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28 dicembre 2011

Concorso taroccato, lo scandalo fa il giro del mondo

È grande polemica nel mondo accademico dopo il discusso concorso per un posto da ricercatore all’Università de Piemonte Orientale vinto dalla candidata con il curriculum meno “forte”, ma che, a suo favore, poteva vantare un numero piuttosto cospicuo di scritti realizzati (udite udite) in collaborazione con il presidente di commissione.

Concorso taroccato? Parrebbe di sì.

Intanto è subito scattata la prima, significativa mobilitazione.

È di pochi giorni fa, infatti, la notizia di una petizione pubblica, sostenuta da un gruppo di docenti ed esperti del settore e indirizzata al prof. Paolo Luciano Garbarino, rettore dell’Università, nella quale si esprime tutta la perplessità verso una decisione che definire imbarazzante ci pare un audace esercizio di diplomazia.

Le firme intanto aumentano a vista d’occhio.

Molti i nomi “altisonanti” che figurano nell’elenco: da Luca Andriani, del Birckbeck College di Londra, a Michele Boldrin, della Washington University di St Louis passando per Matteo Rizzolli dell’Università di Bolzano, Roberto Piazza del Fondo Monetario Internazionale, Antonio Mele ricercatore a Oxford, Claudio Piga della Loughborough University, Francesco Bripi della Banca d’Italia e molti altri ancora.

Per non parlare delle centinaia di assegnisti e ricercatori che, da ogni parte d’Italia, hanno deciso di far sentire la loro voce.

Un vero e proprio effetto domino: Università di Messina, Verona, Venezia, Pavia, Napoli, Bologna, Sassari e non solo.

Il fronte dell’indignazione ormai non conosce più confine: tra i paesi coinvolti nella protesta vanno annoverati, infatti, anche Francia, Gran Bretagna, Svezia, Usa, Canada.

Ma torniamo ai sospetti.

Secondo i più per accorgersi della magagna basterebbe dare uno sguardo al curriculum della vincitrice, dal quale emergerebbe “una evidente disparità tra la qualità media dei profili dei candidati non vincitori” e quella della candidata tacciata di raccomandazione.

In altre parole, il profilo vincitore sarebbe nettamente inferiore a quelli degli altri partecipanti, sotto ogni aspetto.

Tanto per cominciare la produzione scientifica della vincitrice risulterebbe significativamente modesta rispetto a quella degli altri 12 candidati e (cosa ancora più grave) non comparirebbe in essa alcuna pubblicazione su rivista, né internazionale né italiana.

A ciò si aggiunga che, in alcuni casi, i partecipanti potevano vantare pubblicazioni su riviste internazionali particolarmente accreditate presso la comunità scientifica.

Altri, invece, preferiscono affidarsi a indici di valutazione come l’ISI, Impact Factor (IF), oppure l’H Index personale (PHI), che misurano, in maniera differente, la frequenza con la quale un articolo viene citato e il suo impatto (diffusione).

Ebbene anche gli indici hanno evidenziato un’anomalia tutt’altro che trascurabile: la vincitrice risulta, cioè, ultima, senza tema di smentita.

Guarda caso, però, la Commissione ha deciso (in barba al bando stesso) di non avvalersi di questi indicatori.

Furberia che, però, non cambia di una virgola la sostanza del discorso.

Infatti anche prendendo a parametro di valutazione “l’originalità” dei contributi, si evince che la maggior parte dei lavori scientifici della vincitrice sono stati scritti in collaborazione con il presidente della commissione esaminatrice.

Tradotto: un macroscopico conflitto d’interesse.

Non manca neppure chi ha tentato una disperata difesa d’ufficio della vincitrice.

Secondo alcuni, infatti la “costanza” e la “fedeltà” della candidata rappresenterebbe un legittimo motivo di merito.
In altre parole, l’aver lavorato con il professore farebbe di lei un candidato più affidabile rispetto a un concorrente certamente più qualificato ma, purtroppo per lui, meno “rassicurante”.

Un’assurdità insultante della quale siamo, purtroppo, tenuti a prendere atto (cosa non si fa per la cronaca!).

Ancora una volta, insomma, ad uscire colle ossa rotte dall’ennesima tragicommedia all’italiana è il nostro diritto alla trasparenza, alla chiarezza delle procedure, in breve alla meritocrazia (questa chimera!).

Ancora una volta dobbiamo arrenderci ai magheggi e ai favoritismi di un manipolo di corrotti che, in maniera perfettamente arbitraria, rivendica il diritto di decidere il destino di intere carriere accademiche e professionali.

Episodi che, parafrasando il testo della petizione, gettano un’ombra inquietante sull’onesta del sistema università italiano.
Una prospettiva, per farla breve, non certo confortante cui si accompagna un rischio ancora più raggelante: quello di perdere per sempre la fiducia di tutti quei giovani che ancora credono al valore e al futuro delle nostre istituzioni. E ce ne sono davvero tanti.

Matteo Napoli

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