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14 maggio 2010

Spesa pubblica e Senato delle Regioni

La riforma della seconda Camera, se ben fatta, non solo inciderà sulla forma di stato completando il disegno federale, quanto potrà apportare notevoli vantaggi economici alla nazione.

La riforma della seconda Camera, se ben fatta, non solo inciderà sulla forma di stato completando il disegno federale, quanto potrà apportare notevoli vantaggi economici alla nazione.

Invero, è risaputo che nel disegno costituzionale del 1948 il Senato doveva essere eletto su “base regionale”; si faceva quindi rinvio ad una fonte ordinaria per l’attuazione di tale enunciato. Ciò, invece, non è mai accaduto, in quanto la cd. “base regionale” è stata presa in considerazione soltanto ai fini del sistema di elezione e non al fine di creare una reale rappresentanza locale in seno al Parlamento, per cui oggi le funzioni svolte dal Senato in un sistema di bicameralismo perfetto si riducono ad un’ inutile reiterazione del lavoro normativo svoltosi alla Camera.

È sotto gli occhi di tutti, infatti, che il Senato ha gli stessi poteri e svolge le stesse funzioni della Camera dei deputati, costituendo un inutile doppione della funzione legislativa e allungando notevolmente i termini del procedimento legislativo, soprattutto quando intervengono emendamenti, con grave danno delle aspettative dei cittadini.

Con la legge n. 3/2001 è stato riformato il titolo V della Carta Costituzionale in senso federale, federalismo com’è noto già preannunciato da Bassanini nel 1997 con il cd. federalismo amministrativo. La legge costituzionale riproduce più o meno i principi statuiti nel 1997, crea in Italia una forma di stato federale ed allarga alle Regioni la potestà legislativa a materie sulle quali prima non avevano competenze, esclusione fatta delle cd. materie “collante” (una ventina in tutto) riservate esclusivamente allo Stato e ad altre (circa venti) riservate alla potestà ripartita tra Stato e Regioni (allo Stato le leggi cornice, alle Regioni la legge di dettaglio).

Il Legislatore costituzionale elimina ogni controllo sulla potestà legislativa ed amministrativa dello Stato, facendo in tal modo “esplodere” l’autonomia regionale. Ma la caratteristica del nostro Stato federale, oggi definito “minimo”, è costituita appunto dall’ autonomia legata allo statuto che da atto statale diviene atto esclusivamente regionale rinforzato e per la carenza di ogni controllo, in quanto a nostro avviso non può considerarsi l’impugnativa davanti alla Corte atto di controllo, bensì intervento giurisdizionale.

L’unico punto non toccato dalla riforma è la mancata creazione della seconda Camera, definita Camera delle Regioni. In tal modo gli interessi locali continuano a non trovare protezione in un proprio organo, che viene escluso dal circuito legislativo costituzionale, fatto questo che impedisce la completa riforma federale dello Stato. Ma il vantaggio nazionale di una riforma in tal senso, e cioè la trasformazione del Senato in un organo posto a tutela esclusivamente degli interessi locali (bicameralismo imperfetto) porterebbe a vantaggi enormi soprattutto di natura finanziaria e non si comprende come fino ad oggi la riforma, almeno per quanto riguarda detto organo, non sia stata integrata.

Vero è che la carente volontà del legislatore si espresse allorquando nel creare il c.d. “ pacchetto della riforma” obliterò tale passaggio includendo la soluzione del problema in una seconda “trance”, che prevedeva anche la riforma della forma di governo. Non si può escludere che trattasi di tattiche politiche tra i partiti, per cui oggi abbiamo una riforma “monca” che continua ad essere tale dal 2001 e che gli studiosi a ragione definiscono “federalismo minimo”.

Ma quali sono i vantaggi di una riforma immediata della seconda Camera? Anzitutto il sistema monocamerale per le materie di competenza statale creerebbe procedure rapide per la definizione di procedimenti legislativi. Il Senato delle Regioni interverrebbe soltanto per questioni prettamente locali a tutela dei relativi interessi, in questo caso opererebbe come seconda Camera.

In ogni caso tale procedimento da più parti previsto, parlo di sistemi procedurali europei di tipo cooperativo, potrebbe essere snellito più che attraverso una duplice deliberazione di Camera e Senato, da accordi basati su una leale collaborazione tra Stato e Regioni.

Ma come comporre la seconda Camera? La ragione vorrebbe soprattutto, in un momento di grande crisi economica dello Stato, che i relativi rappresentanti siano scelti tra gli stessi consiglieri regionali, se non altro in virtù della conoscenza dei problemi locali da loro rappresentati. E la loro indennità per la funzione svolta in seno al Consiglio Regionale eviterebbe eventuali sprechi diretti all’elezione di altri soggetti che dovrebbero rappresentare il territorio per essere retribuiti a parte e non impegnerebbe lo Stato per diversi milioni di euro. Il rappresentante regionale in Senato, dovrà contentarsi della sola indennità corrispostagli dalla Regione. Se si pensa che il bilancio del Senato per l’anno 2008 è pari a € 594.500.000 e non si discosta molto dalla cifra dell’anno precedente, si può dedurre quanta responsabilità abbia il nostro legislatore di non aver affrontato fin dal 2001 tale problema. La riforma in tal senso costituirebbe un vero “tesoretto”.

Vero è che il problema è stato fuorviato dalle proposte sulla riduzione del numero di deputati e senatori, cosa che neanche è avvenuta e che, comunque, se si fosse realizzata avrebbe ampiamente superato il numero dei rappresentanti previsti in Stati molto più vasti del nostro stivale (vedi i sistemi degli U.S.A., Germania, ecc…).

Pertanto la eliminazione dell’attuale seconda camera (Senato) e la trasformazione di essa in Senato regionale soprattutto in un momento di crisi economica si impone soprattutto come rimedio ad essa, in quanto incrementerebbe di gran lunga il patrimonio dello Stato, operazione attualmente necessaria se si tiene conto, tra l’altro, che i nostri rappresentanti oltre ad ingenti benefici economici, incontrano privilegi di ogni tipo (segreterie gratuite, auto blu, uso gratuito di mezzi pubblici, ecc…).

Se si pensa, inoltre, che le venti Regioni italiane in ipotesi potrebbero scegliere quali rappresentanti alla seconda Camera al massimo anche cinque deputati regionali, si giungerebbe ad un numero tale da poter interferire pesantemente, con una ridottissima spesa (per cento deputati), sull’economia nazionale, mediante l’eliminazione della seconda Camera, che oggi con 315 senatori costa quel che costa.

Si auspica pertanto che il buonsenso del legislatore porti ad una riforma in tempi brevissimi.

Prof. Carmine Pepe
Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico
Università degli studi di Salerno

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