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24 ottobre 2012

La felicità

La questione della felicità, ossia se si possa essere felici in questa vita o meno, risale al mondo precristiano e cristiano in Occidente, e investe sia l’Asia Minore che il vicino Oriente. Tutti i pensatori si sono occupati di questo termine, del suo significato e della sua importanza nella vita dell’Uomo.

Nell’antica Grecia il termine per indicare la felicità è eudamonia, che letteralmente significa buon demone ed i filosofi che se ne hanno fatto oggetto delle loro riflessioni sono Socrate, Platone ed Aristotele.

Per tutti e tre la felicità è il fine ultimo di ogni azione umana, perché di fatto ogni individuo pensa di poterla raggiungere; tutti e tre sono convinti che la felicità sia intimamente connessa con l’esercizio della virtù, trattandosi di un legame essenziale, comese la prima fosse connaturata alla seconda e viceversa. I tre filosofi, inoltre, sono convinti che si possa raggiungere la felicità solo se essa viene cercata non strumentalmente, ossia se non viene desiderata in riferimento all’ottenimento di qualcosa d’altro. Ecco perché, in ultima analisi, per i filosofi greci la felicità è legata all’esercizio delle virtù.

Marta Nussbaum, una delle più interessanti autrici della nostra epoca, sostiene che “la felicità è qualcosa simile alla fioritura della vita, una vita attiva, che include tutto ciò che ha un valore intrinseco, ed è completa, nel senso che non le manca nulla che la renderebbe più ricca o migliore” (Nussbaum M.C., 2003, Mill between Aristotle and Bentham, in Daedalus, 4:5).

Dal punto di vista antropologico è evidente che l’agire è la forma di pensiero più antica dell’umanità. Non può esservi ragionamento che prima non sia stato esperienza di vita, ossia ex per ire, uscire per andare. E si esce da un utero per entrare in un altro utero. Da quello materno, biologicamente proposto-imposto, passiamo a quello sociale, culturalmente imposto-proposto.

Vi è però una differenza sostanziale fra i due, perché il primo è condizionato dalla dimensione biologico-naturale della storia personale della madre, mentre il secondo è tanto condizionato dalla storia culturale di quella data società quanto dalla volontà dei singoli membri che ne fanno parte.

In sostanza, l’utero culturale prevede un’azione volitiva individuale con la quale si possono accettare o modificare i contenuti della cultura, seppure molto lentamente e in riferimento agli aspetti più concreti. In effetti, mentre l’azione volitiva umana nell’utero materno si concretizza nell’espulsione del feto da parte della madre e nelle spinte ad uscire da parte del feto stesso, nel caso del sociale l’azione volitiva si ha con l’adesione all’utero sociale stesso, sebbene siano possibili le necessarie modifiche dettate dalla propria individualità.

Ecco che diventa dunque importante, in questo contesto, ricordare che ancora oggi, come al tempo di Aristotele, esiste una profonda differenza fra il piacere e la felicità.

Tale differenza è neurologicamente riscontrabile, come se il nostro filosofo fosse riuscito in anticipo a scoprire quello che oggi ci dice la risonanza magnetica funzionale, oppure la Tomografia ad Emissione di Positroni (PET), per quello che concerne la funzione della serotonina e della dopamina.

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La serotonina è attiva grazie all’espressione del gene D4DR, se più lungo è più influente, e presiede alla sensibilità emotiva, come alla ricerca della novità. La dopamina, invece, è una monoammina. Essa presiede alla percezione del piacere, e attiva tale sensazione dopo un rapporto sessuale, un lauto pranzo, oppure di fronte alla cocaina o all’assunzione di anfetamina e dei suoi derivati, come Extasy, che è una metilendiossianfetamina.

Il cervello distingue ciò che è piacevole dallo spiacevole, ma non l’innocuo rispetto al nocivo. La dimensione della felicità è dunque una questione che non ha a che vedere con il piacere, come invece oggi, questo tipo di società, fa credere a tutti noi. Anche perché il piacere è una sensazione che può essere potenziata quando vivo una esperienza in gruppo, ma è sempre neurologicamente vissuta dall’individuo come singola situazione emozionale. Infatti ogni individuo possiede una propria architettura neuro-cognitiva, frutto dei propri geni in relazione alle esperienze che un preciso ambiente gli procura e gli ha procurato in passato.

Aristotele, nellEtica Nicomachea presenta forse il più importante concetto politico-filosofico dell’intera sua opera dedicata al comportamento umano. Si tratta di uno dei passaggi più noti dell’opera aristotelica, nel quale si afferma appunto la natura sociale e culturale della felicità: “E’ certo assurdo fare dell’uomo felice un solitario: infatti nessuno sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo: l’uomo, infatti, è un essere sociale e portato per natura a vivere insieme con gli altri. Questa caratteristica, quindi, appartiene anche all’uomo felice. (…) L’uomo felice dunque ha bisogno di amici».

Vedremo nel prossimo articolo cosa significa, e soprattutto cosa comporta, a livello comportamentale e cognitivo, rendersi conto che l’Essere umano è effettivamente programmato dalla Natura per poter raggiungere la felicità in questo mondo e come.

Alessandro Bertirotti

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