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31 Maggio 2011

L’Unisa è Viral 1.0

All’ Unisa è Viral 1.0! Il convegno organizzato dalle cattedre di Sociologia dei Processi Culturali , Teoria e Modelli degli Audiovisivi e dal neonato Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, si incentra sulle nuove possibilità e modalità di sperimentare le potenzialità dei flussi comunicativi innescati sfruttando il network paritetico delle comunità di internauti e quindi la più antica tecnica di diffusione dei messaggi, ovvero il passaparola, che conferisce alla comunicazione le proprietà virali di totalizzare contatti e raggiungere esiti non pre-ordinabili, seguendo traiettorie diffusive autonome.

L’evento è stato animato dagli interventi di Alfonso Amendola, Peppe De Marco (Designer e Comunicatore Visivo, fondatore di MediaVox), Alex Giordano (co-fondatore di Ninja Marketing), e dalla presentazione di video-clip (format virale per eccellenza) testimonianti i lavori artistici di band musicali, collettivi artistici e di informazione.

Easy Virality? – In tempi in cui la presenza in Internet di ciascuno di noi diventa sempre più sfondo ubiquitario del vivere le nostre relazioni sociali , automatizzandosi nel flusso delle nostre azioni quotidiane e talvolta caricandosi di senso quasi fosse un rito, ciascuno di noi esprime nell’uso del web anche l’adesione alle forme di partecipazione rese possibili dall’interattività degli ambienti web.

La comunicazione virale è pienamente figlia della logica partecipativa e anti-verticistica di Internet. Espressione della connotazione tribale ravvisabile nelle comunità del web, essa recupera l’assetto atomistico e interattivo della conversazione e utilizza quindi ciascun soggetto interconnesso come ricevitore e diffusore del messaggio. Semplice curiosità o chiamata all’adesione valoriale, oltre all’atto comunicativo lanciato ciascun soggetto allega una proposta di condivisione rivolta all’anello successivo della catena. Il viral nega la comunicazione massiva:la fonte perde infatti la possibilità di controllo sul tragitto dei messaggi che si predispongono quindi alla deriva senza possibilità di pianificarne un approdo certo.

Ma l’innesco della viralità sussiste solo sul presupposto andare oltre il consiglio interessato (di cui ciascuno di noi facilmente diffida) e di presentarsi chiaramente invece come contenuti che suscitano interesse e motivano all’azione diffusiva: molto più facile a dirsi che a farsi!

Viralità e Marketing -Passaparola e rete sociale digitale sono gli ingredienti che hanno decretato il successo strepitoso di alcuni prodotti. Valga per tutti il primo case history di viral marketing: nel 1997 il servizio di posta elettronica lanciato da Hotmail fece registrare una crescita di 12 milioni di utenti in 18 mesi semplicemente allegando l’invito a creare gratuitamente l’ account alla fine dei messaggi inviati dagli utenti hotmail ai propri contatti di diverso provider.

Il viral marketing dunque si riferisce a quelle strategie comunicative (solitamente low cost) che stimolano e incoraggiano le persone a trasmettere e diffondere un messaggio generando le premesse per una crescita esponenziale della sua notorietà.

Far passare il Messaggio – La comunicazione virale applicata al www ha diversi punti di forza (semplicità e velocità di diffusione , molteplicità di mezzi e di codici) oltre alle possibilità di raccogliere informazioni sul comportamento degli utenti e misurare i risultati. Ma ciò che fa differire di molto il significato delle iniziative viral è il motivo sottostante all’utilizzo. E così grazie agli interventi dei relatori e soprattutto alla presentazione e discussione di audiovisivi inerenti a progetti che hanno scelto l’autopromozione virale, questo primo convegno ha posto l’enfasi sul viral come modalità distributiva non-convenzionale di contenuti sperimentali che non troverebbero spazio nei circuiti più formali e ufficiali dei grandi media.

Le epidemie di senso sono da tempo un veicolo di cui si sono interessate le derive artistiche della video-arte di avanguardia; nato come possibilità di cortocircuitare le maglie strette del mainstream, al meccanismo virale si sono poi interessate le imprese per cui oggi è importante distinguere le iniziative di marketing virale rientranti nel mix del piano di comunicazione di un’impresa dalla viral communication messa in atto ad esempio da collettivi artistici autofinanziati.

Oltre ai tipi di socialità permessi dall’interattività delle tecnologie del web, Il viral si rende allora possibile perché le proposte artistico-culturali che scaturiscono dalla filiera professionale dei Media di massa e dal regime di visibilità da essi controllato non soddisfano appieno il bisogno di identificazione e il requisito della rilevanza dato dal sistema di valori e di gusti delle persone.
E allora i messaggi della rock band Yumma Re, quelli sputati dal combat-rap di Morfuoco o dei Tropa D’Elite, quelli del raggae umoristico dei Paranza Vibes sono “viralizzabili” perché incontrano l’interesse e il favor delle nicchie dei followers che danno proseguo a tali progetti anche solo contribuendo a diffonderli all’interno del proprio network.

Tensioni social-mediali – La viralità può dunque servire bene a organizzare un impegno sociale diffuso e l’impossibilità di pianificarla integralmente è garanzia dell’interesse collettivo manifestato attorno al messaggio virale. Le centomila visite del canale YouTube del collettivo Gunpania stanno a testimoniare anche questo. Il collettivo propone di fare informazione guidata dagli interessi quotidiani della gente: dalla sospensione del reddito di cittadinanza, al sogno di partecipare al Grande Fratello, dalla segnaletica turistica mancante ai disagi quotidiani della vita dei Rioni, il dramma e la speranza riverbera dalla pancia della gente e rimbalza forse fino all’occhio e l’orecchio di chi ha il dovere di porre rimedi per via amministrativa.

Altro tema è la possibilità di coagulare varie professionalità (trattate quindi come tali) attorno a progetti di comunicazione virale partendo dal presupposto che l’autorganizzazione dal basso non può comportare l’esistenza di una filiera professionale che invece distingue l’ “imbuto” degli editori rivolti al mercato di massa. Il modello distributivo pone problemi di resa qualitativa ma sembra fatto apposta per idee altrove snobbate che devono e vogliono proseguirsi.

Raffaele La Gala

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