a Firenze.

Ma cosa fa di questa un’opera “perduta”? Sfortunatamente, la tecnica che da Vinci scelse di utlizzare: eccezionalmente l’encausto, e non la pittura ad affresco. Nonostante le alte temperature richieste dall’encausto, i colori non si essiccarono come previsto, ma colarono sull’intonaco fino ad affievolirsi. L’artista abbandonò allora il trasferimento del disegno dal cartone all’intonaco e lasciò incompiuto il poco che rimaneva del suo progetto.

Ora forse sarà possibile recuperarne una parte, grazie alla collaborazione del Laboratorio di Tecnologie per i Beni Culturali e Ambientali del Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni dell’Università di Firenze. Massimiliano Pieraccini, professore dell’ateneo fiorentino e fondatore del Laboratorio insieme a Carlo Atzeni, ha infatti proposto l’utilizzo di un radar di introspezione muraria per sondare la parete ricoperta dall’affresco di Giorgio Vasari, sotto cui, protetti da una sottile intercapedine, si celerebbero i resti della Battaglia di Anghiari. Il radar in questione è già stato collaudato dal professore alla fine degli anni ’90, quando il progetto governativo “Parnaso” incentivò la ricerca e l’applicazione delle tecnologie alla tutela dei beni culturali. In quell’occasione Pieraccini presentò «un’avanzata tecnologia radar di introspezione muraria, che usava un principio analogo a quello impiegato per visualizzare la Terra dallo spazio», e che ha una caratteristica indispensabile per la ricerca della Battaglia di Anghiari: opera senza contatto con la superficie – non è quindi un metodo invasivo, e preserva l’opera d’arte (in questo caso sia ciò che rimarrebbe della Battaglia sia l’affresco visibile del Vasari) intatta.

Ben diverso è l’approccio che ha scelto Maurizio Seracini, ingegnere specializzato in diagnostica dei beni culturali. Egli ha infatti utilizzato delle sonde endoscopiche, che tramite dei piccoli fori nel muro hanno prelevato piccole quantità dell’intonaco presente sotto l’opera del Vasari per poterle analizzare in laboratorio. E con successo: i campioni mostrano infatti, nelle loro parti scure, una composizione chimica molto simile a quella del nero utilizzato da Leonardo da Vinci in dipinti celebri come La Gioconda o il San Giovanni Battista del Louvre, ricco di manganese e ferro. Incalcolabile l’entusiasmo dei tecnici della Soprintendenza al Polo museale fiorentino, che fanno riferimento a Cristina Acidini, e dell’Opificio delle Pietre Dure.

Scetticismo invece da parte dell’Accademia fiorentina, per la quale se non è impossibile è quantomeno improbabile che il Vasari, il papà della storia dell’arte, abbia pensato di ricoprire un affresco del proprio maestro in pectore da Vinci con una propria opera, per quanto commissionata da Cosimo I de’ Medici. Se quindi della Battaglia di Anghiari rimane qualcosa, non è da cercarsi in quell’ala della Sala dei Cinquecento.

Qualcosa si nasconde certamente sotto quella parete, ma forse è ancora troppo presto per chiedere a Leonardo da Vinci di apporrvi la sua geniale firma.

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