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12 dicembre 2012

Greenaway il rottamatore: “Sconfiggere le quattro tirannie che imprigionano il cinema”

Peter Greenaway

All’università di Salerno, lectio magistralis dell’artista britannico Peter Greenaway. “Finora solo un prologo. Il vero cinema inizia adesso, ma è necessario disancorare l’immagine dal testo”

Peter Greenaway

Peter Greenaway

Il cinema è morto” è un brutale e a suo modo affascinante tormentone partorito dalla mente di Peter Greenaway.

Il regista e pittore di Newport ha ribadito il concetto durante la sua lectio magistralis all’università di Fisciano (“Le arti e la settima arte nel XXI secolo”), offrendo un’ampia analisi sulla piega che il grande schermo sarebbe destinato a prendere in futuro.

La conferenza ha avuto luogo nell’Aula Magna d’Ateneo, dove l’artista è stato accolto calorosamente dal saluto istituzionale del Prorettore Maria Galante: “È un momento assai significativo per la nostra università, che cerca quotidianamente di fare da ponte tra i giovani e le attività culturali. Avere qui un regista innovativo e di rottura come Greenaway è un onore per noi”.

Al benvenuto del Prorettore si è associata Maria Giuseppina De Luca, del Dipartimento di Scienze del patrimonio culturale: “L’ospite di oggi è autorevole esponente di una cultura cinematografica che fa della sperimentazione il suo credo e dell’immagine un gioco complesso e rigoroso. Un cinema non più narrativo, ma come artificio; non più finestra sul mondo, ma spazio per dipingere idee”.

È infine intervenuto l’assessore alla Cultura di Salerno, Ermanno Guerra: “Spero l’ospite abbia apprezzato l’accoglienza riservatagli dalla nostra città, da sempre dinamica e aperta alla cultura e per questo in controtendenza rispetto al Paese. Una piccola realtà che ci auguriamo possa fare da modello”.

In seguito la parola è passata allo stesso Greenaway. Che ha parlato, se così si può dire, da vero “rottamatore”: “Il cinema è morto? Forse no. Ma quando non ti accorgi che una cosa è rotta, è difficile aggiustarla”.

La critica mossa dal cineasta britannico mira ad investire tutto il comparto del cinema narrativo: “Molti film usciti negli ultimi 15 anni, come “Il signore degli anelli” ed “Harry Potter”, non sono altro che traduzioni di testi. E quello dell’immagine prigioniera del testo è il primo problema da risolvere”.

Ma non sono solo i registi di ultima generazione a finire nel calderone di Greenaway: “Mi riferisco anche ad artisti come Antonioni e Godard, o contemporanei come Almodovar. In molti casi si tratta più di direttori d’orchestra che di compositori. Forse il vero cinema deve ancora iniziare, forse finora è stato solo un prologo”.

Quanto alla dipartita di un certo tipo di cinema, Greenaway ha una data precisa da indicare: “Il 21 settembre 1963, quando il primo telecomando è entrato in una casa. Lì è cambiato tutto. Ma ancora adesso ci aggrappiamo a concezioni retrograde. Quando ammiriamo un quadro come la “Mona Lisa”, ci è possibile controllare la scala temporale dell’esperienza. Questo al cinema non è permesso, esiste ancora uno schermo che cattura a suo piacimento lo sguardo di tanti spettatori. Oggi, invece, tutti possono consumare immagini come vogliono e persino diventare produttori di immagini, basti pensare allo smartphone”.

Quella a cui il regista sembra puntare è una vera e propria emancipazione del cinema, obbligato a recidere i legami che da troppo tempo lo tengono ancorato al suolo. A tal proposito, sono quattro i “nemici giurati”, le cosiddette “tirannie” da sconfiggere: “Delle prime due, il legame col testo e l’unidirezionalità dello schermo, ho già parlato. Il terzo obiettivo è evitare che qualsiasi film diventi campo da gioco per le Sharon Stone di turno, e lavorare di più sulla recitazione. Infine, occorre anche sfuggire alla tirannia della macchina da presa”.

Una ricetta, quella di Greenaway, cui vanno aggiunte le ultime, importanti riflessioni sulla rivalutazione dei concetti di tempo e genere: “Il tempo del cinema di solito è al passato, mentre andrebbe convertito al presente come accade con la televisione. Un altro fronte su cui lavorare è quello dei generi, che non vanno isolati ma piuttosto contaminati”.

Dopo aver ringraziato i committenti italiani “che mi hanno offerto molte possibilità, come qualche anno fa al museo del design di Milano”, Greenaway è passato dalla teoria alla pratica. Nella fattispecie proiettando alcuni videoclip, esemplificativi della sua arte e del suo modo di pensare e fare cinema.

Ma la sua tournée salernitana non finisce qui: dal 12 al 30 dicembre, sarà protagonista al teatro Ghirelli con “La settima onda”, rilettura de “La tempesta” di Shakespeare. L’evento si avvale della partnership della Fondazione Salerno Contemporanea Teatro Stabile di Innovazione e Change Performing Arts.

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