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11 ottobre 2011

“MASSACRATECI TUTTI”

MASSACRATECI TUTTI è un progetto editoriale che ha la pretesa di RACCONTARE LA STORIA, quella vera, direttamente dalla voce di chi in prima persona vive le contraddizioni di questo tempo. Raccoglieremo le storie di chiunque voglia raccontarci la sua esperienza legata alle situazioni più disparate (lavoro, università, sanità, servizi, diritti non riconosciuti, etc etc). Le storie (potranno essere scritte anche in anonimato) faranno parte di un libro che denuncerà lo stato attuale, un libro che non parlerà di numeri ma che racconterà delle situazioni vere che persone normali, da nord a sud, hanno vissuto e continuano a vivere. Un libro che donerà la voce a chi non la ha e che invece cerca un modo per poter urlare la propria indignazione quotidiana.

I VOSTRI RACCONTI SARANNO UTILIZZATI(INTEGRALMENTE O IN PARTE, anche in forma anonima) per realizzare un libro che racconterà quello che sta realmente succedendo senza filtri ne mezze misure. Molti di voi hanno già iniziato a scrivere, aspetto il resto dell’esercito degli invisibili.
L’e-mail a cui spedire le vostre storie(anche anonime) è: nancyc1981@gmail.com!

MASSACRATECI TUTTI… non è una richiesta è un dato di fatto! Massacrateci tutti è quello che vi chiediamo per concludere il vostro egregio lavoro su questa generazione di bamboccioni che non aspettano altro che diventare grandi. Massacrateci tutti è un principio di autofagocitamento che stiamo attuando senza esserne consapevoli. Ecco perchè vi chiedo di inviarmi le vostre esperienze, quelle che nessuno racconta…perchè le nostre storie possano scrivere una parte di storia.. quella in cui cercavano di toglierci la dignità.

PREFAZIONE di Nancy Citro

Esiste una sottilissima linea di confine tra la dignità e la sopravvivenza, a volte non possono coesistere entrambe, si sopravvive spesso senza dignità. È l’unico modo.
Come in questo posto, qui tutto è indegno. Non si tratta di ciò che facciamo inconsapevolmente o di ciò che decidiamo di fare, il virus è ormai dentro ognuno di noi. Si è insinuato gradualmente, lo abbiamo fatto entrare nelle nostre coscienze spalancandogli le porte all’urlo sommesso di una parola: rassegnazione. La sensazione è quella di essere legati da un filo comune che chiamiamo sistema. Tutto ormai è giustificato dall’inutilità delle nostre azioni e questo, nostro malgrado, ci ha portato a non agire più. Arranchiamo semplicemente pensando al nostro microscopico orticello, nell’attesa che qualcuno prima o poi lo annaffi, ma ciò non avverrà, lo sappiamo bene.
Così ci vendiamo ai più forti, a chi in qualche modo paventa la possibilità di realizzare questo sogno o quell’altro. In realtà anche ciò che un tempo definivamo sogno adesso acquista un significato diverso. Adesso il sogno è la tranquillità di poter vivere e non sopravvivere; il sogno è una casa in cui poter costruire una famiglia, addirittura con dei figli; il sogno è un futuro; il sogno è poter esprimere il proprio pensiero sapendo che c’è qualcuno che lo prenderà in considerazione; il sogno è avere gli strumenti per poter leggere la verità, quella profonda, quella autentica, quella che ci riguarda e che abbiamo il diritto di conoscere. Ma questo è un sogno, parliamo della realtà.
La realtà ormai da diversi anni ci vede complici di un sistema che, prima ancora del materiale, ha puntato qualcosa di ancora più importante: la stabilità.
Ed ecco che in un batter d’occhio ci siamo ritrovati a definirci fortunati perché qualcuno ci ha fatto il favore di farci lavorare. Non importa come, non importa quello che ci chiedono in cambio: l’importante è avere uno straccio di impiego a cui aggrapparsi, illudendosi che forse le cose così male non vanno. Un esercito di uomini e donne iperspecializzati si ritrova a ricoprire i più disparati ruoli, tutelati da un contratto che di tutela ha ben poco. Una vita a progetto, anni di contratti a progetto, dove di flessibile ormai è rimasta solo la spada di Damocle che oscilla sulle nostre teste, anche queste a scadenza mensile. Dietro di noi una fila di altrettanti ultraspecializzati che aspettano che uno scatto di dignità prenda l’uno o l’altro; quella dignità che ci farebbe alzare la testa per un tempo sufficiente a recriminare i nostri diritti. Ma nessuno lo fa. Quando il pallottoliere è pieno di numeri perché sottostare alle anacronistiche pretese di un
collaboratore che chiede solo che gli sia riconosciuto ciò che è giusto per la sua professionalità.
Abbiamo imparato la lezione guardandoci intorno, siamo stati egregiamente ammaestrati con l’esempio di chi, prima di noi, ci ha provato a dare quello scatto di reni e che si è ritrovato dignitosamente senza lavoro. L’esercito degli invisibili si ingrossa vistosamente e così che ci muoviamo senza identità, d’altronde in cosa dovremmo riconoscerci? Dei fantasmi che improvvisamente prendono corpo quando diventano numeri, quando diventano voti, quando diventano aghi di una bilancia su cui pesare interessi poco comuni e molto personali. Non si tratta di politici, di partiti, di colori. Un tempo si scendeva in piazza dietro bandiere a cui si dava credibilità, un tempo ci si affidava a personaggi che davano prova della propria coerenza senza ma e senza sé. Un tempo …
La nostra personale disfatta, quella che accomuna l’esercito degli invisibili, è la consapevolezza che oggi non è rimasto nulla di quel tempo, le parole sono campagne politiche costanti e le promesse disilluse da azioni quotidiane che rappresentano lo specchio nel quale ci riflettiamo tutti i giorni. E sono quelle stesse promesse che non ci fanno più indignare, alle quali reagiamo con un sorriso amaro, sicuri che sarà l’ennesima presa in giro. Fermi,bloccati in una ristagnante rassegnazione. Nessun impeto ci fa urlare lo sdegno di essere spettatori della più grande farsa della nostra vita che purtroppo la condiziona nel profondo. E’ impossibile vivere tutti i giorni con un senso di imbarazzo per il luogo che ci rappresenta, così abbiamo iniziato a prenderne le distanze; abbiamo pian piano distrutto quel poco che ci era rimasto. Nel giro di pochi anni il bel paese è diventato meno bello di quello che si cerca, senza successo e credibilità, di far passare dentro e
fuori
la penisola.
Da tempo abbiamo anche smesso di farci domande, inutile se si conoscono già tutte le risposte. È come una lacerazione, più la tocchi e più la pelle si irrita, è meglio lasciarla in pace. Ciò che proprio non possiamo permetterci è “sfruculiare” la ferita perché, se la carne diventasse rossa, la vista del sangue ci imporrebbe di agire e noi sappiamo bene che in questo posto non è più tempo di mezze misure. E allora che fai? Agisci? No. Ci si mette una bella benda sopra la ferita e si sopporta il dolore, stringendo i denti ad ogni pulsione della carne che, sotto la benda, continua a rimanere aperta. Ci sono quelli, però, che la benda proprio non ce la fanno a metterla, magari ci hanno anche provato, ma la frustrazione di una ferita aperta non la sopportano, così decidono di andare via. Fuga dei cervelli? Dovremmo andar via tutti se solo guardassimo ciò che succede fuori dalla nostra penisola, ma non in cerca dell’America, solo del riconoscimento di ciò che si
amo e
di ciò che potremmo diventare. C’è chi dice : “è troppo facile”, in realtà è molto più difficile andar via, lasciarsi tutto alle spalle, affetti, relazioni, ricordi. Ci costringono a barattare il nostro passato con un futuro, non migliore, semplicemente futuro.

E poi, lontano, sprofondato su una poltrona di raso rosso, consumato dal tempo, c’è il Sud (to be continued …)

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