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18 luglio 2010

Burqa dentro e fuori dalle Università

Sura XXIV An-Nûr (La Luce)

“E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere una copertura fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ( … ) E non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare”

Che la religione abbia un ruolo fondamentale nella nostra vita è chiaro a tutti e lo era anche prima che la questione religiosa si imponesse con forza anche nella vita di chi non si fosse mai considerato credente; qualsiasi sia la nostra fede essa ci chiede con prepotenza, ora come non mai, di fare delle scelte, di prendere delle decisioni, perché con l’evoluzione della società, dei costumi, delle menti e degli spiriti non possiamo dare più nulla per scontato e tutto diventa una questione di principio.

Il 13 Luglio in Francia vi è stata l’approvazione da parte dell’Assemblée Nationale sulla proposta di legge di interdire il velo integrale nei luoghi pubblici ( quindi anche nelle scuole ed università ) con 335 voti favorevoli e 1 contrario. Una vittoria per il presidente Sarkozy che, dopo la decisione del Belgio di diventare il primo paese europeo a vietare l’uso del burqa nei luoghi pubblici il 30 Aprile 2010, ne aveva fatto una battaglia politica che ha diviso l’opinione pubblica ed ora altri Paesi europei si preparano ad avviare iniziative del genere.

Una questione per nulla semplice, se anche Amnesty International interviene criticando il divieto del burqa in Belgio, mentre in Francia, si spera che le motivazioni annesse al progetto di legge approvato siano sufficienti perché non arrivino bocciature e censure dai giudici costituzionali o dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

In Inghilterra, invece, si è preferito dare maggiore autonomia alle singole amministrazioni ed il mondo accademico inglese discute ancora dopo due eventi che hanno segnato il 2009 : la decisione dell’Università di Cambridge di concedere ad una studentessa di indossare il burqa sotto la feluca durante la cerimonia di laurea ( il portavoce dell’ateneo si è giustificato sostenendo che la studentessa, durante il suo corso di studi, l’ha indossata quotidianamente) e la scelta del Burnley College, nel Lancashire, di imporre ad una delle studentesse, Shawana Bilges, di toglierli il burqa, anche per motivi di comunicabilità e sicurezza ( la ragazza poi ha preferito non rinunciare al suo abito ed abbandonare l’istituto).

Ancora una volta si propone violentemente la questione religiosa in Europa. Minoranze contro altre Minoranze. Da una parte vi è l’esigenza di difendere le donne dall’imposizione di una pratica che spesso abusa di interpretazioni late dei passi del Corano e dall’altra bisogna garantire il diritto di ciascun cittadino di vivere pienamente la propria fede religiosa con tutte i sacrifici che ciò può comportare. La vicenda inglese è un segnale chiaro che qui, però, non stiamo parlando “solo” di donne prigioniere tra le mura domestiche, prive di qualsiasi istruzioni e dedicate esclusivamente alla famiglia. No, qui stiamo parlando anche di donne che studiano, che si laureano e che un giorno faranno parte ( e molte lo fanno già ) della classe dirigente europea. Donne che hanno piena consapevolezza della propria condizione, dei loro diritti e dei loro obblighi sia come cittadine europee che come Musulmane e per le quali bisogna cercare di capire se queste leggi effettivamente le tutelino o meno.

Il problema principale è, dunque, quando siano le stesse donne , aldilà di qualsiasi comando familiare o maritale, a decidere di coprirsi il capo. Una scelta consapevole è qualcosa che la legge, per quanto repressiva possa essere, difficilmente riesce a modificare. Allora c’è da chiedersi se in tutti quei casi in cui sono giovani donne universitarie, forti della loro cultura e della loro istruzione, a scegliere consapevolmente di coprirsi interamente, una legge che dichiari tale scelta “illegale” sia la strada giusta per garantire la loro “integrazione” con il resto della società.

Di certo aiuterebbe un’interpretazione del Corano più liberale e conforme a quelli che sono i diritti fondamentali dell’uomo ( soluzione che si dovrebbe applicare a tutti i testi sacri ), un’interpretazione che andrebbe diffusa proprio in quelle sedi in cui la cultura nasce e si afferma, come le università. Un’interpretazione “giusta ”che origini da eminenti fonti musulmane e non da una massa volgare di opinionisti che non hanno la minima idea della complessità dell’argomento. Una diversa visione del Corano che non neghi alle giovani studentesse musulmane il loro irrinunciabile desiderio di adempiere i loro obblighi come musulmane senza, però, spingerle a rinunciare ai loro diritti di cittadine libere.

Fonti eminenti come Halef Afshar, iraniana, musulmana e professoressa in Politica e Studi sulle donne presso l’Università di York (Inghilterra) e membro della Camera dei Lords. La prof.ssa Afhsar , interrogata sulla questione del velo e dell’obbligo generale per le donne di coprirsi, ha risposto:

L’obbligo per la donna di coprirsi con un velo integrale o meno trova il suo fondamento su tradizioni antiche . Non sorprende che ad interpretare così la sunna siano stati uomini, che escludevano che la donna potesse avere un qualsiasi ruolo all’interno della società, aldilà di quelli che classici, propri di un’epoca remota. Il versetto va interpretato come un richiamo per le donne alla sobrietà e all’umiltà e non come un appiglio per giustificarne la sottomissione e l’umiliazione

L’opinione espressa dalla professoressa Afshar può essere condivisa o meno, ma senza dubbio rappresenta un esempio chiaro di come il mondo accademico possa riuscire lì dove la legge fallisce, ossia nel restituire alle donne, che liberamente hanno scelto di coprirsi, la possibilità di partecipare al dialogo, al confronto, strumento fondamentale per liberare qualsiasi credo religioso dai vecchi istituti, violenti e superflui e garantire effettivamente la comunione tra chi decide di vivere appieno la propria fede e chi invece vuole vivere appieno i propri diritti.

Domenico Lanzara

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