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25 maggio 2010

Michele De Lucchi alla Sapienza

Giovedì 19 Maggio, per il ciclo Comunicare design. Self portraits, La Sapienza ha ospitato l’architetto e disigner Michele De Lucchi. L’aula I della facoltà di architettura Ludovico Quaroni era gremita di universitari frementi all’idea di incontrare una figura tanto carismatica.

Dopo una breve introduzione di Tonino Paris, docente di disegno industriale, e dopo un emozionato omaggio posto da Cecilia Cecchini, docente di tecnologie generali per disegno industriale, De Lucchi ha la possibilità di parlare egli stesso delle proprie esperienze, mettendole al servizio dei futuri architetti e designer presenti in aula, perché ne possano trarre beneficio.

L’ospite ripercorre tutta la sua vita in modo critico e dispensando consigli, con l’ausilio di una lavagnetta magnetica che proiettava delle foto commentate con delle frasi che aveva preventivamente scritto. Già il modo d’approcciarsi al suo pubblico sembra voler essere indice di ciò che è diventato il fulcro di tutto il suo pensiero, ovvero saper piegare “la tecnologia al servizio dell’artigiano” e non essere fagocitati da essa.

Così, attraverso l’ausilio tecnologico, De Lucchi ha potuto mostrare mostrare la prima di una lunga serie di fotografie sottotitolate a mano che lo hanno ricondotto a ripercorrere i momenti della laurea conseguita a Firenze nel 1975, passando poi per l’esperienza al gruppo Menphis e al gruppo Alchymia, in cui sperimenta l’artigianato e riflette sul ruolo del designer, per poi passare alla Olivetti e confrontarsi con i grandi numeri dell’industria, sperimentare in proprio nel suo Chioso sul lago Maggiore fondando l’indipendente Produzione Privata, e terminare infine con gli ultimi lavori per Enel, Poste Italiane, il Ponte della pace in Georgia e gli Alberi, ancora inediti, per Produzione Privata.

Egli non smette mai di sottolineare quello che gli antichi greci sintetizzavano con la frase κατα τεκνι τεκνοσ, ovvero porre un’ottima tecnica al servizio di un’idea ispirata; un tentativo, quindi, di tirar fuori dalla terra tutta la competenza che la tradizione ha prodotto per poter rappresentare il mondo.

De Lucchi racconta di aver sviluppato un metodo di lavoro indipendente dagli esiti finali ma, comunque, mirato a migliorare la vita dell’uomo rispettando la natura; gli oggetti sono sempre scarnificati dal superfluo e mantengono l’equilibrio necessario fra razionalità ed emotività.

Come lo stesso architetto ha ricordato, anche uno dei miti della scienza, ha saggiato questo argomento di massima importanza per tutti i campi della vita e, senza alcun dubbio, per la vita stessa, dichiarando che “il progresso è la ricerca dell’uomo di controllare razionalmente la sfera emotiva”.

De Lucchi conclude il suo iter ricordando alla platea quanto sia importante soddisfare, prima ancora che il cliente, la propria coscienza che, ricordando la didascalia di accompagnamento alla foto, “è gentile ma è esigente”.

All’uscita dall’aula serpeggiavano fra i gruppetti spontaneamente formatisi dichiarazioni di ammirazione, soddisfazione e, qualche volta, capitava anche di percepire sconforto e insicurezza sugli esiti personali che, irrimediabilmente, si annullano al confronto dell’architetto e disigner.

Serena Calabrese

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