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9 novembre 2011

Nasce “l’intesa” tra università e imprese

Vi è la necessità in Italia di fornire ai giovani la legittima possibilità di un impiego, livellandosi a quelli che sono gli standard europei. Nel nostro paese un ragazzo su tre non ha lavoro.Il mondo italiano della ricerca è intraprendente in termini di progetti presentati, alla pari del Regno Unito e della Germania, che però impegnano molti più ricercatori (commissioni per il 21%, parecchio lontane rispetto al 12,4% dell’Italia).

Il problema principale infatti non è riconducibile ai progetti presentati, ma a quelli realizzati. Unico slogan udito: “non ci sono fondi!”. Nella dote europea del VII programma quadro dell’Unione europea sulla ricerca del 2010, l’Italia possiede il 13,4% della quota, ma quando si tratta di recuperare le risorse nei diversi settori il tricolore perde oltre il 4%.

L’analisi desunta dai risultati del suddetto programma ha convinto il Parlamento ad attuare decreti ministeriali e riforme degli statuti. Le Accademie aprono così le porte alle realtà produttive del territorio, università e imprese cooperano, Confindustria e Conferenza dei rettori si uniscono per mirare congiuntamente a uno sviluppo pianificato (protocollo d’intesa).

Vi erano già i principi cardini fondanti l’ultimo protocollo d’intesa: il valore dei brevetti, l’innovazione, il rilancio della ricerca, la riqualificazione e la formazione dei dirigenti scolastici; ma gli aspetti cruciali della nuova riforma sono il reclutamento (per monitorare gli effetti dell’abilitazione nazionale in ogni ateneo), la Governance (saranno resi pubblici i dati sull’attività dei consigli di amministrazione) e il dottorato (con forme executive in stretta collaborazione con le imprese).

Dunque un’intensificazione delle lauree scientifico-tecnologiche affinché gli studenti siano introdotti nel mondo del lavoro, una maggiore apertura da parte delle università italiane ad accogliere studenti stranieri e nuovi confronti internazionali sulla gestione delle strutture.

Il Programma Idee (7.5 mld di euro stanziati), che finanzia la ricerca libera e incentiva la mobilità dei ricercatori che possono realizzare progetti anche in strutture estere, contribuisce alla fuga dei cervelli all’estero. L’insoddisfazione degli universitari italiani sembra essere tale da tentare una vita all’estero in prospettiva di un futuro migliore.

Alessandra Calapà

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