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23 ottobre 2012

Presentazione libro alla Federico II… ma la platea dov’era?

Mercoledì 3 ottobre alle ore 10.30, presso la  Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti – Accademia Pontaniana della Università degli Studi di Napoli Federico II, si è tenuta la presentazione del nuovo testo di geofisica del Prof. Antonio Rapolla, docente di Fisica Terrestre.

Ospiti alla presentazione la rappresentanza dell’Ordine Regionale dei Geologi, il Consiglio Nazionale dei Geologi e l’Assessore Prof. Edoardo Cosenza, Assessore tra l’altro al settore Opere e Lavori Pubblici e Protezione Civile sul territorio. Moderatore Prof. Giuseppe Luongo, Ordinario di Fisica del Vulcanismo.

Insomma illustri relatori e rappresentanze per la presentazione di un volume che, senza voler entrare nel dettaglio dei contenuti, né tantomeno esprimersi in merito agli stessi, ambisce a porsi come volume, per studenti e professionisti, riguardante l’attuale tema della pericolosità sismica.

Tutti i presupposti per colmare la, dopo tutto, poco capiente aula della Federico II. Aspettative tuttavia disattese. Difatti, a parte le rappresentanze istituzionali, il corpo docenti, tra autori e collaboratori alla realizzazione del testo, qualche altro docente, ed una quindicina di ragazzi provenienti da una scolaresca e accompagnati dalla loro professoressa, in aula non c’era praticamente più nessuno. Sedie vuote nella già piccola (forse volutamente scelta tale) aula della Accademia Pontaniana della Federico II. La domanda che subito veniva da porsi è dove fossero finiti gli studenti della facoltà di Scienze Geologiche di cui l’autore del testo è docente. Meno di dieci… il resto tutti addetti ai lavori o rappresentanze.

Nulla c’entra l’interesse né i contenuti del testo presentato.

Il segnale allarmante proviene dall’inarrestabile calo delle iscrizioni alle università, in special modo alle facoltà tecniche e delle scienze naturali. Nelle aule dove si tengono i corsi, aumentano anno dopo anno le sedie vuote, e spesso alcuni corsi non si tengono affatto per “carenza di studenti”.

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La causa di ciò è da rintracciarsi fondamentalmente nel rapporto fra università e mondo del lavoro.

La realtà è che troppo spesso, soprattutto per le facoltà tecniche, il mondo accademico rimane un universo a se stante restando troppo distante dalle richieste del mercato. Troppo di frequente l’Università non riesce ad essere un tramite né strumento efficace per i giovani che cercano di inserirsi in una realtà sempre più competitiva, che richiede conoscenze e competenze diversificate e specifiche.

Non è più possibile pertanto che si possa restare a livelli didattici di conoscenza che servono più ad assicurare cattedre che non a creare professionalità competitive e concorrenziali per l’attuale esigenza del mercato, sempre più privo di confini geografici. L’Università deve riappropriarsi del proprio ruolo ed essere in grado di assumere una struttura mutevole in funzioni delle variazioni continue che l’attuale realtà lavorativa ci impone.

A questo va ad aggiungersi un aspetto ancora più triste e dal risvolto sociale devastante: il percorso formativo culturale sta perdendo di attrattiva per i nostri giovani; i modelli sociali di successo raramente coincidono con i possibili scenari conseguibili attraverso un percorso di studi. Ciò rischia di influenzare fortemente le scelte in riferimento ai percorsi da intraprendere.

Inutile e impossibile negare che oggi, in Italia, la prospettiva che si pone dinanzi ad uno studente universitario, prevede un percorso lungo e travagliato fatto di disponibilità allo spostamento, magari fuori dallo stesso territorio italiano, stipendi modesti, spesso al limite della sopravvivenza o percorsi individuali lontani anni luce dai tempi in cui il libero professionista veniva identificato come una persona benestante e comunque con una posizione invidiabile, sia dal punto di vista puramente economico, che da quello sociale.

Di fronte a tale scenario il sogno dei nostri ragazzi è andato man mano mutando nel tempo, e la risposta alla fatidica domanda “che cosa vuoi fare da grande” oggi è sempre più orientata verso gli ideali di successo forniti dagli strumenti di comunicazione mediatica.

C’è da chiedersi se è davvero questo il futuro che in nostro Paese ha in serbo per noi. Svuotare le aule universitarie per riversarci tutti sul palcoscenico.

Alessandro Bertirotti

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