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14 gennaio 2011

Hereafter

Giunto quasi alla veneranda età di 81 anni, Eastwood rimane sempre l’instancabile lavoratore di sempre. Come una sorta di corpo pletorico in continua ebollizione produce, dirige e recita senza sosta.

Il progetto di Hereafter (vincitore di un National Board of Review Awards 2010: top ten films) nasce proprio come summa di tutte le sue esperienze. Un film quindi estremamente pensato e studiato, nel quale dovrebbe confluire l’intera prospettiva dell’autore in merito all’elaborazione del lutto.

Dopo aver trattato, in modo molto personale peraltro, l’eutanasia in Million Dollar Baby (2004), i conflitti razziali in Gran Torino (2008) e politici con Invictus (2009), Clint Eastwood si pone a confronto del più grande interrogativo di tutti i tempi, la morte.

Attraverso l’intrecciarsi di tre differenti storie, con altrettante differenti ubicazioni geografiche e contorni sociali, lo spettatore è chiamato a condividere la sua empatia con coloro che restano radicati alla vita, nonostante le esperienze di pre-morte che tutti, ciascuno a modo suo, hanno subito.

Interessante intuizione quella di dipanare la storia attraverso tre tracce, molto meno originale però, quella di unirle tramite un montaggio parallelo e alternato estremamente classico, che riduce l’azione a pura stasi e prevedibilità. Un unico tempo e un’unica azione per tutte e tre le storie sembra appiattire un potenziale e dinamico flusso e riflusso fra le parti drammaturgiche e i personaggi. Improbabili congiungimenti spazio-temporali sembrano voler essere gli unici, deboli colpi di scena della narrazione.

I personaggi risultano di conseguenza delle marionette in balia di un regista troppo impegnato nell’atto consolatorio, tanto da perdere di vista i conflitti e l’imprevedibilità umana dinanzi alla morte.

Personaggi pesantemente infarciti di passato e presente, ma privi di qualsiasi slancio emotivo, come intorpiditi in un’improbabile recita dei corpi morti. Un’ idea quindi in perfetta sintonia con la perdita, il lutto. Non fosse che, anche dopo essere risaliti in superficie dal mondo dell’Ade, i personaggi continuano ad essere vuoti, anonimi e funerei.

Nonostante aver dato prova delle ottime ed entusiasmanti capacità registiche, con Hereafter Eastwood sembra fare un passo indietro, proprio con quello che doveva essere uno fra i suoi film più personali.

Unico elemento che ci riporta ai tempi gloriosi, di appena due anni fa, è la colonna sonora, firmata dallo stesso autore, come sempre delicata ma distinta, una sorta di vapore benefico che si fa strada lentamente.
Nel complesso non un cattivo film, ma di certo non all’altezza delle precedenti opere, ricche di umanità, non di feticci atteggiamenti umani.

Serena Calabrese

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