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4 novembre 2011

“Franceschiello” calca le scene dell’Unisa

Nel corso di tutto quest’anno ha tenuto banco, come prevedibile visto l’importante anniversario che è occorso, la celebrazione dell’Unità d’Italia. Rimane tutt’altro che sopita, comunque, la sensibilità di molti nei confronti di una lettura più attenta degli avvenimenti che hanno portato all’Unità, con la volontà di mettere in evidenza fatti spesso sottovalutati o negati (a dire di chi promuove queste linee di pensiero).

D’altra parte, la questione incontra spesso l’interesse di tanti: una veloce indagine su Facebook rivela che la pagina denominata “Referendum per un nuovo Regno delle Due Sicilie indipendente” conta tremila fans, mentre sono quasi cinquemila quelli raccolti nello spazio ufficiale del “Movimento Neoborbonico”; da non dimenticare, poi, pubblicazioni anche recenti come quella del libro “Terroni – Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali” di Pino Aprile, che pur trattando la questione da un punto di vista più ampio, di certo alimenterà le già tante discussioni relative ai lati oscuri dell’unificazione.

E’ in questo filone che si inserisce “Chi so i’? So Francischiello” del giudice e drammaturgo Gennaro Francione, monologo incentrato sulla figura dell’ultimo re di Napoli, Francesco II delle Due Sicilie, detto anche “Lasagna” (per essere una buona forchetta) oppure, appunto, “Franceschiello”.

Il testo, messo in scena e portato in tournèe dalla “Neverland Produzioni” di Raffaele Speranza, è giunto sul palco del Teatro di Ateneo dell’Università degli studi di Salerno lo scorso Lunedì, nell’ambito di una giornata organizzata dall’associazione universitaria Unifriends. Monologo dalla durata contenuta (mezz’ora circa), “Franceschiello” è diretto da Raffaele Speranza e affida gran parte delle proprie possibilità ad Antonio Speranza, chiamato a vestire i panni del protagonista.

Protagonista che non è poi esattamente il personaggio storico citato poco sopra: come infatti capitato più spesso riguardo un personaggio più noto di Francesco (cioè Napoleone Bonaparte, sagacemente citato nel testo), al centro della vicenda non c’è altro che l’ospite di un istituto psichiatrico costretto dai medici a studiare la fine del Regno delle due Sicilie e tanto colpito dalla figura dell’ultimo re di Napoli da identificarvisi completamente.

L’uomo comincia dunque a ricordare le vicende di Francesco, a mostrare la sua bonaria ingenuità, il sincero odio per Garibaldi e Cavour, a ripercorrere l’esilio a Roma e finendo per immedesimarsi a punto tale da profetizzare, in occasione delle dimissioni dall’istituto, una utopia di rivolta e riaffermazione dei popoli dell’Italia meridionale.

E’ sempre da lodare l’interprete di un monologo che riesce a farlo scorrere fino al termine senza intoppi, come in questo caso è da lodare Antonio Speranza, sempre misurato nonostante i cambi repentini di registro che il personaggio richiede, dovendo passare da battute istrionesche a momenti di malinconia fino alle esplosioni di rabbia: si spoglia gradualmente dalla camicia di forza, anche se in realtà è sempre più dentro il personaggio del re, e la profezia finale è paradossalmente il delirio più grosso che il protagonista incontri.

Il percorso del testo è lineare, fin troppo, e la pecca principale dello spettacolo finisce per essere proprio la piattezza generale del racconto: fermo restando come quest’ultimo risulti godibile, i vari ricordi del protagonista non sono sufficienti come punti di svolta, la sensazione dominante è che continui a non accadere nulla, e questo tende ad appannare l’attenzione dello spettatore.

Quasi più deleteria che altro la presenza di elementi di contorno: le proiezioni sembrano essere state incluse solamente per allungare la durata complessiva dello spettacolo, e le musiche non convincono per niente nel loro ostinarsi ad affiancare opera e musica leggera italiana. Riuscita, invece, la scenografia, condensata principalmente in una struttura di legno che svolge, a seconda della situazione, funzioni come quelle di cabina per l’elettroshock o teatro di burattini.

Spettacolo godibile, con alcune criticità soprattutto connaturate al tipo di testo: scrittura, regia ed interpretazione rimangono di buon livello.

Nota a margine: magari, per il futuro, sarebbe opportuno pensare di inserire iniziative simili al di fuori di eventi dalla partecipazione ai quali alcuni studenti possono trarre dei crediti formativi. Questo perché, se fa sempre tanto piacere vedere una platea al completo, non tanto piacevole è poi il parlottare continuo di tanti suoi componenti, né il dileguarsi costante, già dopo i primissimi minuti dello spettacolo, di gruppetti convinti di stare compiendo un atto di grande acume.

Peggio ancora, poi, i personaggi probabilmente prodotti in serie (capelli con riga a lato, camicia, maglioncino, occhiali da nerd ed animo cafone) che entrano ed escono dalla sala durante lo spettacolo chiacchierando bellamente, ed infine, non appena le luci si riaccendono, osservare buona parte dei pochi rimasti seduti avventarsi verso l’esterno con la brama di facoceri affamati.

Se già tutto ciò è irritante durante conferenze e simili, è intollerabile nei riguardi del teatro, e va a danneggiare in misura notevole proprio chi è sul palco e la sua performance, che perde inevitabilmente di coinvolgimento.

Pasquale Parisi

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