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19 ottobre 2012

Basta docenze gratuite! UniSalento condannata a pagare ricercatrice

Sicuramente sarà capitato almeno una volta a tutti gli studenti di sentire questa frase o qualcosa di simile durante il proprio percorso universitario.

E a pronunciare questa frase è di solito un giovane assistente del professore ordinario o associato, un ricercatore o una ricercatrice che collabora col docente, facendo attività di ricerca, dando una mano con i verbali nelle sessioni d’esame, insomma giovani laureati che cercano di darsi da fare, per poi magari un giorno diventare essi stessi docenti a tutti gli effetti.

Però, a volte capita che i professori specialmente quelli che ricoprono altri incarichi o sono dei liberi professionisti per la molteplicità dei loro impegni, non riescano a recarsi all’università per fare lezione e quindi deleghino qualcuno di questi giovani collaboratori, affinché tralascino per un paio d’ore le loro attività e vadano in aula a spiegare agli studenti l’argomento che avrebbe dovuto trattare il docente.

Oppure capita che le università stesse, per garantire una maggiore offerta formativa in mancanza di professori di ruolo si rivolgano a ricercatori a tempo indeterminato, per corsi di materie che evidentemente non sono di primo rango.

Molto bene, ma il problema è che questi giovani ricercatori non vengono pagati e le docenze a titolo gratuito sono una modalità diffusissima in quasi tutti gli atenei italiani.

Ma ora si può dire che è finita o almeno si spera l’era delle docenze universitarie a titolo gratuito.

Già la riforma voluta nel 2010 da Mariastella Gelmini ex Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca andava in questa direzione.

Ora a confermare questo principio ci ha pensato una sentenza del Tar di Lecce che costringe l’Università del Salento a pagare ad una ricercatrice a tempo indeterminato la somma prevista nel bando di affidamento dell’incarico, più il 50% dello stipendio lordo che spetta al professore associato fresco di nomina.

L’Ateneo pugliese si è rivolto all’Avvocatura dello Stato per impugnare la sentenza del Tribunale amministrativo, che crea un precedente rilevante per tutti quegli atenei (e sono tanti) che nel passato hanno adottato contratti di questo tipo, prima che la succitata riforma Gelmini (legge n.204 del 2010) stabilisse un minimo retributivo (32 £ l&”8217;ora) per le attività didattiche a contratto.

E’ possibile che questi 32 € ora possano essere ridotti in presenza di particolari circostanze, ma la riduzione è una cosa, la gratuità è un’altra.

La ricercatrice, infatti, al momento di incassare il proprio compenso, si è vista azzerare completamente i 10 mila € previsti nel bando, quando invece, secondo il Tar, “non possono dirsi sussistenti i requisiti legalmente richiesti per la natura gratuita della prestazione”.

Abbiamo chiesto agli studenti cosa ne pensassero della vicenda ed è emerso come la maggior parte sia d’accordo con la sentenza di primo grado del tribunale pugliese, anche perché molti notano che paradossalmente è più facile ottenere la disponibilità di un giovane ricercatore, piuttosto che quella del professore di ruolo.

Infatti, sia per quanto riguarda i servizi di tuttora  sia per l’assistenza nella stesura della tesi e nella correzione di quest’ultima, gli studenti preferiscono avere come riferimento un giovane assistente che magari si presenta agli appuntamenti fissati e risponde abbastanza celermente alle e-mail anziché affidarsi al professore che, è sì colui il quale dovrà giudicare il risultato finale, ma spesso è quasi impossibile da rintracciare.

A questa giovane laureata andranno quindi 1o mila € più il 50% dello stipendio lordo del professore associato, ma ovviamente c’è da aspettare il grado successivo di giudizio, dinanzi al Consiglio di Stato, e poi eventualmente il terzo grado in Cassazione.

Vediamo come va a finire questa vicenda giudiziaria, ma è chiaro che il sistema universitario attuale deve cambiare ed è giusto gratificare economicamente chi fornisce un aiuto concreto ai professori e un servizio effettivo agli studenti e all’università.

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