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28 Gennaio 2019

Ciclo abiotico del carbonio: ricerca Università di Modena e Reggio Emilia

Ciclo abiotico del carbonio
Ciclo abiotico del carbonio

Ciclo abiotico del carbonio

Dall’Appennino Reggiano ulteriore tassello alla ricostruzione del ciclo abiotico carbonio. Ecco la ricerca nel dettaglio.

Ancora una scoperta dai ricercatori di Unimore del Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche.

Il gruppo guidato dai proff. Daniele Brunelli e Daniele Malferrari, grazie a studi condotti su affioramenti ofiolitici dell’Appennino reggiano, hanno aggiunto un importante tassello nella ricostruzione del ciclo abiotico del carbonio.

Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche di Unimore ha guidato una ricerca internazionale che aggiunge un importante tassello alla ricostruzione del ciclo abiotico del carbonio.

Tanto che lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Communications.

Gli studiosi coinvolti Marie Catherine Sforna, ora all’Université de Liège, Daniele Brunelli, Daniele Malferrari e Valerio Pasini di Unimore, in collaborazione con colleghi stranieri dell’Université Paris Diderot e Institut de Physique du Globe de Paris, hanno dimostrato che importanti depositi di carbonio possono formarsi durante i processi di alterazione di rocce silicatiche ad elevato contenuto di ferro e magnesio.

Ciclo abiotico del carbonio: gli ultimi sviluppi della ricerca a cui a collaborato UNIMORE

Le rocce studiate provengono da un affioramento ofiolitico dell’Appennino reggiano collocato vicino all’abitato di Castelnovo ne’ Monti. Le ofioliti sono frammenti di crosta oceanica, di dimensioni estremamene variabili (da pochi m a km), rimasti “intrappolati” nelle argille dell’Appennino modenese e reggiano durante lo scontro tra la placca Africana ed Europea.

Questa scoperta, resa possibile dalle moderne tecnologie, segue la linea tracciata in passato da illustri scienziati dell’Ateneo emiliano tra cui ricordiamo i professori Mario BertolaniLuciano Poppi e Antonio Rossi. Essa rivela alcuni aspetti del ciclo del carbonio non legato ad organismi viventi, uomo incluso. Tuttavia il carbonio “intrappolato” nelle rocce rimane sequestrato per milioni di anni. Potrebbe rappresentare una fonte di nutrimento per i microrganismi che si sviluppano a contatto con esse.

Grazie all’ausilio delle conoscenze pregresse, di modelli teorici e di moderne tecnologie, queste rocce hanno rivelato un ulteriore segreto. Tre distinti tipi di “materia carboniosa” si sono accumulati abioticamente in conseguenza di successivi stadi idrotermali, a temperatura progressivamente decrescente. Seguendo distinti processi di trasformazione chimica e strutturale dei minerali originariamente presenti. I depositi di carbonio, osservati in queste rocce “vecchie” di alcune decine di milioni di anni, si sono formati sul fondo dell’antico oceano della Tetide.

Tuttavia l’aspetto più importante è che questi processi non sono da ritenersi isolati. Bensì diffusi in tutti gli oceani sia del passato geologico sia attuali, come ad esempio lungo le dorsali Atlantica o Pacifica. Essi hanno perciò un impatto globale nel ciclo del carbonio di grande importanza per l’evoluzione climatica e biologica alla scala planetaria.

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