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19 dicembre 2011

Nemico di un mio amico? Fuori dai piedi!

Che i social network rappresentino un strumento attraverso cui diversificare le proprie conoscenze ed espandere i propri “orizzonti sociali” è parere diffuso ma, a quanto sembra, tutto da dimostrare.

Nell’ambito della comunicazione di massa, il fenomeno delle reti sociali ha assunto da tempo un rilievo non indifferente e numerose ipotesi sono state avanzate sugli effetti a breve o a lungo termine di Facebook & co., in particolare per quanto concerne le ripercussioni sociologiche che le interazioni telematiche finiscono inevitabilmente con l’implicare.

Ad alcuni dei molti interrogativi sorti a riguardo tenta di fornire spiegazioni uno studio condotto presso la Sissa di Trieste, istituto universitario di alta formazione dottorale.

La ricerca è stata presentata da Claudio Altafini, Giuseppe Facchetti e Giovanni Iacono e, curiosamente, non prende in considerazione il vero capostipite dei social network, quel Facebook che più di tutti i suoi simili, spuntati come funghi negli ultimi anni, è stato in grado di focalizzare l’attenzione di milioni di persone (giovani e meno giovani) a livello mondiale.

Lo studio, pubblicato dalla rivista Pnas, valorizza interessanti dinamiche relative alla teoria dell’equilibrio di Fritz Haider, secondo cui la fruizione del medium in questione è generalmente caratterizzata da una forte tendenza all’appiattimento su posizioni dominanti.

Sulla scorta di tale assunto, l’utente di un social network preferisce tenersi a distanza da situazioni di disagio o conflittualità, privilegiando invece il dialogo con quelle persone delle quali è conscio di condividere interessi ed opinioni, ma anche determinate conoscenze.

Un ruolo preponderante nel processo è svolto dall’opinion leader, figura centrale e carismatica di una comunità che tende a far convergere gli altri membri del gruppo su posizioni affini alle sue.

I risultati della ricerca sono illustrati dal dottor Altafini: “Dalla nostra analisi emerge chiaramente che le situazioni stressanti dal punto di vista sociale tendono a essere evitate: le relazioni che in gergo si definiscono bilanciate sono più numerose infatti di quelle sbilanciate, che generano frustrazione. La teoria di Heider -aggiunge- non era mai stata verificata su così larga scala.

Noi – prosegue – abbiamo studiato la mappa delle interazioni tra le persone in tre comunità digitali (WikiElections, Epinions e Shashdot, ndr) e per passare dalle relazioni tra tre soggetti a quelle tra centinaia di migliaia di membri di questi social network abbiamo usato l’algoritmo con cui si calcola lo stato di energia minima di uno spin glass.

È facile rilevare come a fare le spese di un meccanismo del genere sia l’utente meno conosciuto, quasi venisse considerato come una pecora nera, un corpo estraneo da tenere il più possibile alla larga da quella ristretta cerchia di conoscenti al fine di preservare i delicati equilibri interni al gruppo stesso.

Quando infatti una comunità è d’accordo che uno o più individui sono da isolare, questi ultimi attireranno tanti giudizi negativi senza per questo “sbilanciare” la rete. E questo è esattamente quello che accade nelle reti sociali che abbiamo analizzato. Ciò che è di grande interesse è che proprietà globali emergano in forma massiccia da giudizi e scelte individuali. Questo giudizio è “in nuce” un contenuto semantico associato alla rete. E l’analisi del contenuto semantico delle reti sociali (o del web) – conclude Altafini – è una nuova frontiera della ricerca in questo campo.

In base al criterio di indagine stabilito dai tre ricercatori, è opportuno rappresentare ogni utente come uno “spin magnetico” e in seguito concentrarsi su quello che è il rapporto di attrazione/repulsione con altri utenti: il legame può essere descritto come ferromagnetico (attrazione, +) oppure antiferromagnetico (repulsione, -).

In questo senso, i social network non fanno che costituire una sorta di metafora della società contemporanea, con i soggetti meno in vista che faticano più degli altri nel rendersi accettabili quali individui sociali e vanno non di rado incontro ad una parziale o totale emarginazione.

Le ragioni in merito all’esclusione del più noto Facebook sarebbero legate ad una sostanziale “lacuna sociologica” del prodotto ideato da Mark Zuckerberg, che consente di esternare esclusivamente giudizi positivi sugli status e le attività di una persona, filtrando dunque quelli negativi (probabilmente in riferimento al fatto che all’ormai proverbiale tasto “Like” non corrisponda, come risaputo, un comando “Dislike”).

Francesco Ienco

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