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13 giugno 2011

Cesare Beccaria e il Dibattito sulla Pena di Morte

Cesare Beccaria

Il marchese Cesare Beccaria(1738 – 1794), rappresentante della cultura illuministica lombarda, scrisse “Dei delitti e delle pene” a soli 26 anni

Cesare Beccaria

Cesare Beccaria

Nella breve opera pubblicata per la prima volta anonima nel 1764 a Livorno di Cesare Beccaria, si condannava, con moderna lungimiranza, la tortura, la pena di morte e in generale tutto il sistema giudiziario delle monarchie assolute.

I concetti espressi in “Dei delitti e delle pene” si ritroveranno esposti nella “Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino”, votata dall’Assemblea costituente francese nel 1789.

“Chiunque leggerà questo scritto”, scrive Cesare Beccarla, “accorgerassi che io ho omesso un genere di delitti che ha coperto l’Europa di sangue umano e che ha alzate quelle funeste cataste, ove servivano di alimento alle fiamme i vivi corpi umani, quand’era giocondo spettacolo e grata armonia per la cieca moltitudine l’udire i sordi confusi gemiti dei miseri che uscivano dai vortici di nero fumo, fumo di membra umane, fra lo stridere dell’ossa incarbonite e il friggersi delle viscere ancor palpitanti…

Troppo lungo, e fuori del mio soggetto, sarebbe il provare come debba essere necessaria una perfetta uniformità di pensieri in uno Stato, contro l’esempio di molte nazioni…Tutto ciò deve credersi evidentemente provato e conforme ai veri interessi degli uomini, se v’è chi con riconosciuta autorità lo esercita…

Una sorgente di errori e d’ingiustizie sono le false idee d’utilità che si formano i legislatori… Falsa idea di utilità è quella… che non ripara ai mali che col distruggere… Queste (leggi) peggiorano la condizione degli assaliti (cioè delle vittime di reato), migliorando quella degli assalitori, non scemano gli omicidi, ma li accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati.

Queste si chiamano leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti… Quanto il timore è più solitario e domestico tanto è meno pericoloso a chi ne fa lo strumento della sua felicità; ma quanto è più pubblico ed agita una moltitudine più grande di uomini tanto è più facile che vi sia o l’imprudente, o il disperato, o l’audace accorto che faccia servire gli uomini al suo fine… ed il valore che gl’infelici danno alla propria esistenza si sminuisce a proporzione della miseria che soffrono.

Questa è la cagione per cui le offese ne fanno nascere delle nuove, che l’odio è un sentimento più durevole dell’amore… E’ meglio prevenire i delitti che punirli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione…

Ma i mezzi impiegati fin ora sono per lo più falsi ed opposti al fine proposto… La maggior parte delle leggi non sono che privilegi, cioè un tributo di tutti al comodo di alcuni pochi… Fate (perciò) che gli uomini le temano (le leggi), e temano esse sole. Il timor delle leggi è salutare, ma fatale e fecondo di delitti è quello (il timore) di uomo a uomo…”

L’importanza storica, che non sarà mai sottolineata abbastanza, del famoso libro di Cesare Beccaria, risalente al 1764 appunto, sta proprio qui: Dei Delitti e Delle Pene è la prima opera che affronta seriamente il problema e che produrrà un acceso dibattito che resisterà al tempo e alla storia e che si manterrà vivo e vegeto fino ai giorni nostri.

Cesare Beccaria e la funzione intimidatrice della pena

Occorre dire subito che il punto di partenza da cui muove Cesare Beccaria è la funzione intimidatrice della pena: “Il fine (della pena) non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”.

La domanda che ci si pone è, allora, quale sia la maggiore forza intimidatrice della pena di morte rispetto ad altre pene non capitali e la risposta di Cesare Beccaria deriva dal principio che

“Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati… La certezza di un castigo…”, continua ancora Beccaria, “benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità; perché i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi umani…”.

Dunque, non è necessario che le pene siano crudeli, è necessario che esse siano certe.

Il deterrente principale per non commettere un reato è quindi, secondo Beccaria, non tanto la severità della pena quanto la certezza di essere in qualche modo puniti.

La pena di morte per Cesare Beccaria non è “né utile né necessaria” dice, infatti, e per l’influenza del dibattito che sulla pena di morte si svolse in quegli anni dopo la pubblicazione del suo libro, fu emanata la prima legge penale che abolì la pena di morte: la legge toscana del 1786.

Essa, al 51, dopo una serie di considerazioni tra cui emerge, ancora una volta, la funzione intimidatrice della pena, ma non per questo ne è trascurata la funzione emendatrice (cioè la correzione del reo, figlio anch’esso della società e dello Stato), dichiara di “abolire per sempre la pena di morte contro qualunque reo, sia presente sia contumace, ed ancorché confesso e convinto di qualsivoglia delitto dichiarato capitale dalle leggi fin qui promulgate, le quali vogliamo in questa parte cessate ed abolite”.

Ancora più clamoroso è stato poi, forse, l’eco che ebbe nella Russia di Caterina II il dibattito sulla pena di morte che seguì all’uscita del libro di Cesare Beccaria e nella cui celebre Istruzione si legge:

“L’esperienza di tutti i secoli prova che la pena della morte non ha giammai resa migliore una nazione” e segue quest’espressione che sembra copiata dal libro di Cesare Beccaria: “Se dunque io dimostro che nello stato ordinario della società la morte di un cittadino non è né utile né necessaria, avrò vinta la causa dell’umanità…”

(Citazione tratta dalla sesta questione della Istruzione, riportata in Riforma della legislazione criminale toscana del 30 novembre 1786, dall’opera Dei Delitti e Delle Pene di Cesare Beccaria, a cura di F. Venturi, Einaudi Ed., 1965 Torino, pag. 646. Da notare che a pag. XXXV, nella prefazione del suo libro, F. Venturi parla di Caterina II di Russia come di una “plagiaria” fedele di Cesare Beccaria).

Bisogna aggiungere, però, che nonostante il successo letterario del libro Dei Delitti e Delle Pene non solo la pena di morte non fu abolita nei paesi civili, ma la giustificazione di questa abolizione non era destinata a prevalere nella filosofia penale del tempo.

Kant ed Hegel, i due maggiori filosofi di quel periodo, l’uno prima, l’altro dopo la Rivoluzione Francese che scoppiò, come tutti sanno, con la famosa “presa della Bastiglia” nel 1789, sostennero, infatti, che la pena di morte è addirittura doverosa.

Kant, partendo dalla convinzione che la funzione della pena non è quella di prevenire i delitti ma semplicemente di rendere giustizia (Kant enuncia qui una Teoria Retributiva della pena), cioè di fare in modo che ci sia una rispondenza perfetta fra il reato commesso ed il castigo previsto, sostenne che la pena di morte è un imperativo categorico che lo Stato non può esimersi dall’applicare quando occorre.

“Se egli ha ucciso, egli deve morire” scrive infatti nella seconda parte della Dottrina del diritto, dedicata al Diritto Pubblico, a pag. 522 dell’edizione di Immanuel Kant, Scritti politici e di Filosofia della Storia e del Diritto, UTET Edizioni, 1956 Torino.

“Non vi è nessun surrogato, nessuna commutazione di pena, che possa soddisfare la giustizia. Non c’è nessun paragone possibile fra una vita, per quanto penosa, e la morte, e in conseguenza nessun altro compenso fra il delitto e la punizione, fuorché nella morte giuridicamente inflitta al criminale, spogliandola però d’ogni malizia che potrebbe, nella persona del paziente, rivoltare l’umanità…”.

Hegel si spinse anche oltre a Cesare Beccaria

Egli sostenne che il delinquente non solo deve essere punito con una pena corrispondente al delitto compiuto, ma che ha addirittura il diritto di essere punito con la morte perché solo questa lo riscatta veramente.

Nel § 100 dei Lineamenti di Filosofia del Diritto Hegel ha, però, la lealtà di riconoscere che il libro di Cesare Beccaria ebbe almeno l’effetto di ridurre il numero delle condanne a morte. L’aggiunta a questo § 100 dice infatti:

“… questo sforzo di Beccaria, di far abolire la pena di morte, produsse effetti vantaggiosi; se anche né Giuseppe II né i Francesi abbiano potuto riuscire alla totale abolizione di essa, si è, tuttavia, cominciato a riconoscere quali delitti sono punibili e quali no..:”

Sfortuna volle che mentre i più autorevoli filosofi del tempo continuavano a sostenere la legittimità della pena di morte, Robespierre, che sarebbe passato alla storia come il maggiore responsabile del terrore rivoluzionario francese, in un famoso discorso all’Assemblea Costituente tenuto nel maggio del 1791, ne promuoveva, invece, la sua abolizione.

Il discorso di Robespierre merita di essere citato perché contiene una delle argomentazioni più persuasive contro la pena di morte.

Egli sostenne innanzitutto che non è vero che la pena di morte è più intimidatrice delle altre pene e addusse l’esempio del Giappone: allora si credeva che le pene in Giappone fossero atroci e tuttavia il Giappone era considerato un Paese di criminali.

Poi, confutò anche l’argomento fondato sul consenso delle genti e quello fondato sulla giustizia.

Infine, addusse un argomento di cui Cesare Beccaria non fece menzione nel suo libro: l’irreversibilità degli errori giudiziari.

Tutto il discorso di Robespierre, in sostanza, è ispirato al principio che la mitezza delle pene è prova di civiltà, mentre la crudeltà delle pene caratterizza i popoli barbari come accadeva in Giappone.

Ad onor del vero, occorre, poi, ricordare che il dibattito intorno alla pena di morte non prese di mira soltanto la sua abolizione, ma anche la sua limitazione ai reati più gravi.

Il grande passo compiuto a seguito di questo dibattito è consistito, infatti, nella diminuzione dei reati puniti con la pena di morte.

E anche negli ordinamenti in cui la pena di morte è tutt’ora prevista, essa è inflitta, quasi esclusivamente, per il reato di omicidio premeditato.

Danila Zappalà

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