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3 Maggio 2012

L’Unità d’Italia: Carlo Pisacane e i 300 di Sapri

Carlo Pisacane

Nella prima metà dell’800 l’Italia conobbe un processo graduale di riscoperta della propria identità nazionale.

Carlo Pisacane

Carlo Pisacane

Carlo Pisacane

Questo processo fu definito dai contemporanei, e poi dagli storici, col nome di “Risorgimento”. Per la verità l’Italia non aveva mai conosciuto, lungo il corso della sua storia, l’esperienza di uno stato unitario. Eppure una nazione italiana, in quanto comunità linguistica, culturale, religiosa, esisteva fin dall’epoca dei comuni.

Negli ultimi decenni del secolo, voci unitarie e indipendentiste erano emerse all’interno del movimento giacobino.

Nel luglio 1820 un’insurrezione nel Napoletano, guidata da alcuni ufficiali, obbligò il re a concedere la Costituzione. Nel marzo 1821, invece una rivolta scoppiò in Piemonte e, dopo essere stata inizialmente appoggiata dal principe Carlo Alberto, fu schiacciata dal nuovo re Carlo Felice. Nel ’21 gli austriaci posero fine alla rivoluzione napoletana.

I moti del 1831 nei Ducati di Modena e Parma e nelle legazioni pontificie nacquero da una cospirazione che tentò di coinvolgere lo stesso duca Francesco IV.

La novità dei moti stava nel fatto che i suoi protagonisti furono i ceti borghesi, appoggiati dall’aristocrazia liberale e da un certo movimento popolare. Un nuovo intervento austriaco stroncò l’insurrezione.

La sconfitta dei moti del ’31 provocò la crisi definitiva della carboneria a favore di un nuovo indirizzo che ebbe come principale sostenitore Giuseppe Mazzini.

Il pensiero mazziniano, era incentrato sugli obbiettivi nazionali (indipendenza, unità, Repubblica), e sulla convinzione che unico mezzo per raggiungerli, fosse l’insurrezione popolare. Fondata la Giovine Italia, Mazzini si impegnò nell’organizzazione delle insurrezioni.

Sul piano politico, gli anni 40 si caratterizzarono per l’emergere di un orientamento che cercava di dare soluzioni moderate e federaliste al problema nazionale.

Tale orientamento, che vide come massimo esponente Gioberti, era imperniato sulla riscoperta della funzione nazionale della Chiesa cattolica ovvero il neoguelfismo.

Elementi di gradualismo e federalismo erano presenti anche nella corrente democratica e repubblicana Lombarda, il cui maggior esponente fu Cattaneo. In Italia la rivoluzione del 1848, ebbe, nella sua fase iniziale, uno sviluppo autonomo rispetto agli altri paesi europei. Un’insurrezione a Palermo costrinse Ferdinando II a concedere la Costituzione. A Venezia si proclamò la Repubblica. A Milano dopo “cinque giornate” d’insurrezione, fu costituito un governo provvisorio. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria ottenendo l’appoggio del re delle Due Sicilie, del granduca di Toscana e del Papa.  Di lì a poco, questo appoggio sarebbe stato ritirato.

I Piemontesi furono sconfitti a Custoza nel luglio 1848 e costretti a firmare l’armistizio con l’Austria. Si concludeva così la prima guerra d’indipendenza.

A combattere contro l’impero Asburgico rimasero i democratici. A Venezia fu proclamata di nuovo la Repubblica e lo stesso accadde in Toscana e a Roma. Anche per l’azione dei democratici, il Piemonte riprese la guerra contro l’Austria.  Subito battuto a Novara, Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II. I governi rivoluzionari furono sconfitti in tutta Italia: terminò la rivoluzione autonomistica siciliana.

Il ritorno dei sovrani legittimi e il consolidamento dell’egemonia austriaca bloccarono ogni esperimento riformatore e frenarono lo sviluppo economico dei vari Stati. Solo in Piemonte la situazione era diversa: qui fu conservato il regime costituzionale e fu intrapresa un’opera di modernizzazione dello Stato, soprattutto nel settore dei rapporti con la Chiesa (legge Siccardi).

Nel 1852 Cavour divenne presidente del Consiglio: si affermava, così, un politico dai vasti orizzonti culturali e dall’ampia conoscenza dei problemi economici, animato dalla fede in un liberalismo pragmatico e moderno. Egli pose mano innanzitutto alla modernizzazione economica del paese, attraverso la liberalizzazione degli scambi, il sostegno dello Stato all’industria, le opere pubbliche. La conservazione delle libertà costituzionali, lo sviluppo economico, l’accoglienza data agli esuli provenienti dagli altri Stati italiani fece del Piemonte cavouriano il punto di riferimento per l’opinione pubblica liberale di tutta la penisola.

Dopo le sconfitte del’48-49, proseguì instancabile l’attività di Mazzini, volta al raggiungimento dell’indipendenza e dell’unità per vie insurrezionali. I tragici insuccessi contro cui la sua strategia si scontrò, fecero crescere i dissensi entro il movimento democratico. Si affacciava, soprattutto con Pisacane, un’ipotesi di liberazione nazionale.

Pisacane nel 1857 organizzò una spedizione nel Sud che però ebbe esito negativo, a causa dell’ostilità proveniente dalle popolazioni locali.

Prima di scendere nei dettagli di tale spedizione, evidenziamo la figura ed il profilo di quest’uomo: tutti crediamo di conoscere la figura di Carlo Pisacane , che fin dai libri di testo della scuola elementare ci viene presentato come un   tipico eroe risorgimentale, generoso anche se sfortunato.

Pisacane non è stato soltanto questo. È stato anche, soprattutto, il precursore del comunismo anarchico in Italia.

L’unico che nel Risorgimento italiano ebbe la lucidità di saldare insieme le correnti più avanzate del repubblicanesimo ( federalismo, anticlericalismo, rivoluzione dal basso) con una visione avanzata, europea, della questione sociale ( comunismo, autogestione, abolizione dello Stato e superamento della divisione in classi antagoniste), fu Carlo Pisacane.

Per lui il comunismo e il collettivismo non erano che un mezzo per giungere alla distruzione dello Stato in quanto tale, e alla dissoluzione di ogni forma di potere e di sfruttamento da parte dell’uomo sui suoi simili. Era dunque, non solo un libertario, ma un anarchico nel senso più letterale e specifico della parola.

Per quanto riguarda gli aspetti privati della sua esistenza, possiamo certamente affermare che Carlo ha avuto una vita abbastanza travagliata. Nasce a Napoli il 22 agosto 1818 dal duca Gennaro e da Nicoletta Basile de Luna. La morte del padre quando ancora è in tenera età, portano la madre a risposarsi con il generale Michele Tarallo per risolvere le precarie condizioni economiche. A 14 anni Carlo entra nella Nunziatella, nel 1838 sostiene gli esami di licenza e poi viene mandato a Gaeta per la costruzione della nuova ferrovia Napoli-Caserta. Nel 1843 viene promosso tenente e richiamato a Napoli.

Nel frattempo si ripresenta nella sua vita il suo vecchio amore giovanile Enrichetta Di Lorenzo ormai sposata e madre di tre bambini.

Il 12 ottobre Carlo subisce in aggressione, il cui movente non viene mai chiarito. Si disse fosse un azione intimidatoria da parte del marito di lei per il legame che egli ha di nuovo stretto con Enrichetta. Ai primi di febbraio Carlo ed Enrichetta lasciano Napoli, imbarcandosi per Marsiglia.

Il 4 marzo 1847 giungono a Londra, sotto falso nome: sono Enrico e Carlotta Lumont.

Nel periodo londinese, rielabora il proprio progetto politico, prima manifestazione di un nucleo italiano di pensiero socialista, in cui si collegava l’ideale dell’indipendenza nazionale alle aspirazioni di riscatto sociale e politico delle masse contadine.

Avvicinandosi in parte al pensiero di Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo, fu profondamente influenzato dalle idee francesi del “socialismo utopistico” espresso dalla sua formula “ libertà e associazione”. Pisacane credeva che prima ancora dell’istruzione e formazione del popolo, occorresse risolvere la questione sociale, che poi era la questione contadina, con la riforma agraria.

La rivoluzione nazionale doveva scaturire dalla rivoluzione sociale. Per liberare la nazione occorreva che prima insorgessero le plebi contadine offrendo loro la liberazione economica con l’affrancamento dei loro tiranni immediati: i proprietari terrieri.

Pisacane teorizzava che a ciascuno fosse garantito il frutto del proprio lavoro e che ogni altra proprietà non fosse solamente abolita, ma “ dalle leggi fulminata come il furto” e si dichiarava sostenitore della proprietà collettiva delle fabbriche e dei terreni agricoli.

Pisacane è il teorizzatore in Italia di quella che sarebbe poi diventata “ la propaganda del fatto”, ovvero l’azione avanguardista che genera l’insurrezione. Solo dopo aver liberato il popolo dalle sue necessità materiali si sarebbe potuto istruirlo ed educarlo per condurlo alla rivoluzione. “ l’Italia trionferà quando il contadino cambierà spontaneamente la marra con il fucile”.

Per questo Carlo Pisacane è da molti considerato non solo un patriota ma un precursore dell’anarchismo.

Dopo aver trascorso questo breve periodo a Londra ricco dal punto di vista politico, Carlo ed Enrichetta si trasferiscono in Francia dove il governo di Luigi Filippo li chiuse in carcere accusandoli di aver utilizzato passaporti falsi e attendendo la querela da Napoli, ma non essendo giunta entro i termini i due  vengono scarcerati

“”Cara Madre, Sono rimasta meravigliata ed inorridita di ciò che si pretende da me; mi condannate per avere io lasciato i miei figli che hanno un nome, una fortuna, delle persone che possono prenderne cura come la loro madre istessa, e poi mi si propone, anzi si esige, che io abbandoni il caro figlio dell’amore a cui sono per dare la luce, e che non avrà né nome, né fortuna, per cui ha più dritto all’amore mio ed alle mie cure!”(Romano 1933a).. Da poco scarcerato, il 31 maggio 1847 Carlo scriveva da Parigi all’amico Giovanni Ricciardi : “l’amore di madre è in lei fortissimo (..) i disagi a cui con me va soggetta le fanno temere la perdita di un pegno che porta nel suo seno, e che ci lega, queste due ragioni, l’indurrebbero a ritornare a Napoli ed a lasciarmi, ed io vedrei in questo il suo bene (..)”.

Per sbarcare il lunario Carlo Pisacane con le sue competenze tecniche viene arruolato nella legione straniera. La piccola Carolina nata dal matrimonio con Enrichetta muore in breve tempo e il 28 marzo 1848 Carlo ritorna a Marsiglia , diviene amico di Carlo Cattaneo e combatte nella legione lombarda. Ferito viene raggiunto dalla moglie a Salò. A metà dicembre 1848 raggiunge a Vercelli il suo reggimento che ormai fa parte dell’esercito sabaudo.

Nel 1849 si reca a Roma dove era stata proclamata la Repubblica e si mette in contatto con Mazzini per occuparsi della difesa della città.

Quando ai primi di luglio le truppe francesi entrano in città, Pisacane  viene arrestato e poi liberato grazie all’intervento della moglie. Quindi i due si rifugiano in Svizzera. Il 28 novembre 1852 nasce la seconda figlia Silvia.

“Molti dicono che la rivoluzione deve farla il paese: ciò è incontestabile. Ma il paese è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai. Si potrà dissentire dal modo, dal luogo, dal tempo di una congiura, ma dissentire dal principio è assurdo, è ipocrisia, è nascondere un basso egoismo. Stimo colui che approva il congiurare e non congiura egli stesso, ma non sento che disprezzo per coloro i quali non solo non vogliono far nulla, ma si compiacciono nel biasimare e maledire coloro che fanno. Con tali principi avrei creduto di mancare a un sacro dovere, se vedendo la possibilità di tentare un colpo in un punto, in un luogo, in un tempo opportunissimo, non avessi impiegato tutta l’opera mia per mandano ad effetto. Io non ispero, come alcuni oziosi mi dicono per schermirsi, d’essere il salvatore della patria. No: io sono convinto che nel Sud la rivoluzione morale esista, che un impulso energico può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo [ … [. lo sono persuaso, se l’impresa riesce, otterrò gli applausi generali: se soccombo, il pubblico mi biasimerà. Sarò detto pazzo, ambizioso. turbolento. e quelli, che nulla mai facendo passano la loro vita nel criticare gli altri, esamineranno minuziosamente il tentativo, metteranno a scoperto i miei errori [ … [. Se non riesco disprezzo profondamente l’uomo ignobile e volgare che mi condannerà; se riesco, apprezzerò assai poco i suoi applausi»…epperò il mio scopo, i miei sforzi si sono rivolti a mandare a compimento una congiura, la quale dia un tale impulso; giunto sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri, per me è la vittoria, anche se dovessi morire sul patibolo.”

Pisacane comprese che Mazzini aveva finito per farsi promotore di una rivoluzione puramente politica, che un domani avrebbe lasciato immutata la situazione sociale; mentre era necessario dare alla rivoluzione un forte contenuto sociale, e fare appello direttamente alle masse proletarie, se si voleva sperare di smuoverle dal loro torpore. Dopo il 1855, comunque fra lui e Mazzini ci fu un riavvicinamento per due motivi: sia perché Mazzini si stava dimostrando più propenso ai piani insurrezionali; sia perché a livello tattico era indispensabile una riunificazione delle forze di sinistra se si voleva intraprendere un impresa con speranza di successo.

Nacque così il progetto della spedizione di Sapri. Essa è fondamentale per la comprensione dell’uomo Pisacane e della sua ideologia.

Nel Regno delle Due Sicilie si costituisce nel 1853 un ristretto comitato repubblicano segreto che esordisce con l’insurrezione del barone Bentivegna e l’attentato a Re Ferdinando. Pisacane, durante il soggiorno torinese del ’56, diede forma a quell’impresa che avrebbe dovuto rappresentarla prova  concreta della sua teoria della via nazionale al Risorgimento.

Messi a punto gli ultimi dettagli, alle 7 del pomeriggio del 25 giugno, Carlo Pisacane, Giovanni Nicotera, Giovanbattista Falcone e laltri congiurati si erano imbarcati, alla partenza da Genova, sul Piroscafo Cagliari, appartenente alla compagnia Rubattino, che faceva la linea Cagliari, Tunisi.

Il piano prevedeva che, tra Genova e Cagliari, la nave si sarebbe incontrata con una goletta, guidata da Rosolino Pilo, che trasbordava armi e munizioni. Tuttavia, a causa della foschia, le due imbarcazioni non riuscirono a scorgersi, costringendo il Pilo a rientrare senza aver portato a termine il proprio compito, nonostante ciò tra il carico di bordo furono ritrovate alcune casse contenenti fucili e munizioni. Il 28 il comandante dell’isola di Ponza, il maggiore Antonio Astorino, venne avvisato che un battello a vapore si indirizzava verso il porto.

La popolazione era composta, per lo più, da militari in punizione e da civili relegati per misure di polizia; sull’isola era presente anche uno sparuto nucleo di detenuti politici.

Il capitano Astorino, messo al corrente dell’approssimarsi di un imbarcazione, aveva avvisato il capitano del porto e il tenente aiutante; presto ci si accorse che dalla nave campeggiava una bandiera che  richiedeva l’intervento del pilota pratico. Questi nella persona di Giosuè Colonna, a bordo di una lancia si accostò al Cagliari che fu preso d’assalto e trasportato sul piroscafo, dove fu interrogato dal Pisacane.

Successivamente furono presi a bordo anche il capitano del porto e il tenente, che si erano avvicinati per prendere informazioni su quanto stava accadendo. Pisacane, con i quattro isolani a bordo prigionieri, ordinò al pilota di guidare il vapore in porto.

Mentre avvenivano le operazioni di ingresso nel porto, dal lato non visibile uomini in blusa e berretto rosso si calarono in due lance, nel frattempo Nicotera, si lanciò a terra e seguito dai suoi, assalì il posto di guardia, facendo prigionieri i deputati di salute, il cancelliere e le guardie.

Contemporaneamente, le due lance cariche di uomini, sbarcati dalla parte opposta del piroscafo, irruppero nella piazza principale, assalirono le prigioni e accerchiarono il palazzo del comandante Astorino che, poco dopo si arrese.

Di seguito si procedette all’imbarco e tra il 27 e il 28 giugno il Cagliari levò l’ancora puntando verso il Cilento.

Sull’imbrunire del 28 giugno il Cagliari giunse in vista del Golfo di Policastro. La presenza della nave insospettì il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fiaschetti. Intorno alle otto di sera il Cagliari gettò l’ancora nei pressi della spiaggia dell’Oliveto. Fiaschetti, non avendo mezzi per informare le autorità provinciali, decise di opporsi con mezzi propri.

Giunto a Sapri, raccolse gli urbani presenti e andò incontro ai rivoltosi. Le esigue forze realiste furono sopraffatte e il Fiaschetti, dopo aver  cercato di informare  i capi urbani del circondario, fuggì in  direzione di Torraca, da dove informò dell’avvenuto sbarco le autorità dei paesi vicini.

Nel frattempo i capi della rivolta, stando al piano concordato, iniziarono a perlustrare i luoghi in cui era avvenuto lo sbarco alla ricerca dei promessi agenti cospiratori, di cui però non ci fu traccia. Senza arrendersi, Pisacane si recò presso l’abitazione di uno dei contatti, Gallotti, tuttavia trovò solo due dei fratelli e seppe che il padre con gli altri due figli si era recato al Fortino.

All’alba del 29 Sapri era completamente deserta, gli avvenimenti della notte più che risvegliare gli animi della popolazione e indurre alla rivolta, avevano atterrito ancora di più la gente, Pisacane quindi, decise di muoversi alla volta di Torraca.

Come già accennato però, l’arrivo di Fiaschetti era servito ad avvertire tutti i benestanti del luogo, che si erano tenuti lontani dal centro del paese.

La percezione di un mutamento degli animi , contrapposto al completo disinteresse riscontrato a Sapri, servì a rincuorare Pisacane, che procedette alla lettura del proclama:

Proclama di Carlo Pisacane alle popolazioni del salernitano Cittadini, è tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo; l’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi, la capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione per troncare in un colpo solo la quistione.

Per noi il governo di Ferdinando ha cessato d’esistere, ancora un passo ed avremo il trionfo, facciamo massa, corriamo ove altri fratelli ci aspettano, su dunque, chiunque è atto a portar le armi ci segua. Chi non è abbastanza forte per seguirci ci consegni l’arma.

Noi abbiamo lasciato famiglie, ed agi di vita per gettarci in un’intrapresa che darà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra.

Vergogna a chi potendo combattere non si unisca i noi, infamia a quei vili che nascondono le armi più tostoché consegnarcele.

Su dunque cittadini cercate le armi nel paese e seguiteci. La vittoria non sarà dubbia. Il vostro esempio sarà seguito dai paesi vicini, il nostro numero crescerà ogni giorno, ed in breve tempo saremo un esercito.

Viva l’Italia L’illusione durò poco, in realtà nessuno si unì alla marcia dei liberatori.

Preceduta da Mansueto Brando e da Filomeno Gallotti e accolti con calore da Vincenzo Cioffi, la colonna giunse al Fortino intorno alle 22. Pisacane si recò a casa dei Gallotti e, dopo un breve colloquio, tornò al Fortino deluso per il mancato aiuto ottenuto.

Pisacane, considerate le esigue forze a disposizione, decise di non prendere in considerazione l’ipotesi caldeggiata da Nicotera e Falcone, di sconfinare in Basilicata, optando per la realizzazione del piano originario. Fatta la scelta, la colonna si mise in marcia verso Padula.

Il 30 pomeriggio, preceduti da Mansueto Brandi, che aveva preso contatti con i baroni De Stefano, giunsero a Casalnuovo. L’ostilità della popolazione e l’isolamento misero a dura prova l’animo dei rivoltosi; la colonna riprese la marcia avendo alla testa i capi, ai fianchi gli esteri, alla retroguardia i marinai, onde evitare ulteriori diserzioni, Nicotera, inoltre, ordinò di sparare su chiunque si fosse allontanato dal gruppo. Nel frattempo, dal momento in cui il giudice Fiaschetti aveva informato il sottintendente Calvosa e le altre autorità di polizia dell’avvenuto sbarco, si era messa in moto la macchina repressiva del governo.

Prima ancora di giungere a Padula il 30 giugno, gli uomini guidati da Pisacane si ritrovarono, quindi, accerchiati da tre distinte forze che, benché ancora divise, erano per numero e per organizzazione, singolarmente superiori ai trecento stanchi, affamati e delusi. L’accoglienza fu, come negli altri casi, fredda e la conseguente fu tanto più cocente, quanto maggiore era stata la speranza di trovarsi di fronte una popolazione pronta a ribellarsi.

Di seguito, dopo aver richiesto ed ottenuto, anche se in parte, cibo e vettovaglie, assalirono la guardia urbana. La mattinata del 1^ luglio trascorse tra la ricerca del cibo, la stesura di messaggi e proclami e la costruzione di pallottole, fino a quando le sentinelle morte, poste di vedetta sul colle S. Canione diedero l’allarme di aver avvistato forze avversarie. Si trattava della colonna di gendarmi e urbani, provenienti da Sala agli ordini del maggiore De Liguoro.

Pisacane dal canto suo, schierò gli uomini sul colle S. Canione, a una distanza dalle forze avversarie di circa trecento passi.

Con questo schieramento intorno alle dieci ora italiana fu aperto il fuoco. Pisacane che probabilmente, riteneva ancora realistica la promessa secondo cui circa 400 urbani sarebbero passati dalla parte dei rivoltosi, esitò a dare un ordine di attacco in grado di consentirgli lo sfondamento delle linee nemiche e di permettergli la divisione in Basilicata.

De Liguoro attendeva l’arrivo dei soldati comandati dal colonnello Ghio; a quella vista Pisacane non potendo sfuggire all’accerchiamento, radunati intorno a se gli esteri e quasi tutti coloro che erano muniti di fucili, si districò abilmente dalla rete degli urbani. I più cercarono riparo nel paese, viceversa i cacciatori non ebbero pietà per i fuggitivi; alla fine si contarono 54 morti.

Il giorno successivo i cadaveri furono ammucchiati innanzi alla chiesa della SS. Annunziata; i fuggitivi avevano preso la via dei monti verso Sanza, all’alba il sotto-capo Sabino Laveglia all’avvicinarsi dei rivoltosi, si recò presso il monastero dei Padri Osservanti. Riunite le proprie forze, gli urbani sorpresero ciò che rimaneva dei Trecento nel Vallone di S. Vito. Appena iniziata la sparatoria, il Primo Eletto, Filippo Greco Quintana, corse alla torre campanaria per far suonare le campane a martello, in segno di incombente pericolo. A tale richiamo, la popolazione, armata di ronche, coltelli, asce, si avvento sui rivoltosi, facendo rivivere le stesse tragiche scene, viste il giorno prima tra le vie di Padula. Caduti Pisacane e Falcone, in molti cercarono una via di fuga e in tanti furono raggiunti e uccisi.

Successivamente, i 27 cadaveri, compreso quello di Pisacane, furono bruciati e poi seppelliti.

L’atto conclusivo della triste vicenda fu la celebrazione del processo a carico dei 29 rivoltosi arrestati a Sanza, tra cui Nicotera. Molto presto però il processo assunse un carattere internazionale infatti al sovrano fu consigliato di usare maggiori attenzioni durante il processo. Ciò era dovuto al fatto che la cattura del Cagliari, appartenente ad una compagnia piemontese, avvenne però in acque del Regno Unito.

Il pubblico dibattimento, che si tenne nei locali di S. Domenico a Salerno, presieduto dal giudice Dalia, iniziò il 29 gennaio 1858 e si chiuse il 19 liglio dello stesso anno. Si trattò di un evento “pubblico”, seguito con attenzione dalla stampa e dalla politica internazionale. La consapevolezza di avere puntati gli occhi di mezza Europa, garantì maggiore libertà alla difesa.

Dopo 14 ore di camera di consiglio, alle 23 del 19 luglio, il presidente Dalia lesse la sentenza che condannava: Giovanni Nicotera, Giovanni Gagliani, Giuseppe Santandrea, Nicola Giordano, Nicola Valletta, Luigi La Sala e Francesco De Martino alla pena di morte con il terzo grado.

Probabilmente pressato, ancora una volta, dalla diplomazia inglese e, in misura minore, da quella piemontese, il sovrano, con decreto del 22 luglio, commutò tutte le condanne di morte in reclusione dai 30 anni all’ergastolo.

Come lascio scritto nel suo testamento politico, Pisacane ribadiva l’ideale mazziniano del “ sacrificio senza speranza di premio”: “ ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell’animo di questi cari e generosi amici… che se il nostro sacrifico non porta alcun bene all’Italia, sarà almeno una gloria per essa aver prodotto figli che vollero immolarsi al suo avvenire”.

Ciò che contava dunque era dare l’esempio per stimolare gli animi all’azione, un’azione volta alla rivoluzionaria ricostruzione di una società più libera ed equa.

La prima preoccupazione di Cavour fu quella di portare il Piemonte a livello di media potenza europea. Nel 1855, il governo Piemontese rispose positivamente all’invito rivoltogli da Francia e Inghilterra di associarsi alla guerra contro la Russia: Cavour inviò in Crimea un corpo di 18.000 uomini guidati dal generale La Marmora. Così facendo il Piemonte partecipò come Stato vincitore al congresso di Parigi del 1856 e sollevò la questione italiana di fronte ad un congresso internazionale.

Cavour si convinse che era indispensabile l’appoggio di Napoleone III per scacciare gli austriaci dalla penisola e quindi strinse con quest’ultimo un’alleanza militare che prendeva il nome di Accordo di Plombières: Napoleone III si impegnò ad entrare in guerra a patto che l’Austria fosse stata l’aggressore e il Piemonte l’aggredito; a guerra conclusa Vittorio Emanuele II doveva regnare al Nord, al centro Gerolamo Bonaparte e il papato a capo del Vaticano.

Le sorti del conflitto volsero subito a favore dei fronco-piemontesi. Ma l’armistizio di Villafranca, stipulato da Napoleone III, assegnava allo Stato sabaudo la sola Lombardia. Fu grazie alla nuova situazione creata dalle insurrezione nell’Italia centro-settentrinale che il Piemonte potè ottenere anche Emilia, Romagna e Toscana; così si concluse la seconda guerra di indipendenza.

Rimanevano scontenti i democratici, che cominciarono a pensare ad una prosecuzione della lotta attraverso una spedizione nel Mezzogiorno.

Tale spedizione fu detta dei Mille e fu guidata da Garibaldi; composta agli inizi da un migliaio di volontari, aumentati poi di un numero fino a formare un esercito di circa 50.000 uomini, che tra il maggio e l’ottobre del 1860 abbatté il Regno delle Due Sicilie dando un contributo decisivo alla formazione dell’Unità d’Italia.

L’idea di suscitare un’insurrezione nel Mezzogiorno che attaccasse dall’esterno il Regno borbonico non era nuova e aveva avuto anche due sfortunati tentativi di attuazione con le imprese dei fratelli Bandiera (1844) e di C. Pisacane (1857). Essa muoveva da un giudizio sostanzialmente giusto sulla gravità della crisi politica e sociale del regno meridionale e presentava, nella primavera del 1860, buone possibilità di successo. In particolare, una situazione potenzialmente rivoluzionaria esisteva in Sicilia, dove l’ostilità al dominio di Napoli era diventata un sentimento comune.

Il 4 aprile 1860, un gruppo di patrioti, guidati dall’artigiano F. Riso, iniziò così un moto a Palermo, che fu però soffocato sul nascere dalle forze borboniche.

Intanto Garibaldi, che aveva accettato la proposta fattagli da Crispi e da A. Bertani di guidare una spedizione in Sicilia purché la guerriglia prendesse vigore, dopo molte esitazioni, dovute alle incerte notizie arrivate a Genova dall’isola, fissò la partenza per il 5 maggio.

Cavour tentò in vari modi di impedire la spedizione, ma poi la lasciò partire.

Così la sera del 5 maggio Nino Bixio d’accordo con G. B. Fauchè, procuratore della società Ribattino, si impadronì con alcuni volontari dei piroscafi Piemonte e Lombardo, appartenenti a quella società; e su di essi Garibaldi si imbarcò a Quarto con circa 1150 volontari male armati e quasi privi di munizioni.

Il 7 maggio la spedizione si fermò a Talamone, in Toscana, dove Garibaldi si fece consegnare dal comandante locale armi, munizioni e viveri; partiti da Talomone il 9 maggio, i garibaldini sbarcarono a Marsala l’11 senza difficoltà, perché la città non era presidiata. Garibaldi avanzò quindi all’interno; il 13 maggio, a Salemi, dichiarò di assumere la dittatura in Sicilia in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia.

Il 15 maggio presso Calatafimi i garibaldini batterono in un sanguinoso combattimento una colonna borbonica, Garibaldi poté così marciare verso la capitale con la speranza di investirla da sud-ovest con l’aiuto delle bande di “picciotti” raccolte da Pilo presso Monreale.

Pilo, attaccato dai borbonici, fu però ucciso e Garibaldi e i suoi Mille dovettero quindi allontanarsi da Palermo incalzati da forze borboniche superiori, Garibaldi attuò allora un’abile manovra, inviando verso Corleone una piccola colonna che fu inseguita per alcuni giorni, mentre Garibaldi raggiungeva Gibilrossa per attaccare Palermo da sud-est.

La mattina del 27 i garibaldini entravano in città da porta Termini, la battaglia proseguì assai aspra per tre giorni dentro la capitale finché il 30 maggio, con la mediazione dell’ammiraglio inglese Mundy, fu firmato un armistizio tra Garibaldi ed il generale borbonico F. Lanza.

Nel frattempo quasi tutta la Sicilia era insorta, mentre in giugno e i luglio due successive spedizioni portarono a Garibaldi un soccorso di circa 15.000 uomini, con notevoli quantità di armi e munizioni. In luglio due colonne garibaldine,arrivarono a Catania, una terza colona, comandata dallo stesso Garibaldi, sconfisse il 20 luglio i borbonici in una difficile battaglia a Milazzo.

Questi successi di Garibaldi preoccuparono Cavour, che cercò di controllarne l’azione nell’intento di ottenere che la Sicilia fosse annessa al regno settentrionale. A questo scopo fu inviato a Palermo La Farina, che però urtatosi con Crispi, segretario generale del governo dittatoriale, e con lo stesso Garibaldi, il 7 luglio fu espulso dall’isola. Garibaldi e i suoi consiglieri infatti non volevano l’annessione immediata della Sicilia, perché intendevano continuare la guerra per liberare il Mezzogiorno continentale e lo Stato della Chiesa, e proclamare a Roma il Regno d’Italia: piano che avrebbe implicato la riunione di un’assemblea costituente per riorganizzare lo Stato.

L’arrivo di Garibaldi in Sicilia aveva intanto suscitato nell’isola una serie di moti contadini per la divisione delle terre demaniali. Dall’altra parte le leve del governo dittatoriale e quelle delle amministrazioni comunali e provinciali erano in mano a elementi moderati, vicini all’aristocrazia terriera. Divenne quindi inevitabile lo scontro tra il governo garibaldino e il movimento contadino, le cui agitazioni furono duramente represse da Bixio con fucilazioni e arresti in massa; ciò perché per Garibaldi il problema essenziale era quello di continuare la guerra nel continente: occorreva pertanto evitare che la Sicilia apparisse al mondo come un focolaio di rivoluzioni sociali.

Verso la fine di luglio lo sbarco sul continente fu segretamente incoraggiato da Vittorio Emanuele, mentre Cavour pensava alla possibilità di prevenire Garibaldi facendo scoppiare un moto antiborbonico diretto dai moderati a Napoli, dove Francesco II, con l’atto sovrano del 25 giugno, aveva concesso una costituzione e promesso una politica di riforme.

Questa tardiva decisione del Borbone permise a Napoleone III, di compiere un estremo tentativo per salvare il Regno delle Due Sicilie; ma la proposta francese di impedire ai garibaldini il passaggio dello stretto con un blocco navale fu respinta dal governo di Londra; Garibaldi poté così sbarcare il 19 agosto a Melito e avanzare di lì in Calabria.

Numerose bande di calabresi si unirono ai garibaldini, mentre le truppe borboniche, che presidiavano la Basilicata e la Puglia, si disperdevano di fronte alle numerose sollevazioni locali. Nel frattempo, Francesco II, che disponeva ancora di 50.000 uomini ben armati, decideva di abbandonare la capitale e di ritirarsi a Gaeta.

Nelle settimane successive, mentre i borbonici attestati sul Volturno preparavano una controffensiva, giunse al punto culminante il conflitto politico tra Cavour e Garibaldi. Il primo, alla fine di agosto, aveva deciso, di inviare nel Mezzogiorno l’esercito regio attraverso le Marche e l’Umbria; il secondo, cercò ancora di opporsi all’annessione immediata del Mezzogiorno, sostituendo Depretis, rivelatosi favorevole all’annessione della Sicilia.

Il 7 ottobre egli decise di indire per il 21 il plebiscito, che diede un risultato massicciamente favorevole all’annessione. Il 26 ottobre Garibaldi si incontrò presso Teano con Vittorio Emanuele, insieme col quale entrò in Napoli il 7 novembre. L’8 novembre Garibaldi, ceduti al re i poteri, si imbarcò a Napoli per Caprera.

Il 17 marzo 1861, il primo Parlamento nazionale, proclamava Vittorio Emanuele II re d’Italia “per grazia di Dio e volontà della nazione”. Il processo di unificazione nazionale italiana si compiva così in tempi straordinariamente rapidi.

Nel 1864 fu firmata la “Convenzione di Settembre” con la Francia, che prevedeva il trasferimento della capitale a Firenze. L’alleanza con Bismarck contro l’Austria e la vittoria prussiana consentirono L’acquisto del Veneto. Il problema della conquista di Roma, fallito a Mentana nel 1867, si risolse con la caduta del Secondo Impero, che permise al governo italiano la presa della città il 20 settembre 1870,

Con la legge delle guarentigie lo Stato italiano si impegnava a garantire al pontefice le condizioni per il libero svolgimento del suo magistero spirituale. L’intransigenza di Pio IX si manifestò nel divieto per i cattolici italiani di partecipare alle elezioni. L’acquisto di Roma, nel momento stesso in cui coronava il processo di unificazione nazionale, ampliava così le fratture della società italiana.

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