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8 dicembre 2011

La memoria

Quando veniamo al mondo accade qualche cosa in noi di miracoloso: passiamo dall’elemento acqua all’elemento aria, attivando una serie di risposte sensoriali, corporee e mentali prima di quel momento decisamente sconosciute.

Nessun bambino può comprendere cosa significhi respirare sino a quando non inizia a farlo, ma, nello stesso tempo, nessuno di noi ricorda come abbiamo potuto essere vivi senza respirare autonomamente, nella pancia di nostra madre. Il nostro modo di essere nel mondo è legato ad un’esperienza della quale in effetti non sappiamo nulla, perché è la situazione intrauterina che non ricordiamo affatto, almeno coscientemente. Beh, sì! Dico “almeno coscientemente” perché qualcosa nella mente, nel piccolo cervello che andava formandosi, sarà pure rimasto!

Se questo non fosse vero, non sarebbe necessario, per la nostra specie, continuare quella gestazione anche al di fuori dell’utero materno, quando si irrompe nella luce del giorno ancora con gli occhi chiusi, ricevendo però altre stimolazioni sensoriali. Lungi dal compiersi in nove mesi, prosegue almeno per altri tre anni dopo la nascita. Importanti ricerche neuroscientifiche dimostrano che non smettiamo mai di imparare, ed in ogni momento della nostra esistenza siamo nelle condizioni di ricevere informazioni dall’esterno, come dal nostro interno, modificando così la nostra architettura neuronale.

Subito dopo la nascita, inizia così la nostra avventura nel mondo, che non terminerà fino alla nostra morte, grazie ad una mente in continuo e costante cambiamento, esercitando, tra le miriadi di funzioni, due espedienti senza dei quali non avremmo la possibilità di crescere e maturare: la memoria e l’oblio.

Grazie alla memoria, che possiede aspetti coscienti e non coscienti, la mente conserva ciò che abbiamo appreso, con lo scopo di utilizzare tali informazioni al momento opportuno, quando una situazione personale o ambientale ne richieda il richiamo (Anolli L., Legrenzi P., 2009, Psicologia generale, Il Mulino Editore, Bologna).

Ogni volta che il nostro corpo si muove – e questo accade già nella pancia della mamma – oppure quando la nostra mente fantastica ad occhi aperti, facciamo esperienza, grazie alla quale nel nostro cervello si modificano o si costruiscono veri e propri tragitti di circuiti neuronali: se ne creano di nuovi, si rinforzano i vecchi e se ne modificano altri. Questo processo prende il nome di evoluzione, ossia cambiamento costante e continuo di funzioni mentali e fisiche che sono memorizzate come utili, proprio perché contribuiscono all’evoluzione della nostra di vita mentale e fisica.

Le esperienze negative vengono ricordate anch’esse ma la nostra mente decide, quasi sempre senza il nostro deliberato consenso, di nasconderle in qualche luogo sicuro, dove non sia possibile ritornare con una certa frequenza, proprio per preservarci dal provare dolore e disagio. Ciò significa che la memoria agisce sia per farci ricordare quello che è utile per noi, come per farci dimenticare quello che potrebbe danneggiarci troppo.

Però la nostra memoria non è una macchina fotografica, altrimenti una volta scattata la situazione e fissata nella mente non avremmo nessun problema a recuperare perfettamente il ricordo di quello che ci è accaduto. La memoria è una costruzione dinamica del nostro passato, grazie alla quale inseriamo qualche cosa del nostro presente nell’atto del ricordo, modificando in sostanza il ricordo stesso.

Il nostro vivere, anche in questa forma di apprendimento, la memoria, è dunque e sempre un’azione creativa, dinamica e niente affatto statica. In un certo senso, possiamo così affermare che noi siamo la nostra memoria. Quello che crediamo di essere, di poter dire e dimostrare con i fatti e le parole, è il risultato di quello che ricordiamo del nostro passato e di come lo ricordiamo.

La memoria, distorcendo la realtà, a seconda delle necessità personali, quasi sempre legate a richieste di adattamento, permette alla mente di “giustificare” se stessa, senza perdere la sensazione di mantenersi “ragionevole”. In altre parole, una situazione che ho vissuto in passato e che presenta al ricordo parecchi elementi spiacevoli otterrà una tale rivisitazione da parte della mente da far credere al suo possessore ciò che la rivisitazione propone. Per esempio, se ricordo di aver visto l’Opera con qualche orchestrale che stonava, sarò portato, per giustificare il fatto che io mi ci sono recato (pagando persino il biglietto) cercherò di cancellare dalla mia mente tutti gli elementi spiacevoli legati all’orchestra. Ricordare gli elementi spiacevoli, le stonature, sarebbe come ammettere di essere poco esperto rispetto all’Opera, e ciò che penso di me rispetto alla musica, ossia la mia autostima, subirebbe un fiero colpo.

Ecco perché si usa dire che il funzionamento della mente umana segue i dettami di un ottimismo mestico, ossia cerca di modificare tutte le situazioni negative che si verificano nella vita attraverso un ricordo di esse ricostruito da una memoria che conserva ciò che fa bene a se stessi e dimentica quello che fa male.

Alessandro Bertirotti

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