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23 novembre 2011

Caos al Politecnico di Torino

Uno spazio dove inginocchiarsi per la preghiera del mezzogiorno, del pomeriggio e del tramonto.
È questa la richiesta di Malek, la studentessa turca iscritta alla facoltà di Scienze del Politecnico di Torino, dove la giovane ha in mente di frequentare un corso di laurea specialistica a partire dal prossimo mese di dicembre.

Un modo, scrive la ragazza, per poter proseguire serenamentemente la sua normale routine di studentessa e musulmana.

La proposta, come prevedibile, ha profondamente scosso l’ateneo torinese, chiamato per la prima volta a prendere posizione in merito ad una questione particolarmente spinosa per le sue implicazioni culturali e sociali: riservare o meno uno spazio dell’Università pubblica alla preghiera degli studenti musulmani.

A pochi pochi mesi di distanza dalla storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, con la quale i giudici di Strasburgo hanno assolto il nostro Paese dall’accusa di violazione dei diritti umani per l’esposizione del simbolo religioso nelle aule scolastiche, ecco aprirsi nel nostro paese un nuovo e complicato capitolo della storia dell’integrazione razziale: l’internazionalizzazione delle università.

“È una questione che dovremo discutere in ateneo prima di prendere una decisione – assicura Sergio Roda, prorettore dell’Università di Torino – non abbiamo ovviamente nessun pregiudizio ma è giusto porre la questione attribuendole l’adeguata importanza, senza ridurla a un mero problema di spazi. Quello che ci chiediamo è se sia o meno corretto a livello istituzionale, ma troveremo una soluzione”.

Meno “conciliante” il commento di Mario Carossa, del Gruppo regionale della Lega Nord: “Quella dei musulmani per la religione e la creazione dei luoghi di preghiera ovunque si trovino è una vera e propria ossessione. Quando impareranno una laicità intellettuale diversa, separando le pratiche personali da quelle di comunità?”.

“Mi pare che ora si stia un po’ esagerando – aggiunge Carossa -, che cosa c’entra l’Università di Torino con la preghiera? Se questa studentessa è tanto interessata alle università coraniche ne può trovare a bizzeffe nel mondo arabo senza venirle a cercare in Italia. Se invece il suo è solo un interesse per la scienza insegnata da noi, nessuno le vieta di seguire i corsi e poi andare a pregare in uno dei tanti luoghi che già ci sono o che l’Assessore all’Islam Ilda Curti vuole far costruire a Torino.

Se questa studentessa turca è tanto interessata alla nostra Università la invito a pensare allo studio e non a come trasformare la casa della scienza, che per definizione è laica, nell’ennesimo luogo di preghiera. E ricordo che in nessuna della Università di Torino c’è, a quanto mi risulta, una cappella per gli studenti cattolici”.

Melek, però, è solo una delle tante studentesse musulmane che frequentano il Politecnico di Torino, ateneo che proprio quest’anno ha conosciuto un incredibile quanto inaspettato boom di iscrizioni “straniere” (21% solo alla facoltà di Ingegneria).

Addirittura il numero degli studenti stranieri iscritti al Politecnico è salito al 6% del totale..

Nei corridoi dell’ateneo, perciò, non è affatto raro incontrare, solitamente verso mezzogiorno, molti di questi ragazzi intenti a pregare, magari appena appena appartati.

Come mai allora una simile proposta è arrivata solo ora?

“Probabilmente la studentessa turca considera la questione un fatto normale – spiega Jalila Ferrero, italiana convertita all’Islam, presidente dell’Accademia Isa (Interreligious Studies Academy) – il fatto che sia una donna non le impone più riservatezza, forse però è motivo di maggiore sensibilità. Non vorrà essere additata dai compagni, o sentirsi mal giudicata”.

Una questione di identità e costumi che divide e fa discutere, ma che, soprattutto, chiama culture differenti (spesso molto distanti dal nostro modo di intendere le cose) ad una coesistenza certamente difficile, ma non per questo impossibile.

Auguriamoci solo di venirne a capo il più presto possibile. Con civiltà e, magari, con un pizzico di reciproca comprensione.

Matteo Napoli

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