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19 luglio 2012

Verona presenta la sua nuova biblioteca: a firmarla è una star

Verona presenta la sua nuova biblioteca
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Verona presenta la sua nuova biblioteca: a firmarla è una star

Finalmente è stato svelato anche l’ultimo tassello che completa Passalacqua, il progetto di riqualifica che rimetterà in sesto il quartiere di Veronetta: si tratta di una nuova biblioteca universitaria a Verona che porterà la firma internazionale di David Chipperfield, tanto apprezzato e richiesto da essere definito scherzosamente dalla stampa un archistar.

Una scelta che già la dice lunga sull’intento che sta dietro questo progetto a Verona: Chipperfield è infatti uno dei promotori dell’architettura sociale, e non è un caso se la sua mostra (alla quale hanno collaborato anche molti studenti universitari) alla Biennale di quest’anno portava un espressivo e intuitivo  Common Ground come titolo. Spiega l’architetto : «In una città desideriamo ancora trovare i simboli che suggeriscono l’identità collettiva: le grandi istituzioni, il centro urbano, le piazze e i luoghi di pubblico incontro. Le nostre città possono essere interpretate come la forma fisica di una tensione dinamica tra l’individuale e il collettivo.  […] Il terreno comune (in contrapposizione allo spazio pubblico) implica un territorio condiviso all’interno di un contesto di differenze. L’architettura richiede collaborazione. Coinvolge forze commerciali e visione sociale, deve fare i conti con le richieste delle istituzioni e delle grandi aziende, e con i bisogni e desideri degli individui». In linea con il taglio sociale che ha tenuto a sottolineare il rettore Alessandro Mazzucco: «La nuova biblioteca universitaria sarà quella di un ateneo, ma anche di una città e del quartiere che lo ospita, quello di Veronetta».

Prende parte al progetto Passalacqua anche l’architetto Giovanni Policante, insieme all’associato Stefano Malagò di Verona (qui sono disponibili alcune informazioni generali sui loro curricula – vi suggerisco di dare uno sguardo anche ai commenti degli utenti), che in merito alla biblioteca dichiara:  «Per concepire il progetto ci siamo ispirati anche agli errori del passato. Se è vero che l’attuale biblioteca centralizzata dell’Università di Verona rappresenta un grande recupero di un edificio storico, non è certamente l’ambiente ideale per studiare: nei diversi piani c’è troppa sovrapposizionie tra le funzioni». Insomma, continua: «La parola d’ordine sarà funzionalità». Ecco quindi che per la nuova biblioteca verranno sfruttate al massimo le risorse messe in gioco, e stiamo parlando di cifre che oscillano tra i 27 milioni e i  38 milioni di euro, per ottimizzare l’incontro degli spazi con gli utilizzi pratici. Per ora si parla di una costruzione di «tre piani (con un parcheggio seminterrato in grado di ospitare fino a 130 posti auto), e sarà divisa in due ali, una per gli uffici, l’altra per l’utenza. E mentre il primo piano sarà accessibile a tutti, il terzo sarà riservato a studenti e ricercatori». La biblioteca si inserirà nel contesto del nuovo campus, che aprirà i battenti nel 2015: «“Con il progetto del campus universitario (dove sorgeranno un parco, aule, una foresteria e strutture sportive, ndr) il Comune ha recuperato un ritardo storico” conclude il vicesindaco e assessore all’urbanistica Vito Giacino».

Architetto diventato talmente celebre negli ultimi anni da vedersi moltiplicare le commissioni, David Chipperfield propone edifici minimalisti, dalle linee eleganti e regolari, che si sviluppano per lo più in lunghezza, in contrasto con i grattacieli americani e in armonia con l’orizzonte. Ma con la Biblioteca Centrale di Des Moines, Iowa,  si è spinto oltre: ha fatto intervenire lo scarto, l’inaspettato, e il perimetro si spezza raggiungendo l’amorfismo, tanto che si è giunti persino a parlare di edificio organico.

Apprezzatissimo da parte del pubblico il suo intervento, nel 2009, come restauratore del Neues Museum di Berlino: una vicenda alquanto controversa, perché per la prima volta Chipperfield ha deciso di non apportare troppo del suo, anzi di «lasciare visibili le tracce della distruzione subita dall’edificio dalla guerra e dal tempo, visibili ancora oggi negli affreschi mancanti, nei pavimenti incompleti, nelle pareti di un cortile interno sforacchiate di colpi». Atteggiamento che non è andato molto a genio ai critici, che probabilmente si aspettavano di vedere la traccia del suo intervento ben stampata sull’edificio, ma Chipperfield è riuscito a suscitare l’interesse dei Berlinesi, che hanno dimostrato il loro consenso con «file di oltre mezzo chilometro e attese fino a tre ore per entrare nelle tre giornate». Approvazione che rimarca anche Fulvio Irace in suo acutissimo articolo¹: «Al motto di “conservare meglio che rifare”, Chipperfield ha impresso a questa deriva una sterzata significativa, decidendo di trattare i resti aulici del tempio-museo come un palinsesto della storia tedesca: né tabula rasa, né sfondo per un nuovo senza ragione; piuttosto una trama su cui ritessere fili spezzati ma ancora autentici, come le colonne, i muri, le tessere musive, le migliaia di frammenti di intonaci e decorazioni, meticolosamente riclassificati e ricollocati in una ragnatela di linee ispirate alla logica moderna del collage. Ma l’impressione non è quella fredda di un corpo resuscitato; le vigorose giunture che colmano la lacuna del corpo martoriato – come lo scalone d’ingresso – esaltano la straordinaria tensione di una storia vivente filtrata da un’acuta sensibilità contemporanea che in alcuni ambienti quasi trasforma il decorativismo di Stüler nelle astrazioni coloristiche di Turner».

È lo stesso Chipperfield a suggerircelo, sempre nel suo testo introduttivo a Common Ground: «L’architettura è sempre stata un atto di resistenza, resistenza agli elementi e alle spinte del caos. Dà rifugio e può creare un mondo all’interno di un altro mondo». Articolo di Fulvio Irace, Il Sole 24ore Domenica, 8 marzo 2009.

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