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30 novembre 2011

Zagrebelsky farà il punto?


Tra i popoli d’Europa, dovrebbe esserci una sorta di legame federale; essi dovrebbero avere in ogni momento la possibilità di entrare in contatto, di discutere i loro interessi, di prendere risoluzioni comuni e di stabilire tra loro un legame di solidarietà, che li renda in grado, se necessario, di far fronte a qualunque grave emergenza che possa intervenire.”

Questo era il progetto di Unione Paneuropea che Aristide Briand presentò nel 1929 davanti alla Società delle Nazioni. Questo appello allo spirito di aggregazione del Vecchio continente torna prepotentemente ad interrogarci.

Le origini profetiche dell’Unione Europea erano ispirate dalla rifondazione di una convivenza pacifica tra le genti differenti per razza, per religione, per linguaggio, senza rinunciare all’autonomo sviluppo della loro individualità, come auspicava il nostro connazionale Ernesto Rossi. Era la laicità l’antidoto che avrebbe saldato il patto sociale. Il coinvolgimento delle legislazioni nazionali, nella predisposizione di norme per l’esercizio di siffatta interdipendenza, abbisognava di un ancoramento: ecco che si sceglieva il canone dei diritti umani, così come ricomposti dalla Dichiarazione universale adottata dall’Assemblea generale dell Nazioni Unite nel 1948. Di più: notoriamente la CEDU (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali) nacque proprio come garanzia collettiva della protezione e della promozione di un patrimonio comune di tradizioni e ideali politici, di rispetto della libertà e di pertinenza del diritto.

Finalmente, nel 1957, venne firmato il Trattato istitutivo della Comunità economica europea che realizzò la prima e sola base giuridica sulla quale derivare la concreta possibilità di risolvere i bisogni di cooperazione fra gli Stati membri. Nel giudizio del filosofo politico statunistense Michael Walzer si trattava di una realtà diversa e forse una novità assoluta. Il perno di questa Comunità non poteva che essere il principio di uguaglianza tra i singoli Stati e i loro popoli concepito come strumento d’integrazione. L’uguaglianza come istanza declinata nella forma del divieto di discriminazione in base alla nazionalità, a sua volta applicato congiuntamente al diritto di cittadinanza, divenne il motore dell’estensione delle competenze europee.

Tappe giuridico-economiche consecutive portarono al Trattato di Maastricht del 1993, con esso venne segnato il passaggio da un’unione avente fini prevalentemente economici ad una struttura, in linea con l’aspirazione primigenia, di avvicinarsi sempre più ai cittadini e di costituzionalizzare la solidarietà tra i popoli. La cittadinanza europea valeva ad indentificare uno status che avrebbe contribuito, più che al rafforzamento di uno spirito di appartenenza, all’abbattimento dell’estraineità. I detrattori di questa politica denunciavano il retaggio del market citizen come modello dominante rispetto a cui la costruzione comunitaria era incapace di affrancarsi. Fu la Corte di Giustizia, con la sua giurisprudenza, a forgiare una dimensione autenticamente europea, aprendo ai cittadini migliori orizzonti, senza voltare le spalle alla realtà, nè alle situazioni concrete.

Non sfuggirà una delle principali declinazioni di questo paradigma: la libertà di circolazione e gli aiuti al mantenimento degli studenti come soggetti migranti economicamente inattivi, lo stesso dicasi per l’accesso transfrontaliero al welfare dei cittadini europei in cerca di occupazione.

Il radicamento di una forma di solidarietà organica nell’Europa allargata e la sua istituzionalizzazione, al di là dei privilegi e delle facilitazioni, sollecitò e sollecita il legislatore comunitario ad andare oltre la logica del coordinamento dei sistemi nazionali. Ciò succede, a maggior ragione, dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, in base al quale è la Corte dei diritti dell’Uomo l’ultimo grado di giurisdizione, non più la Corte di Lussemburgo. I diritti umani si riconfermano, quindi, architrave dell’Unione Europea, dei suoi sviluppi e delle sue riforme.

L’invasività del primato sovranazionale del sistema europeo è il dibattito che, in questa emergenza storica, sta coinvolgendo tutti i Paesi. I corollari più evidenti sono: la sostenibilità o meno dei costi; la dipendenza economica dovuta al debito sovrano di certe nazioni come l’Italia; la tessitura più o meno solida di una rete comune. Da un lato è una richiesta esplicita del nostro tempo la solidarietà con coloro che sono diversi, che sono stranieri, oltre i confini del gruppo e della comunità (Rainer Zoll),
dall’altro in molti si chiedono: Quale Europa?

L’economista Loretta Napoleoni, che paventa un imminente tracollo dell’euro, si chiede qual è la reale identità comune dell’Europa, rilevando senza ipocrisia, che è sotto gli occhi di tutti la mancanza di una volontà politica e culturale comune, sostituita da una moneta unica che ha cristallizzato preconcetti attraverso un simbolismo che non è sorretto da un vero sentimento di appartenenza oltre i confini (intervista).

L’Europa è quindi pura utopia? L’immobilismo attuale annichilisce ogni possibile trasformazione? Si sono diluite, perse, profondamente modificate le radici? Il Punto Europa di Forlì da mesi dà l’opportunità di riflettere insieme su questi punti. Il prossimo invitato alla tavola rotonda, Vladimiro Zagrebelsky, che è stato giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo, saprà fare il punto e forse preconizzare gli scenari di un destino che ci fa paura e che non riusciamo ad analizzare lucidamente.

Non credete nei miracoli avverte la filosofa Luisa Muraro (Metro, Milano, 16 novembre 2011) e ai giovani che non vogliono più essere definiti “senza futuro” offriamo anche lo sforzo di trattenerci da ogni sommario catastrofismo. Ragioniamo con loro, sobriamente, sulle possibilità che ci sono e sul meglio che a loro sarà possibile realizzare.

La ragion d’essere dei diritti umani è un’esigenza assoluta costitutiva di ogni essere umano di essere riconosciuto come libero, per questo non si può continuare a credere di avere dei diritti e a rivendicarli se non si scommette sulla capacità di libertà, responsabilità personale, che attualizza l’umanità.

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Laura Testoni

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