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11 novembre 2011

La Resilienza

In casa Agnelli, quando uno dei bambini dimostrava di cedere di fronte alle difficoltà gli veniva detto: “Ricordati che sei un Agnelli”.

In casa mia, molto più modestamente, quando noi figli davamo segni di cedimento di fronte alle difficoltà ci veniva detto che occorreva “farsi forza, saltare l’ostacolo e rimboccarsi le maniche”. Non c’era ancora, allora, un termine che comprendesse il significato di queste formulette del buon senso. Poi, come spesso accade, di fronte al ripetersi di un fenomeno che viene descritto con un giro di parole, si trova il termine che lo rappresenta verbalmente.

Non sempre, anzi raramente, si tratta di neologismi, ma il più delle volte sono termini mutuati da linguaggi specifici che per traslato sono adattabili ad altri contesti. E questo è il caso del termine resilienza.
Le persone hanno sempre sofferto per le avversità della vita, per lutti, catastrofi naturali, ma il venirne fuori è sempre stato demandato al potere terapeutico del tempo e alla capacità di ognuno di elaborare il vissuto tragico, con quella forza interiore, quando questa è presente, che consente appunto di superare difficoltà e gli ostacoli.

Oggi di fronte alle catastrofi, ai lutti, alle situazioni estreme vengono mobilitati gli psicologi sociali che affiancano le persone in difficoltà in un percorso di recupero psicologico in grado di farli uscire dal vortice del trauma. Questo nuovo atteggiamento nasce agli inizi degli anni Ottanta con gli studi sulla resilienza e su come questa forza interiore può essere risvegliata, potenziata, affinché favorisca un ritorno alla vita attraverso percorsi diversi.

Boris Cyrulnik, nella prefazione al volume di Elena Malaguti, Educarsi alla resilienza, presenta chiaramente il salto di qualità che è stato possibile fare nell’affrontare patologie severe quando si è iniziato ad intervenire presso i malati attraverso l’ottica offerta dalla resilienza.

“(…) fino a quando abbiamo considerato i pazienti affetti da patologie del midollo osseo solo dal punto di vista medico, li abbiamo curati come abbiamo potuto e poi internati a vita negli istituti, togliendo loro la speranza. Ma da quando il concetto di “resilienza” (con tutte le sue implicazioni) ha permesso di considerarli da un altro punto di vista, ci siamo interessati alle risorse interne caratteristiche della loro personalità e abbiamo cercato di valutare il sostegno affettivo che i familiari potevano dare loro, prendendo in esame la possibilità di studio e di lavoro che la società poteva offrire. Tutti questi sforzi si sono coordinati per favorire una ripresa evolutiva, che è ancora possibile dopo il trauma, e per agire sul traumatizzato, sul suo ambiente familiare e sugli stereotipi della sua cultura” (Malaguti E., 2006, Educarsi alla resilienza, Erickson Edizioni, Trento, pg. 10).

Resilienza e un termine che deriva dal latino resalio, iterativo di salio, che significa saltare, rimbalzare, per estensione danzare. Il termine è stato coniato in fisica per descrivere l’attitudine di un corpo a resistere ad un urto. La durezza, la resilienza, la resistenza alla fatica e alle sollecitazioni, in ingegneria, sono definite proprietà meccaniche di un corpo; ovvero i modi in cui si comporta un materiale quando è sottoposto a sollecitazioni esterne di tipo meccanico.

In particolare, la resilienza è considerata la capacità che un materiale possiede di sopportare sforzi applicati bruscamente, senza rompersi e senza che si propaghino fessure all’interno; il suo contrario è la fragilità.

Nel linguaggio informatico, la resilienza concerne la qualità di un sistema che gli permette di continuare a funzionare, a dispetto di anomalie legate ai difetti di uno o più dei suoi elementi costitutivi.

Il concetto è stato in seguito ripreso dalle scienze sociali e applicato, in contesti tra loro molto differenti, allo studio e alla presa in carico di situazioni di grande vulnerabilità, quali ad esempio traumi, abusi, guerre, malattie, disabilità, dipendenze, etc. Le osservazioni condotte e i progetti avviati nel corso del tempo hanno evidenziato non solo una capacità di resistenza, ma anche la presenza di un processo di risposta positiva sotteso alla volontà esistenziale di riprendersi dalla situazione traumatica.

La differenza sostanziale fra l’uso del termine applicato in ingegneria e nelle scienze sociali, si determina nella riflessione sopra riportata: se, in entrambi i casi, si può parlare di capacità di opporsi alle pressioni dell’ambiente, nelle scienze sociali questa parola implica in più una spinta positiva e la possibilità di uscire da una situazione paralizzante.

Ecco perché la resilienza umana permette la costruzione e la ricostruzione. È un processo diacronico e sincronico in cui le forze biologiche dello sviluppo interagiscono con il contesto sociale per creare una rappresentazione di sé, attraverso la collocazione del soggetto e del gruppo, all’interno della loro storia e cultura di appartenenza (Malaguti E., op. cit.: 34-35).

Il discorso può essere riportato alla nostra vita quotidiana soprattutto in questo periodo così difficile e di grande incertezza esistenziale. Famiglie che vivono nella precarietà più assoluta quando non proprio nella povertà. Giovani che non trovano lavoro o si devono adattare a soli lavori precari, anziani che non riescono più a sopravvivere con pensioni da fame e così via. Potremmo continuare l’elenco per molte pagine, ma non vogliamo cadere nel baratro della sfiducia… vogliamo essere anche noi resilienti!

Alessandro Bertirotti

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