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11 agosto 2011

Arcipelago Unical

Questa storia tutta estiva comincia in un’inusuale temperata giornata di gennaio: l’Unical, come tanti altri atenei della penisola, è in agitazione per motivi ormai a tutti noti. Diverse decine di studenti affluiscono verso l’Aula Magna dell’università: è stata infatti indetta un’assemblea e questi ragazzi reputano giusto svolgerla nell’auditorium, occupato fino al periodo antecedente le vacanze natalizie e poi “abbandonato” per le difficoltà nel continuare il presidio continuo dei locali occupati.

Tornando agli studenti che affluiscono verso il luogo dell’assemblea, questi, giunti sul posto, trovano una brutta sorpresa: l’Aula Magna “Beniamino Andreatta” è presidiata da quasi dieci agenti di polizia chiamati dal rettore dell’ateneo calabrese, prof. Giovanni Latorre, che impediscono l’ingresso nei locali dell’auditorium ai ragazzi: ciò nonostante l’assemblea si svolge lo stesso altrove.

Già allora qualcuno parlò di un “rettore-sceriffo”, un dispotico tirannello che voleva “militarizzare” l’università e “sopprimere” le voci fuori dal coro. Pareri di una minoranza: il Magnifico giustificò l’azione col fatto che voleva salvaguardare quei locali, ridotti in condizioni deplorevoli nel corso della precedente occupazione; e i più gli credettero.

I mesi dell’anno accademico volarono, tra corsi, esami, ma anche nuovi scontri e critiche ad una commissione per la modifica dello statuto reputata anch’essa anti-democratica e ad un rettore criticato aspramente da alcuni movimenti studenteschi perchè seduto sul soglio della più alta carica accademica dalla bellezza di 12 anni.

Si arriva ad agosto: l’anno accademico è concluso, e la torrida Arcavacata è ormai deserta, o quasi.

Casualmente, proprio nel periodo in cui l’Unical è deserta, accadono due fatti che scuotono le coscienze di molti studenti. La prima storia è stata già narrata in un articolo del collega Vincenzo Amone su questo stesso giornale, ovvero lo sgombero e l’abbattimento del Filorosso, storico spazio autogestito all’interno del vecchio Polifunzionale: l’atto finale di una battaglia cominciata nel 2005.

Quella del Filorosso era ormai una storia vecchia, e si sapeva che probabilmente sarebbe finita così. Ma io vi voglio raccontare un’altra storia estiva, a mio parere ancora più raccapricciante dell’abbattimento dei capannoni del vecchio e glorioso spazio autogestito.

Il tutto succede appena quattro giorni dopo che il Polifunzionale era stato invaso da un nugolo di poliziotti e da ruspe. Nel groviglio di cubi e aule lungo il ponte Pietro Bucci è presente un’aula, denominata “Zenith 2”. Ricordate quella famosa giornata di gennaio di cui parlavo ad inizio articolo? Bene. Quell’aula ospitò l’assemblea che doveva tenersi in Aula Magna.

Non solo. L’aula era stata occupata da un collettivo di studenti denominato “LSA Assalto” che vi svolgeva all’interno varie attività: cineforum, seminari, dibattiti, musica dal vivo e vari momenti di aggregazione sociale. Bisogna però prima chiarire il significato reale che il termine “occupazione” possiede in questo contesto.

L’aula era stata ufficialmente concessa dalla facoltà di Ingegneria il 3 novembre 2008: gli “occupanti”, come chiariscono essi stessi in un post sul loro blog, hanno “sempre avuto la presunzione di dichiarare lo spazio occupato, per il semplice fatto di non essere disposti a rinunciarvi qualora gli accordi con gli enti proposti venissero meno”. Nonostante questa presa di posizione che potrebbe apparire ai più “forte”, gli stessi membri del collettivo ammettono che mai si sarebbero aspettati un tale abuso di potere da parte della più alta carica dell’ateneo.

Cos’è successo? La mattina dell’8 agosto i ragazzi di LSA hanno trovato una brutta sorpresa: era stata cambiata, senza alcun preavviso ovviamente, la serratura del locale, mentre degli imbianchini erano al lavoro per “cancellare ogni traccia visiva di sette mesi di attività politica e aggregativa”, come leggiamo nel comunicato stampa del gruppo. Inoltre tutto il materiale usato per le attività di questi mesi era sparito. Ovviamente non esiste alcun verbale del “sequestro”, in quanto questo è stato compiuto non da una forza di polizia ma da alcuni uomini dell’agenzia che si occupa della vigilanza dell’Unical.

La questione è molto semplice: il rettore non solo non ha rispettato uno spazio che degli studenti avevano deciso di adibire a laboratorio culturale, riappropriandosi di spazi che sono di loro proprietà in quanto contribuiscono economicamente e culturalmente a tenere in vita l’ateneo, ma ha calpestato il potere decisionale e l’autonomia di una facoltà dell’ateneo di cui non è nè proprietario nè “capo” (dando al termine valenza economica e/o politica), bensì rettore.

Il clima che si respira all’Unical è infuocato, e non solo perchè siamo ad agosto: e l’autunno che verrà si preannuncia ancora più caldo.

Alberto De Luca

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