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4 dicembre 2013

La prof Gardossi dell’Università degli Studi di Trieste nel progetto Horizon 2020

Università degli Studi di TRIESTE – La professoressa Gardossi dell’Università degli Studi di Trieste vice presidente della task force europea per le biotecnologie e la bioeconomia.

Horizon 2020

Horizon 2020

L’Università degli Studi di Trieste porterà la sua voce a Bruxelles per contribuire a definire le politiche e le priorità della ricerca europea per il prossimo programma di ricerca ed innovazione che verrà lanciato il prossimo gennaio e durerà fino al 2020.

La professoressa Lucia Gardossi, del Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Trieste, è stata eletta vice presidente della task force che fornisce supporto scientifico alla Commissione Europea per i settori delle biotecnologie e la bioeconomia all’interno del programma HORIZON 2020 che verrà ufficialmente approvato dal Parlamento Europeo il prossimo 21 novembre e che finanzierà progetti di ricerca ed innovazione per più di 70 miliardi di Euro.

I ventidue esperti di diversi paesi europei stanno già lavorando per definire quali debbano essere le strategie e le priorità dei finanziamenti alla ricerca scientifica che assicurino il raggiungimento degli obiettivi prefissati dall’Unione Europea, vale a dire “crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”.

Per poter fronteggiare la recessione economica e promuovere l’occupazione la Commissione Europea ha scommesso sull’innovazione ed in particolare su una nuova fase di sviluppo industriale sostenibile ma allo stesso tempo competitivo: la cosiddetta “bioeconomia”.

Per bioeconomia l’Unione Europea intende un’economia che impiega le risorse biologiche per la produzione alimentare, industriale ed energetica. Rientrano in tale ambito le energie da biomasse, le bioplastiche ma anche i microrganismi utilizzati per il risanamento ambientale o gli enzimi utilizzati nelle sintesi chimiche. A giocare il ruolo di motore di questa crescita saranno in modo particolare le biotecnologie industriali e le bioraffinerie.

“Le biotecnologie sono un pilastro fondamentale della bioeconomia europea” – spiega la professoressa Gardossi dell’Università degli Studi di Trieste – “che comprende già un mercato di 2000 miliardi di euro annui e 22 milioni di lavoratori, vale a dire il 9% della forza lavoro complessiva. L’industria chimica è probabilmente il settore maggiormente interessato dagli sviluppi della bioeconomia e le nuve tecnologie si muovono verso un’integrazione sempre più stretta tra biotecnologie e chimica. Nei prossimi anni si dovranno sviluppare nuove tecnologie che consentano una maggiore efficienza nell´uso di materie prime rinnovabili ma anche degli scarti industriali e agro-alimentari per produrre energia e materiali. In termini di sviluppo economico, l’Uninione Europea si attende che gli investimenti nella ricerca si traducano in 130.000 nuovi posti di lavoro e 45 miliardi di valore aggiunto per le attività produttive collegate alla bioeconomia”

Su questa strada si colloca anche una previsione della società McKinsey, secondo cui entro il 2020 la domanda globale di prodotti bio-based è destinata a crescere fino a 250 miliardi di euro. Secondo l’Ocse la percentuale di soli prodotti chimici derivati dalle biotecnologie è destinata a crescere dal 2% del 2005 al 25% del 2025.

La professoressa Gardossi si occupa sino dagli anni ’90 dell’integrazione tra biotecnologie e processi chimici per lo sviluppo di processi produttivi più sostenibili basati sull’utilizzo di enzimi ed è stata anche tra i fondatori della spin-off dell’Università degli Studi di Trieste SPRIN S.p.A., attualmente insediata presso l’incubatore BIC di Trieste.

“Gli enzimi sono delle proteine presenti in natura e anche nel corpo umano che agiscono da catalizzatori, ossia velocizzano delle reazioni” -spiega la professoressa Gardossi dell’Università degli Studi di Trieste “Oggi come oggi gli enzimi trovano svariate applicazioni, ad esempio nel campo alimentare, tessile, cosmetico, nell’industria della carta, nella formulazione di detersivi e detergenti, nella chimica fine e nella produzione di biodiesel e bioetanolo.”

A tal riguardo, l’Italia si trova oggi a giocare la parte del leone nel settore dei biocombustibili più avanzati, con la bioraffineria  che il Gruppo Mossi & Ghisolfi ha avviato in provincia di Vercelli. Gli enzimi vengono utilizzati all’interno dei processi che portano alla produzione di bioetanolo di seconda generazione, cioè ottenuto da colture non alimentari. Il concetto di bioraffineria è analogo a quello relativo ai processi di raffinazione petrolchimica, con i quali si produce un’ampia gamma di prodotti e combustibili usando risorse rinnovabili.

L’Europa ha una posizione di leadership nelle industrie chimiche e degli enzimi e un settore biotecnologico in rapida crescita. La ricerca europea in questo settore è sicuramente all’avanguardia, grazie anche ad un tessuto di industrie e piccole imprese che investono in innovazione e collaborano con il settore pubblico. Va tenuto presente che gli addetti al settore chimico in Europa sono 1,2 milioni e che quello chimico è il settore manifatturiero con il più alto valore aggiunto per addetto, corrispondente al 1,1% del PIL totale europeo. (dati da “Dentro la Bioeconomy”, di M. Bonaccorso, Il Bioeconomista).

L’Italia spicca nel panorama europeo anche per l’esperienza di Novamont che produce la bioplastica Materbi insieme a Versalis (società chimica del Gruppo Eni) con la joint venture Matrìca attiva a Porto Torres, in Sardegna. Matrìca rappresenta uno dei poli industriali di chimica verde più innovativi al mondo e mira allla produzione di intermedi chimici quali monomeri, additivi per lubrificanti ed elastomeri e polimeri biodegradabili ottenuti a partire da materie prime rinnovabili (oli vegetali e scarti agricoli).

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