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29 giugno 2012

Reinventarsi: il coraggio di cambiare lavoro negli anni della crisi

“Un montaggio pindarico alla Christofer Nolan”. Con queste parole descrive la propria esperienza Marco Iacobucci, 32enne foggiano, laureatosi in Scienze della Comunicazione a La Sapienza di Roma, con specializzazione in Marketing subito messa a frutto lavorando come consulente free lance in agenzia e poi in due aziende del settore metalmeccanico.

Sembrerebbe la felice storia – oggi non troppo comune – di un laureato che riesce velocemente ad inserirsi nel mondo del lavoro e, soprattutto, nello stesso settore che ha riguardato il suo iter studiorum.

Eppure oggi, alla voce “professione” della carta d’identità di Marco, si leggerebbe tutt’altro:Sono sous chef in un albergo a 4 stelle, risultato di una tumultuosa e certamente fortunata carriera che mi ha visto collaborare, in dodici mesi, con quattro diversi attori della ristorazione. Speriamo continui così”.

Rimedio ad un inaspettato licenziamento? Scelta dettata da mancanza di lavoro? Niente di tutto ciò. Si tratta, semplicemente, di un processo che oggi molti compiono in risposta alla mancanza di occupazione, e che Marco ha effettuato, invece, per far sì che il concetto di “lavoro” – visto sempre più come un tesoro da custodire gelosamente anche quando spegne le proprie attitudini – gli calzasse come un guanto. Reinventarsi, insomma, per amare davvero la propria professione.

Laureato in Scienze della Comunicazione, con un lavoro piuttosto attinente al tuo percorso di studi. Come e quando hai cominciato a maturare che la tua strada doveva essere un’altra?
Non ricordo un momento topico. La mia strada è sempre stata l’altra. Dal mio punto di vista, la stasi è in antitesi alla vita. Trovo che il reinventarsi sia anche un ri-generarsi. Chiunque dovrebbe fare almeno un grosso errore nella vita, per essere costretto a fare questa esperienza. Ma non sono stato un imprudente. Non mi sono “lanciato”

E’ stata una scelta facile? Hai avuto il sostegno della tua famiglia?
“Scegliere” è un atto pericoloso. Il “buttarsi”, secondo me, è un concetto figlio di questi tempi, che ci vengono raffigurati come disperati e disperanti. Per fortuna, almeno qui da noi, la vita non assomiglia affatto a una partita di poker: non siamo costretti a giocarci tutto in una mano, quindi… Quindi la risposta è si. Decidere di partecipare ai corsi serali di cucina creativa e di sommelier è stato facile. Decidere di lavorare in un ristorante (a titolo pressoché gratuito) nei weekend e durante le mie ferie estive è stato facile. Una volta preparato a sufficienza, dare l’agognata lettera di dimissioni è stato facile. La mia famiglia è mia moglie. Lei mi sostiene a prescindere, sempre. Anche questa è una esperienza che auguro a tutti e che è stata fondamentale in questo processo.

Parlaci della tua esperienza universitaria. Hai seguito le tue aspirazioni? Se sì, vuol dire che nel tempo queste aspirazioni sono cambiate? E cosa potrebbe aver influenzato tale cambiamento?
L’università ha certamente cambiato la mia vita. Avere una istruzione superiore è un pregio oggettivo, i cui frutti non necessariamente si colgono in campo lavorativo, questo bisogna dirlo. Ai tempi dell’università le mie ambizioni, come per tutti i miei colleghi, erano giustamente sproporzionate; tanto rispetto alle mie reali capacità, quanto alle possibilità che la società ci offriva e ci offre. L’importante, finito il sogno, è rimboccarsi le maniche e non perdere tempo a lamentarsi. Perchè la vita è bella. Ovvero è “bellum”, e in guerra se perdi tempo a leccarti le ferite, allora sì, sei finito.

Hai avuto ripensamenti in merito alla scelta compiuta?
E’ troppo presto per dirlo; in ogni caso non tornerei mai sui miei passi. Nemmeno potrei, la legge termodinamica sull’entropia parla chiaro, quindi a cosa servirebbe rammaricarsi? Quando arriverà il giorno in cui sarò insoddisfatto della mia condizione, la cambierò di nuovo, se potrò.

Com’è questo nuovo lavoro? Ti sta dando soddisfazioni?
Moltissime. Davvero. Lavorare con le mie mani, gestendo in toto l’intero processo di trasformazione, per toccare infine con mano (quando non scotta!) un prodotto pregno della propria individualità come lo è una pietanza… insomma, Marx non ha condotto le proprie ricerche sui cuochi, per spiegarci il concetto di alienazione. Tanta soddisfazione.

Il settore che hai scelto è stato frutto di una tua passione o hai compiuto una scelta razionale, dal momento che si tratta, tra l’altro, di un’occupazione piuttosto richiesta, sia in Italia che all’estero? 
Molto pertinente, mi fa molto piacere rispondere. La passione è un enzima. Tutti i processi di trasformazione richiedono una dose più o meno massiccia di energia; l’enzima passione riduce l’impatto di questo dispendio. Se vogliamo rivoluzionare in meglio la nostra vita non si può certo scegliere una strada diversa da quella che le nostre emozioni ci indicano. D’altro canto, è vero che il settore dal quale provenivo era ormai affollatissimo. Pochissime ricerche di personale, nessuna speranza di crescita e stipendi al ribasso. Due conti in tasca me li sono fatti eccome. Ma il vero movente è stato un altro: io e mia moglie vogliamo assolutamente girare il mondo. L’idea era che svolgendo un’attività richiesta in tutto il mondo sarebbe stato più semplice. Perciò eccoci qua. Io sono un cuoco italiano e lei è una poliglotta di prima qualità. Se state cercando un appartamento in affitto a Pordenone, fatevi sentire tra qualche mese!

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