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13 luglio 2010

Una studentessa nel paese della riforma.

Una studentessa iscritta alla Facoltà di Lingue e Letterature Stranire di Pisa, scrive una lettera semplice ma sentita, destinata a tutti i direttori di giornali.La situazione in cui si trova l’Università Pubblica italiana non è certo quella che si potrebbe definire una situazione “felice“.
Il marcio era però già nelle viscere più interne dell’organismo universitario, ma sembra che solo ora stia venendo fuori lasciando i più meravigliati.

Ma di cosa ci si meraviglia?
La situazione precaria dei ricercatori non è forse una cosa risaputa già da tempo?
Vi siete mai chiesti perché la maggior parte dei ricercatori scappano all’estero?
La riforma del tre più due non è forse una modifica che già dall’inizio mostrava problemi e forti dubbi?
L’elenco sarebbe molto più lungo ma è in utile soffermarsi su ciò che già è stato,il presente sembra molto più grave.

Ci sono Facoltà che minacciano di chiudere le iscrizioni a settembre, altre di non far partire corsi di laurea e altre ancora come in questo caso la Facoltà di Lingue e Letterature di Pisa che hanno già bloccato gli esami fino al 12 luglio.

A questo proposito riportiamo qui le parole scritte da una giovane studentessa:

Caro direttore,
sono una studentessa di Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Pisa che, fino a qualche giorno fa, stava studiando per sostenere gli esami di luglio. Poi, come un fulmine a ciel sereno – a pensarci bene è ormai da diverso tempo che il cielo all’università non è poi così sereno – è arrivata la notizia inaspettata, è comparso l’avviso nefasto: il blocco degli esami di luglio da parte di docenti e ricercatori e, di conseguenza, l’addio degli studenti alla speranza di ricevere la borsa di studio.
Quasi nessuno ne ha parlato, anche se sicuramente ne avranno parlato con estrema apprensione tutte le famiglie italiane che hanno almeno un figlio all’università, per non parlare delle famiglie in cui, se il figlio ha la possibilità di studiare, è solo grazie alla borsa di studio a cui dovrà rinunciare, non potendo sostenere gli esami necessari a raggiungere il numero di crediti previsto dal regolamento.
Esterrefatti, io e miei colleghi ci siamo chiesti il perché di un provvedimento così devastante e, come tanti piccoli Alice nel paese delle meraviglie, ci siamo visti catapultare nel fantastico mondo della riforma universitaria proposta dal Ministro Gelmini, dove abbiamo visto cose straordinarie, veramente strabilianti, come un’università svuotata della sua autonomia, in cui il potere di gestione si concentra nelle mani del Rettore e del Consiglio di Amministrazione. Ma non è tutto. Abbiamo visto anche qualcosa di neanche lontanamente immaginabile: la messa ad esaurimento della figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituita da quella del ricercatore con contratto a tempo determinato di tre anni rinnovabile una volta, senza alcun riconoscimento giuridico dell’attività didattica. Insomma, cose dell’altro mondo.
A questo punto, ci siamo accorti che tutto quello che avevamo visto non era altro che il nostro futuro, e in parte anche il nostro presente. Un presente in cui i ricercatori fanno lezione gratis, in cui le biblioteche hanno dovuto rinunciare agli abbonamenti alle riviste specializzate, in cui non ci sono soldi neanche per aggiustare un computer, in cui i docenti non sono liberi di fare le fotocopie per gli studenti – che pagano le tasse – senza dover incorrere in procedure burocratiche proibitive, e un futuro in cui il blocco del turn-over impedirà il reclutamento di nuove leve scientifiche, in cui gli sviluppi stipendiali previsti per il pubblico impiego verranno aboliti. Alla luce di ciò, noi studenti abbiamo deciso di opporre un “no” categorico a un presente e a un futuro come questi.
Ci siamo dunque uniti a docenti, ricercatori e amministrativi – i quali hanno assicurato di ripristinare la sessione di esami a partire dal 12 luglio – organizzando assemblee con lo scopo di definire forme di protesta che impediscano lo sfacelo dell’Università Pubblica.
D’altra parte, se i ricercatori decidono di smettere di fare lezione gratis – è democratico pretendere che i cittadini lavorino gratis? –, l’università si ferma. E se si ferma l’università, si ferma la cultura, insieme al nostro futuro.

Una studentessa nel paese della riforma.

Non serve aggiungere altre parole a questa lettera che sembra esprimere a pieno il punto di vista generale di tutti gli studenti che in questo momento si trovano ad affrontare l’Università che cambia.

Letizia Del Regno

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