• Google+
  • Commenta
28 ottobre 2012

Lavoro per giovani donne deluse? Il picco del mercato occupazionale “ammazzasogni”

Crisi, crisi, crisi: oggigiorno una parola troppo ricorrente. Un “maledetto” leit motive di cui, pur volendo e con tutto l’ottimismo possibile, non si riesce proprio a smettere di parlare. Lavoro, lavoro, lavoro: oserei dire, di male in peggio. È doveroso ammetterlo: cari giovani, cari ragazzi, egregi laureati e studenti di ogni dove d’Italia, qui, abbiate pazienza, ma davvero “non c’è trippa per gatti”. L’occupazione giovanile ha ormai raggiunto in Italia i minimi storici mentre, al contrario, aumentano vertiginosamente il numero dei laureati, la fetta dei giovani ultra specializzati, la consistenza e la qualità dei curriculum vitae dei tanti che non si pongono per la prima volta sul ciglio della dissestata strada che dovrebbe condurre al lavoro e a un’occupazione “regolare”. Il Bel Paese, è ormai un dato di fatto, non è più in grado di auto-alimentarsi e di rigenerarsi. Ovunque si rivolga lo sguardo.

L’elemento chiave, il centro nevralgico e propulsore di un’economia nazionale, si sa, è la produttività, intesa nel senso più ampio e generico del termine. Ma, al di là di ogni avanzamento tecnologico attuale o futuro, la produttività continuerà sempre a risiedere e a derivare da mani “umane”, dalla famosa “forza lavoro”. Da quelle stesse mani che oggi sono lì aperte a palmo all’insù che sembrano quasi mendicare. Ma a mendicare cosa poi: la cosa più semplice a cui avrebbe diritto una persona per vivere e sopravvivere? Recita l’articolo 1 della nostra rigidissima Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro…”. Se giocassimo “a chi ride per primo” penso che non ci sarebbe nessun vincitore: tutti immediatamente perdenti e “persi” in un amaro sghignazzare collettivo!

È dura, troppo dura da reggere questa situazione. Un malessere troppo diffuso attanaglia le vite di tante, troppe persone.

A voler esser “buoni”, si potrebbe anche cogliere la provocazione della Fornero come una dichiarazione fatta “nel giusto” anche perché, a conti fatti, la Ministra altro non ha fatto che ribadire, a suo modo, ciò che già accade. Sfido a trovare un giovane inoccupato o disoccupato che vegeti in uno stato di nullafacenza. Per il discorso “choosy” mi limiterei a stendere, invece, una “copertina” pietosa.

Finiti i tempi di “grassa”, oggi, ormai ci si chiede se oltre a “magra”, ci sia un ulteriore status da assegnare ai tempi attuali. Sì, perché ormai anche quei tempi magri, sono belli e sfruttati.

La situazione occupazionale poi si complica se rivolgiamo l’attenzione verso un dato “di genere” e il binomio donna-lavoro. Volendo essere disfattisti, considerando soprattutto il trinomio: donna-Sud-lavoro.

Per la popolazione in cerca di occupazione, si è detto, “non c’è trippa per gatti”, per le giovani donne del Sud forse oggi, mancano anche i felini stessi.

Di poche settimane fa, infatti, la pubblicazione delle ultime statistiche sull’occupazione femminile in Italia. Come dimenticare il titolo dell’articolo pubblicato sul free press “Leggo” (Milano) dello scorso 8 Ottobre: “Non è un Paese per donne”; sottotitolo: “Occupazione femminile a picco, specie al Sud”.

Dura verità da accettare, ma volente o nolente, le giovani donne del Sud l’accettano.

Ma purtroppo anche l’accettazione di questo dato di fatto non comporta nessun reale vantaggio: non sfama, non allenta tensioni, non aiuta a non disilludersi, non frena le demotivazioni impellenti, non assegna giustificazioni.

È proprio a questi giovani donne che oggi ho voluto rivolgermi perché raccontassero le loro emozioni, i loro desideri, ahimè, le loro delusioni rispetto a questo stato di impasse da cui sembra non ci sia via di fuga. Giovani donne che provano ancora a sognare nel mentre studiano con impegno. Giovani donne già alle prese con il mondo del lavoro.

Alle amiche di Controcampus una domanda unica:

Gli ultimi dati Istat sull’occupazione femminile meridionale ci raccontano di un’occupazione che ha raggiunto i minimi storici. Disoccupate quasi il 17% delle under 30 (con importante scarto tra nord e sud). Così si esprimono due giornalisti in un articolo pubblicato sul free e social press Leggo: ”La crisi erode non solo l’occupazione ma i sogni. Specie al sud, dove per le ragazze il lavoro resta un’illusione”. Cosa hai provato nel leggere questa frase? Riesci ancora a credere nei tuoi sogni”.

Simona, laureata in Scienze Politiche, corso di laurea Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa, presso l’Orientale di Napoli, laureata a 25 anni; oggi ne ha 27 ed è disoccupata

“Leggendo quanto scritto sopra, le prime emozioni che scaturiscono sono indignazione e rammarico. Indignazione, perché non è possibile che l’Italia sia così indietro rispetto ai restanti paesi europei e al resto degli stati del mondo, e anche perché andando più nello specifico, non è giusto e anzi mi risulta assurdo che nel 2012 ci sia un gap così alto che divide l’Italia meridionale da quella settentrionale, come a dover parlare di due stati e non di un’unica nazione. Rammarico, perché dopo anni di studio, sacrifici economici (prima di tutto) e poi umani, e spesso e volentieri persino mentali, è inverosimile che ora, ad un anno e mezzo dal compimento dei miei studi (mi sono laureata nel maggio del 2011, in piena regola, tra l’altro) mi ritrovi ancora letteralmente “in mezzo ad una strada”, dovendo quasi (e toglierei il quasi) elemosinare un posto di lavoro, e nel caso peggiore uno stage non retribuito al signorotto di turno. E anche in quel caso, credimi, almeno qui, almeno ad Avellino, NULLA si muove. Io capisco che forse la cosa più semplice sarebbe allontanarsi, ma non sempre è facile farlo, e non perché si voglia rimanere vicino a “mammà”, come qualcuno ha osato dire, ma perché a prescindere a volte, spesso, la vita ti pone davanti a situazioni più grandi, molto più grandi di te, e scopri che le tue priorità poi sono altre… la malattia di la mia mamma, il dover curare nonna giornalmente, e poi la successiva perdita della prima sono situazioni di cui purtroppo né l’ISTAT, né alcuna statistica fredda e inutile possono cambiare o possono tenere in considerazione, ecco perché nonostante tutto si rimane al sud, anzi no, io sono rimasta al sud, a casa mia. E quindi sì, “La disoccupazione erode i sogni”, mai frase fu più vera, corretta e giusta. I miei sogni sono, lo dico molto onestamente, andati a farsi benedire da un pezzo. Tornassi indietro, farei tutt’altro, e probabilmente non l’università, o almeno non lo stesso percorso. Inoltre se dovessi consigliare a qualcuno che a 19 anni si trova a fare una scelta, sicuramente non consiglierei di frequentare l’università, ma di creare qualcosa dal nulla, un’attività originale e creativa. Gli/le direi di imparare un mestiere, o al massimo di accedere ad una laurea breve, di quelle finite, e poi aggiungerei che prima di ogni cosa, è necessario essere artigiani della propria vita”.

Luigia, 24 anni, laureata triennale in lingue e letterature moderne presso l’Università degli Studi di Salerno, oggi in corso di specialistica

Bé, fremito, ansia, frustrazione, paura. Ansia che cresce ogni giorno di più: Più mi avvicino al giorno della laurea, più sento il fardello di questa affermazione. Mi chiedo: che ne sarà di me? Cosa farò? Due titoli di studio, un soggiorno di studi all’estero, non bastano, non danno la sicurezza di poter vincere questa lotta all’occupazione. E allora ho paura di perdere questa battaglia. Ma sento forte dentro me la consolazione dell’esilio. Sogno di poter continuare a studiare, di vincere borse di studio, di fare dello studio della letteratura il mio mestiere, sperando in una Fullbright o in una borsa di dottorato. Ma non qui, dove l’accademia è diventata un settore inaccessibile, più che in passato. Lontano, via, in Canada, Australia o in Germania. Ai sogni, ai sogni italiani, no- a quelli non ci credo più. Ma sogno una vita, altrove

Dora, laureata triennale in Scienze delle Comunicazioni presso l’Università degli Studi di Salerno, in corso per la Magistrale

“Rabbia è dir poco, tanti anni di sacrificio a sgobbare sui libri, a costringere i miei genitori a tirare la cinghia per permettere a me e ai miei fratelli di poter coltivare i nostri sogni, per poi ritrovarmi con un pugno di mosche in mano? Non c’è nessun altro sentimento al di fuori della rabbia che può spiegare il mio stato d’animo: rabbia per trovarmi in un periodo storico nel quale, nella maggior parte dei casi, non contano più le competenza ma chi sei; rabbia perché non è più lecito combattere per realizzare i propri sogni, bensì combattere per arrivare con dignità alla fine del mese; ma soprattutto rabbia perché c’è ancora chi crede che le donne siano solo ed esclusivamente destinate alla cura della casa e dell’allevamento della prole Purtroppo il periodo storico in cui viviamo non è certo dei migliori e non aiuta per niente a mantenere accese le speranze per un futuro in cui i nostri sogni nel cassetto trovino realizzazione specialmente se pensiamo che per le aziende a 28 anni già sei vecchio. In questo modo tutti i nostri sogni andranno sempre più alla malora, tocca a noi renderli vivi, sembra uno slogan ma non è così, per far si che questi luoghi comuni lascino il tempo che trovano bisogna agire e fare tutto ciò che è in nostro potere per poter finalmente dire che tutto è possibile basta impegnarsi. Io sogno di diventare una giornalista per il momento non posso dire di esserlo perché si sa “non si diventa qualcuno dalla sera alla mattina” ma posso dire di essere sulla buona strada e ci riuscirò, devo riuscirci! È il mio sogno e lo realizzerò”

Teresa, 28 anni laureata triennale in Sociologia, prossima alla laurea Magistrale

“Già il fatto che io sia laureata in questa disciplina denota la sfiducia generale nella pubblica opinione che io possa facilmente (o difficilmente) trovare un lavoro, magari solo per il semplice fatto che la maggior parte di loro non sanno nemmeno cosa possa fare un laureato in Sociologia. Negli ultimi anni si sente spesso parlare del fatto che i diplomati, prima di affrontare l’esperienza universitaria, debbano scegliere delle facoltà che permettano loro di poter entrare a far parte del tanto sognato mondo del lavoro. Dunque ti ritrovi a 28 anni a capire che hai sbagliato tutto e che il mondo è fatto solo per gli ingegneri, gli economisti, i medici e via dicendo. Tu avevi pensato che una facoltà umanistica ti avrebbe resa capace di poter fare un lavoro che ti piace, che ti gratifica e che può dare una mano a migliorare le cose che in questa società non vanno, ma in realtà ti accorgi all’improvviso che per il mercato del lavoro tu non servi. Se sei una donna che vive da Roma in giù poi, al massimo puoi lavorare in un call center, puoi dare ripetizioni private ai bambini delle elementari, fare volontariato, seguire stage, master e corsi di formazione che possano farti acquisire competenze per i quali tu non hai studiato (perché non le ritenevi adatte alla tue “aspirazioni”). O sei costretta a trasferirti perché in alcune regioni del Nord le tue capacità potrebbero essere maggiormente apprezzate. Io mi chiedo perché una donna che vive nel Su Italia deve essere costretta a scegliere tra il lavoro e la sua famiglia, la sua città o i suoi progetti con il partner? Per non parlare di quelle donne sposate e con figli… Credo che per molte delle donne della mia generazione questo non sia il tempo dei “sogni”, soprattutto per quanto riguarda l’argomento lavoro. Il trovare un lavoro è diventato il sogno per eccellenza (qualsiasi esso sia) almeno fino a quando non smetti di cercarlo”.

Rosy, laureata triennale in Scienze delle Comunicazioni presso l’Università degli Studi di Salerno e ora studia editoria multimediale e nuove professioni dell’informazione presso La Sapienza, 23 anni

“Beh, credo sia un’affermazione un po’ assurda. La crisi può erodere la possibilità di trovare lavoro ma non può e non deve stroncare anche la possibilità di sognare un mestiere che piace, bisogna almeno provare per poter dire di aver fallito. Ovviamente studiando, investendo il proprio tempo in tirocini con umiltà e un po’ di spirito del sacrificio. Infine penso che il problema di trovare lavoro, al sud come al nord, non sia una questione puramente femminile”.

Sperando che le giovani donne del Sud, in quanto tali, non perdano mai i loro sogni e le loro speranze, gli auguriamo un grandissimo in bocca al lupo. Da parte mia un grazie speciale a quante hanno voluto rilasciare per Controcampus la propria testimonianza.

Google+
© Riproduzione Riservata