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19 giugno 2013

Reputazione all’Unitn. Cos’è la reputazione e come le informazioni sugli altri influenzano la nostra risposta

Reputazione

Reputazione

Università degli Studi di TRENTO – Reputazione: le informazioni sugli altri influenzano la nostra risposta neurale e comportamentale
Gli a priori riducono, fino a farlo tacere, l’apprendimento basato sull’esperienza, rendendoci ciechi rispetto all’evidenza

La reputazione è una faccenda serissima per noi esseri umani, talvolta addirittura decisiva. Le informazioni che ci riguardano influenzano il modo in cui gli altri si rapportano a noi, anche quando ci incontrano per la prima volta. E questo è vero più di quanto non immaginiamo.
Il modo in cui gli esseri umani interagiscono è oggetto di studio di discipline come l’economia, la psicologia e le neuroscienze, che in genere si focalizzano sulle dinamiche in atto durante le interazioni tra individui. In che modo queste si modifichino sulla base delle conoscenze a priori è quanto ha deciso di analizzare un gruppo di ricercatori del CIMeC, guidati dal neuroeconomista Giorgio Coricelli, nella consapevolezza che in particolare nella società odierna, dove siamo tutti connessi e molte transazioni avvengono in modo virtuale, è davvero difficile non avere proprio alcuna idea della persona con la quale andremo a confrontarci. Non occorre andare al grande mondo della finanza, dove questo è massimamente vero. Basta pensare agli acquisti online o alla scelta delle vacanze e a quanto ci lasciamo influenzare dal commento degli altri, non solo nella decisione ma anche nella valutazione successiva di un prodotto o di un’esperienza.

Lo studio condotto di recente dai ricercatori è stato il primo a confrontare le basi neurali delle classiche interazioni tra individui che non si conoscono con quelle dei casi in cui l’apprendimento è basato sulla reputazione, ovvero in presenza di conoscenze a priori sugli altri, situazioni finora studiate separatamente. I risultati, già pubblicati sulla rivista Journal of Neuroscience (Elsa Fouragnan e collaboratori, Reputational Priors Magnify Striatal Responses to Violations of Trust), dicono che la reazione alla violazione della fiducia riposta in un interlocutore collaborativo è diversa a seconda che vengano o meno fornite informazioni sulla reputazione del soggetto (a priori).

«Impariamo a fidarci degli altri sulla base degli esiti di precedenti interazioni, che attivano le regioni del cervello legate alla gratificazione, i cosiddetti circuiti della ricompensa», spiegano i ricercatori. «Abbiamo fatto interagire 20 soggetti con dei partner anonimi, modificando di volta in volta due condizioni sperimentali: quella relativa alla presenza o meno di conoscenze pregresse e quella relativa al livello di affidabilità della controparte».

L’esperimento. Gli scienziati hanno chiesto ai partecipanti di giocare un “trust game”, o gioco della fiducia, in cui dovevano decidere di inviare o meno una quantità di denaro ad un altro giocatore. La quantità inviata veniva poi moltiplicata per 3 prima di raggiungere il secondo giocatore. Questi poteva poi decidere di tenere l’ammontare per sé o rinviarne indietro la metà al primo giocatore. Questo gioco veniva ripetuto numerose volte mantenendo i ruoli e le due controparti. In alcuni casi, il partecipante riceveva informazioni sulle caratteristiche del secondo giocatore (cooperativo vs. individualista, sulla base delle risposte date ad un questionario sulla pro-socialità), prima di iniziare ad interagire con lo stesso.

Risultati. «I risultati mostrano come l’informazione riguardante la reputazione della controparte abbia condizionato in maniera significativa sia il comportamento sia l’attività neuronale durante il gioco del “trust” (fiducia)» spiega Giorgio Coricelli, leader del gruppo.
«Di fatto, l’informazione a priori ha influenzato il comportamento dei partecipanti, rendendolo indipendente dal risultato dell’interazione effettiva, cioè dell’esperienza. In altre parole, i partecipanti hanno continuato ad esprimere fiducia (hanno continuato ad inviare soldi) rispetto ad una controparte che aveva una reputazione a priori positiva anche dopo un’esperienza negativa, cioè anche se la controparte si era comportata in maniera opportunistica (Immagine caudato)».
«Dal punto di vista neuronale, durante l’interazione senza reputazione a priori, osserviamo l’attività dello striato, un’area del cervello parte del sistema dopaminergico che codifica le ricompense e l’apprendimento. Quindi, senza a priori, i partecipanti attivano un sistema di apprendimento durante l’interazione ripetuta con una controparte, quello che in inglese viene chiamato “reputation building”, cioè costruzione della reputazione. Questo mostra come il sistema dopaminergico, che gioca un ruolo fondamentale nell’apprendimento di ricompense di base (es. il cibo), codifica nello stesso modo anche l’apprendimento di stimoli sociali complessi (es. la reputazione). Ma questo processo avviene solo nel caso in cui gli a priori reputazionali non siano presenti. Possiamo dire che, nostro malgrado, gli a priori riducono e in casi estremi annullano l’apprendimento basato sull’esperienza».
Infatti, gli scienziati mettono in guardia: «Ciò ci deve far riflettere sul rischio della diffusione di tali a priori legati alla reputazione e di stimoli sociali che ci condizionano in maniera profonda e ci rendono ciechi rispetto all’evidenza. Il modo in cui tale condizionamento avviene dal punto di vista neurobiologico è riscontrato nell’attività neuronale della corteccia mediana prefrontale in risposta alla presenza dell’informazione a priori sulla reputazione. Questa è un’area comunemente associata alla teoria della mente, cioè la capacità di attribuire stati mentali ad altri per interpretare e predire il loro comportamento. Quindi, la corteccia prefrontale codifica informazioni sociali a priori e usa tali informazioni per condizionare processi di apprendimento spontanei altrimenti basati esclusivamente sull’esperienza (Immagine mPFC)».

Partendo da questo disegno sperimentale, i ricercatori stanno ora investigando gli effetti della presenza di a priori legati alla reputazione sui modi spontanei di acquisizioni di informazioni sociali. «Nello specifico, studiamo il modo in cui la scansione visiva delle facce venga condizionata da informazioni a priori sulle caratteristiche della persona che abbiamo di fronte. Queste ricerche sono di fondamentale importanza in un mondo in cui veniamo continuamente esposti ad informazioni riguardo le persone con cui interagiamo: se da un lato, rispetto al passato, oggi possiamo sapere “tutto” riguardo gli altri in pochi secondi usando motori di ricerca in internet, dall’altro stiamo rischiamo di perdere la capacità di interagire con gli altri e si riducono sempre di più forme spontanee di socializzazione».

GIORGIO CORICELLI
Dopo la laurea in economia presso la Sapienza di Roma, Giorgio Coricelli ha conseguito il dottorato in economia nel 2002 presso la University of Arizona, a Tucson negli Stati Uniti dove ha lavorato con il premio Nobel Vernon L. Smith.

Oggi è docente a tempo determinato presso l’Università di Trento, svolge la sua attività di ricerca presso i laboratori del CIMeC di Mattarello. E’ associate professor al dipartimento di economia e psicologia presso la University of Southern California, a Los Angeles. E’ stato Chargé de Recherche, presso il
Centre de Neurosciences Cognitives, Institut des Sciences Cognitives
dell’Università di Lione e École normale supérieure di Parigi.

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