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29 novembre 2011

Vite Immaginate da Remo Bodei a Bologna


La Scuola superiore di Studi Umanistici ha invitato Remo Bodei a Bologna. Fino a giovedì 1° dicembre, nell’Aula Absidale di Santa Lucia, il filosofo terrà una serie di conferenze sulle esistenze accessibili attraverso l’immaginazione e sulla possibilità di scoprire la propria identità attraverso l’alterità.

Come mai l’essere umano è così incline a narrare, e narrando, a vivere altre vite con la fantasia?
La risposta è lo stesso Remo Bodei a suggerirla nell’articolo firmato per il Sole 24 Ore (inserto Domenica del 27 novembre 2011): ciascuno di noi vive nell’immaginazione altre vite, alimentate da esempi, ideali, testi letterari e media. Per loro tramite tentiamo di porre rimedio alla limitatezza dell’esistenza individuale, al dipendere da condizioni non scelte, che, a posteriori, appaiono casuali (luogo e data di nacita, corpo e famiglia, lingua e società). Questo è il legame più profondo tra esistenza, filosofia e letteratura.

La filosofa Jeanne Hersh spiegò questa contaminazione ammettendo che un romanzo è capace di esprimere ciò che nessuna opera filosofica può neppure evocare: la ricchezza disperante e meravigliosa del mondo in cui viviamo.

È il potere delle parole ad incantare, è il linguaggio che con la sua potenza trova il modo di esprimere l’indicibile verità delle nostre esperienze più profonde e più reali, perchè, come ha affermato la romanziera e filosofa Iris Murdoch, essere umani significa sapere più di quello che si è in grado di dimostrare.

Si tratta quindi di addomesticare quell’irriducibile sproporzione tra la ricchezza dell’esperienza e del pensiero e la povertà dei mezzi. In questo, solo la parola può soccorrere: una parola sorgiva che come un naviglio ci porta in terre lontane (Virginia Woolf).

Vivere in un romanzo è pericoloso? Ci si può perdere in una dimensione parallela e isolante?
Più che di evasione si deve parlare di invasione. Un contagio temibile, poiché laddove si fa più labile il confine tra presente storico e narrato, tra contingenza e finzione può modificarsi irrimediabilmente il rapporto che ciascuno di noi ha con la realtà. Come dire che quando si torna in sè si è diversi per coscienza e conoscenza, si è espanso il mondo che abitiamo e si aprono vie sorprendenti, così, senza accorgersene, si modificano i desideri e ci si colloca in un orizzonte più ampio, si disseta la razionalità pellegrina del pensiero.

Siamo, infatti, costretti a conquistare la nostra identità attraverso scelte dolorose, amputando o potando una dopo l’altra le successive ramificazioni del nostro essere e cancellando abbozzi di io che avrebbero potuto svilupparsi in altre direzioni. Grazie alla grande letteratura vivo per procura altre vie parallele, mi immedesimo in più biografie, confessa Remo Bodei.

La parola in tutte le sue declinazioni ha una potenza che risveglia alla vita e moltiplica i più disparati finali per ogni storia, per ogni esistenza. Sì, perchè il legame tra racconto e vita è quasi metonimico: quando smetterò di raccontare sarò morta, si dice una delle protagoniste di un romanzo di Dacia Maraini (Colomba, ed. Rizzoli, 2004)

E se finissero le storie? Se l’immaginazione si saturasse?

Madame de Staël diceva che ormai non esiste più alcuna esperienza diretta che non ci sembri di aver già letto da qualche parte. Effettivamente, il romanzo, come genere, sconta spesso il peso di un immaginario già costituito e la difficoltà di raccontare secondo modalità inedite. Dalla cruna dell’ago passa però la rivisitazione di qualsiasi stile purchè sia garantita alla narrazione una certa distanza ironica. Ciò suppone che chi scrive o racconta accetti la possibilità di una doppia lettura: il pubblico meno coltivato accoglierà la trama come fosse nuova, mentre il più onnivoro riconoscerà le relazioni che la struttura romanesca intrattiene con i modelli del passato.

Riprodurre significati per continuare ad esistere?
Non solo, anche per scoprirsi e salvarsi, e la propria identità si può formare solo confrontandosi con l’altro da sè, quindi l’alterità che fa paura è in realtà una risorsa fondamentale che viene allenata dall’incontro con personaggi fantasticati che diventano visibili. Una società popolata dalle differenze che abituano la convivenza, la tolleranza, la passione di conoscere e di esplorare il campo della concretezza della vita umana che passa di generazione in generazione. Al di là degli slanci della ragione, le storie dimostrano la scoperta capitale, tutte le volte rinnovata, ossia che il mondo è complesso e ambiguo e che la verità a volte non è che contraddizione. Le storie ci dimostrano che gli individui, rinchiusi nei loro punti di vista, nelle loro ossessesioni e credenze, possono trovare la speranza di darsi un futuro diverso, prodigiosamente.

In altre parole, il romanzo suona la campana della verità rivelata e annuncia una saggezza legata alla relatività e all’incertezza. Nessun miglior rimendio contro il fanatismo. Milan Kundera ha infatti sostenuto che lo spirito totalitario è contrario allo spirito del romanzo. Aggiungendo che quest’ultimo, che equivale a spirito di comprensione, di contestazione, di libertà è contrario anche allo spirito dei nostri tempi, quello delle risposte semplici e rapide, sommarie che impongono molti mezzi di comunicazione.

Il progresso delle vite immaginate può compiersi solo contro lo stato del mondo attuale?
Forse. Certo è che di storie ne abbiamo sempre più bisogno per riconquistare una coscienza critica, perché per avvicinarsi alle storie ci vuole coraggio: il coraggio di cambiare le cose sapendo che il percorso sarà arduo ed è tutto da inventare. Strappando un sorriso, Andrea Camilleri testimonia: spesso mi chiedono di dire la mia su un delitto che ha interessato l’opinione pubblica, giustificandosi col fatto che io scriva romanzi gialli. Come se fantasia e realtà fossero la stessa cosa.

Anche nell’immaginazione nessuna delega opera la vera trasformazione del mondo.

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Laura Testoni

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