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22 maggio 2013

Le Avventure di Capitan Salgàri raccontate da Caracciolo e Balestrieri

Stefano Caracciolo

Università degli Studi di FERRARA – Le Avventure di Capitan Salgàri raccontate da Caracciolo e Balestrieri all’ultimo appuntamento di Anatomie della Mente. Giovedì 23 maggio alle 16.30 alla Biblioteca Ariostea

Le Avventure di Capitan Salgàri. Viaggi nella personalità di uno scrittore così esotico che non si è mai mosso da casa sua. E’ questo il titolo dell’ultimo appuntamento dell’edizione 2013 del ciclo “Anatomie della Mente e altre storie… Sei conferenze di varia Psicologia, a cura di Stefano Caracciolo, Ordinario di Psicologia Clinica dell’Università di Ferrara.

Giovedì 23 maggio alle ore 16.30 al Teatro Anatomico della Biblioteca Ariostea, (via Scienze, 17), Stefano Caracciolo e Matteo Balestrieri, Ordinario di Psichiatria dell’Università di Udine, parleranno rispettivamente dei Modelli narrativi e aspetti psicobiografici nell’opera di Emilio Salgari e della Vita avventurosa e tragica dello scrittore.

Come ci anticipano Caracciolo e Balestrieri… “Emilio Salgàri scrittore di libri di avventure, creatore del feroce pirata malese Sandokan e dei Corsari della Filibusta, può essere considerato l’anti De Amicis. I suoi romanzi non sono mai piaciuti agli educatori, pieni come sono di personaggi ed eventi eccessivi, con guerre, lotte sanguinose, massacri, tradimenti, onte da lavare col sangue e offese da punire. Dietro ad ogni intreccio un raggiro, l’imbroglio, la crudeltà selvaggia ed efferata. Ma chi lo ha tradito, chi lo ha offeso nella realtà? Non ha mai potuto viaggiare, un unico viaggio in nave nell’Adriatico, fallimenti scolastici alla Scuola nautica, dove non si è mai guadagnato il titolo di Capitano di cui si fregiava abusivamente. Nella sua povera e triste vita parimenti si trovano bugie, falsità, duelli e invettive, fino al suicidio a nemmeno 50 anni per hara-kiri, sventramento e sgozzamento in un giorno d’aprile in un boschetto nella periferia di Torino. I figli se lo aspettano, lo spiano quella mattina, dopo che già aveva tentato di uccidersi buttandosi sulla sua spada, dopo il ricovero in manicomio della moglie e dopo i debiti che lo costringevano, da forzato della penna e del tavolino, a scrivere ore tutti i giorni (più di cento se ne contano di romanzi salgariani, fra i suoi veri, i falsi, gli apocrifi, quelli pubblicati sotto falso nome per aggirare i contratti di esclusiva degli Editori). E scrive solo su un tavolino zoppo, con una penna rabberciata in cui il pennino è legato da uno spago, con inchiostri pallidi fatti da lui in casa. Pallidi anche perché il nero inchiostro temeva gli danneggiasse la vista: la paura della cecità fu la sua ossessione, a metà fra il timore ipocondriaco e la ricerca istrionica di compatimento. Suicida il padre, suicida uno zio, suicida lui stesso, suicidi due dei quattro figli, battezzati con i nomi improbabili e falso-esotici dei suoi personaggi: Fàtima , Omar, Nadir, Romero. E straziante è l’addio ai figli nel pugno di lettere che gli trovano strette nelle mani:

“Sono ormai un vinto. La malattia di vostra Madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie. Io spero che i milioni dei miei ammiratori che per tanti anni ho divertito ed istruito provvederanno a voi.
Non vi lascio che 150 lire, più un credito di lire 600, che incasserete dalla signora… Vi accludo qui il suo indirizzo. Fatemi seppellire per carità essendo completamente rovinato. Mantenetevi buoni ed onesti e pensate, appena potrete, ad aiutare vostra Madre. Vi bacia tutti col cuore sanguinante il vostro disgraziato padre.
Emilio Salgari

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