• Google+
  • Commenta
13 ottobre 2011

La stereotipia

Counseling psicologico targato Unisa

E’ bene prestare maggiore attenzione ad atteggiamenti che rivelano problematiche psicologiche importanti, specialmente in campo psicologico ed educativo.Lo studio dello straordinario è sempre stato, e continua ad essere, privilegiato rispetto a quello dell’ordinario. Eppure, se guardiamo alla storia delle scienze sociali ci rendiamo conto che le più importanti rivoluzioni scientifiche si sono verificate quando i ricercatori hanno cercato di spiegare l’ovvietà.
Sia sufficiente, come esempio universale, la scoperta di Isaac Newton della forza di gravità.
La leggenda dice che lo scienziato, in una sera di plenilunio, seduto sotto un albero, vedendo cadere una mela, abbia iniziato a riflettere sulla natura della forza gravitazionale, chiedendosi perché tutti gli oggetti cadevano verso il basso. Newton comincia così a pensare che ciò fosse possibile per la presenza di una forza, fino ad allora ancora sconosciuta, che, agendo sul frutto, accelerava la sua caduta vero il basso, indipendentemente da quale fosse l’altezza da cui cadeva.

La psicologia individuale, studiando l’individuo nella sua singolarità, tenta di scoprire le modalità con cui egli persegue il soddisfacimento dei propri bisogni e pulsioni, ma, nel fare questo, raramente riesce a prescindere dalle relazioni che il singolo stabilisce con gli altri individui.

Nella vita psichica di ogni persona l’altro è regolarmente presente come modello, e occupa in genere il ruolo di soggetto-oggetto, alleato-soccorritore oppure estraneo-nemico, contribuendo così a strutturare l’identità della persona stessa. Quindi, la psicologia individuale entra nel territorio del sociale e quando lo fa con una certa insistenza invade il campo della psicologia sociale, proprio perché si preoccupa di rispondere al perché le persone assumano determinati atteggiamenti, spieghino il comportamento altrui in specifici modi, e accettino particolari ruoli e regole di condotta.

Ogni giorno sperimentiamo che le attese reciproche regolano in modo stringente le relazioni interpersonali e la famiglia è il luogo primario nel quale si verificano quotidianamente queste interazioni, che si manifestano con atteggiamenti e comportamenti utili sia all’interno della famiglia stessa che al suo esterno. Si pensi, ad esempio, al ruolo che, proprio all’interno delle dinamiche famigliari, assume la regola del “rispetto verso la persona più anziana del gruppo”, in questo caso il genitore oppure i nonni. Una regola che si assume all’interno della famiglia e viene confermata anche a scuola, per continuare ad esistere nelle interazioni della vita quotidiana.

Abram Kardiner, il fondatore della psicologia culturale, ritiene che le istituzioni, fra cui la famiglia, siano veri e propri organismi sociali, con la funzione principale di soddisfare i bisogni delle persone in un “sistema organizzato e pianificato”. Perciò, un rapporto soddisfacente dell’individuo con l’istituzione familiare si verifica quando egli ha la certezza che le proprie richieste verranno soddisfatte, e in base alle sue aspettative.

Talvolta si verificano alcune distorsioni comportamentali in seno a questa struttura primaria. Alcuni studiosi, fin dagli anni Cinquanta, hanno cercato di spiegare quali sono i motivi che inducono gli individui ad avere, per esempio, pregiudizi razziali. Ci si è chiesti perché le persone di questo tipo si aggrediscono, agiscono distruttivamente ed in modo autodistruttivo, sono facilmente guidati e persuasi (come se i loro comportamenti fossero il frutto di una vera e propria manipolazione mentale). Oppure ancora, ci si è chiesti perché, sempre persone di questo tipo, non si aiutano a vicenda e si fanno trascinare dal volere di una folla.

Tutte le analisi vanno nella stessa direzione, evidenziando la stretta relazione che esiste fra educazione, ambiente e modelli culturali di riferimento. A questo proposito, è particolarmente importante il contributo di Theodor Adorno che, assieme ad altri ricercatori, già negli anni Cinquanta e Sessanta, con l’uso di tecniche sofisticate di misurazione delle tendenze ideologiche, individua nella stereotipia la tendenza cognitiva ad una classificazione secondo categorie rigide. Rileva altresì, come sia presente, in questi individui, l’idea che i gruppi siano unità omogenee che determinano, più o meno completamente, la natura dei loro membri. Egli dimostra che l’unica differenza reale che questi individui intravvedono fra loro ed un gruppo esterno è riferita ad una maggiore debolezza di quest’ultimo.
L’importanza teorica e pratica dell’opera di Adorno et al. sta nell’avere fatto risalire queste tendenze all’etnocentrismo come fossero in effetti una tipologia di adattamento a specifiche situazioni di tensione con la struttura sociale, in un rapporto stretto con una personalità autoritaria. In altri termini, esiste una stretta relazione fra l’autoritarismo (ossia l’espressione di quell’atteggiamento che tende al dominio sull’altro, imponendo le proprie idee e convinzioni) e adattamento ambientale etnocentrico, ossia quei comportamenti condivisi dai membri di un gruppo in un preciso ecosistema che esaltano il sentimento di superiorità del gruppo stesso. Si prenda, sempre come esempio universale, l’intero arco di vita di una delle espressioni più scandalose del nostro Occidente del Dopoguerra: l’apartheid sudafricano.

Si tratta di una relazione (tra autoritarismo ed etnocentrismo) la cui radice risiede, secondo Adorno et al., nel meccanismo di proiezione in virtù del quale l’individuo attribuisce ai membri di “gruppi esterni” atteggiamenti che trova presenti in sé, ma di cui “vuole ignorare o negare l’esistenza”.

Ecco perché, oggi più di ieri, è il caso di prestare molta attenzione a tutti quei comportamenti stereotipati e presenti anche nei media, in quanto possono rappresentare un interessante indicatore del futuro prossimo e sociale di tutto il mondo Occidentale.

Alessandro Bertirotti

Google+
© Riproduzione Riservata