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14 giugno 2012

Ivano Dionigi è dottore anche in Lituania

Conferito il riconoscimento nel pomeriggio di ieri nella sede di Vilnius, durante la cerimonia di consegna dei diplomi master.

Una laurea honoris causa «per aver contribuito ad accrescere i valori umanistici e per il significativo contributo all’implementazione del processo di Bologna, allo sviluppo dello spazio europeo dell’educazione superiore e alla cooperazione internazionale delle università», questo è quanto ha deciso la lituana Mykolas Romeris University, che dalle mani del proprio rettore Alvydas Pumputis ha consegnato il riconoscimento a Ivano Dionigi, che dal 2010 è invece rettore dell’Alma Mater Studiorum.
La cerimonia si è tenuta durante la consegna dei diplomi Master in “Psicologia, Psicologia del Business e Psicologia legale” ad oltre 40 studenti della facoltà di Politiche Sociali della MRU, che hanno ricevuto le congratulazioni anche dal nostro Dionigi. Durante l’evento, che si è svolto alla presenza del Senato accademico, è stato firmato anche un accordo di cooperazione tra le due università, che prevederà l’attivazione e l’incoraggiamento della mobilità di professori, ricercatori e studenti, questi ultimi attraverso il programma Erasmus.

Il Rettore, poi, ha tenuto la propria lectio magistralis concentrandosi sul «rapporto tra scienza e humanities». Una bella sfida per un professore che ha dedicato la propria vita alle Lettere classiche, insegnando Grammatica greca e latina e Letteratura latina a Bologna, Venezia e Ravenna, e che, una volta eletto Rettore dell’Alma Mater, si è trovato a fare i conti con molte più realtà di quante ci si potesse aspettare: nonostante l’indubbia vocazione letterario-artistica di Bologna e della sua Università, si tratta per lo più di facoltà a base scientifica, ramificate in infinite specializzazioni che puntano ormai solo sull’investimento in tecnologie avanzate.

Un po’ il paradosso che sta vivendo negli ultimi decenni l’Italia intera, che si divide tra un patrimonio e una tradizione culturale da conservare che la rendono un punto di riferimento a livello mondiale, e allo stesso tempo il bisogno di tenersi al passo con i tempi tecnologici che dettano le grandi potenze industriali. Ma il messaggio che Ivano Dionigi ha voluto dare con questa sua lectio è chiaro: non scienze o humanities, ma scienze e humanities. Quello che bisogna fare ora non è tanto discutere se la cultura umanistica sia ormai sorpassata o se le scienze dovranno diventare il nuovo unico investimento per l’istruzione italiana, ma trovare il punto di contatto tra entrambe.

A questo proposito, nelle ultime settimane in Francia il rischio tangibile è quello di veder sparire interi corsi universitari, e guarda caso in pericolo sono proprio le Lettere classiche e le Lingue straniere. In un articolo comparso su Le Monde, infatti, Nathalie Brafman e Isabelle Rey-Lefebure riportano le preoccupazioni di molti docenti francesi sulla sorte dei propri corsi e l’analisi che hanno fatto di questa precarietà annunciata – e non stiamo parlando solo di precarietà lavorativa, ma della precarietà culturale che segue inevitabilmente ai tagli e alle riforme dell’istruzione, quando essi vengono compiuti unicamente tenendo conto del fattore economico. Françoise Dubosquet, professoressa di studi iberici a Rennes-II, afferma che «il nostro presidente ci chiede di razionalizzare la nostra offerta», «ma non possiamo più ragionare come se ciascun ateneo fosse da solo. La nostra riflessione deve essere collettiva, altrimenti queste discipline spariranno da tutto il territorio» continua Jean-Emile Gombert, che di Rennes-II è rettore.

Come venirne a capo? Lasciare che sia il Ministero dell’Economia a decidere dall’alto i tagli e i provvedimenti sull’istruzione, proprio come è accaduto qui in Italia negli anni della Gelmini, quando ogni documento era controfirmato anche da Tremonti, oppure autoregolarsi e “razionalizzare” il ventaglio dei corsi a seconda delle reali possibilità e necessità di ciascun ateneo? Continuare con l’insegnamento della grande tradizione letteraria, con il rischio di non qualificare a sufficienza i propri studenti, oppure lanciarsi nell’avventura dell’hi tech e dell’economia, con investimenti e finanziamenti magari dei privati, perché l’ente pubblico che è lo Stato corre con le forbici in mano?

Forse una soluzione, chissà quanto di transizione e quanto definitiva, l’hanno trovata Jean-François Balaudé e Christophe Bréchet della Paris-Ouest-Nanterre, che sostengono che sia «importante, per mantenere la nostra ricchezza formativa, giocare con combinazioni intelligenti e innovative», ed ecco che propongono allora un corso in Lettere classiche, arti e patrimonio, una sorta di fusione tra i nostri dipartimenti di Filologia e di Beni culturali, e un master in Lettere e management, che fa l’occhiolino al master in Arts and Media Administration della Freie Universität berlinese.

E se ai più conservatori l’accostamento può far storcere il naso, forse i più giovani hanno la sensibilità per cogliere quanto con queste proposte in realtà non si proponga un sacrificio di una delle due parti alla causa dell’altra, ma si tratti di sinergia, di collaborazione di entrambe.

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