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1 dicembre 2011

Rileggere un colpo di genio premio nobel per la letteratura 2010

Londra. Qualcuno bussa alla porta della camera d’albergo di un uomo d’affari peruviano. È Raquel,che dice di essere la sorella di un suo vecchio amico. I due iniziano a parlare,ma a poco a poco i colpi di scena si susseguono e l’identità della donna si fa sempre più ambigua,sfuggente,inquietante,fantomatica. La realtà sembra intrecciarsi alle invenzione mentali,ai desideri,ai sensi di colpa.
Il lavoro teatrale di Vargas Llosa è una piece sul mistero dell’amicizia, su come ognuno di noi costruisce la propria identità e sui rituali e i malefici della sessualità nella vita segreta delle persone. (Einaudi).

E pensare che questa fortunatissima stesura del Vargas Llosa,nel suo primo entourage de vie,finì nel cassetto delle storie mai nate. L’opera,premio Nobel per la letteratura 2010,affonda le sue grafie in un fatto realmente accaduto ad un vecchio amico di Mario Vargas,trasformato in un dramma teatrale,promesso all’amico regista Luis Priero.

I primi accordi della stesura portano l’autore ad un sensazione di fallimento,quel phatos che ogni romanziere si avvale nei continui fogli stracciati,quel senso di “manca Qualcosa”.

Vargas centrifuga il tema verso vari aspetti,morali e umani,quali l’amicizia,l’identità come atto ribelle, i rituali delle sessualità,appunto come detto prima,nella vita segreta delle persone. Ma tutta questa ricerca tiene in vita l’opera,fino a quando l’autore,durante l’allestimento in prova,riesce a compiere quel gesto,prima incompiuto.

Tanto da far ri-trattare il testo all’autore,in cui i temi verranno spostati completamente verso un motivo più aperto,estetico ed etico: la vita e la finzione,il ruolo che questa gioca con l’altra,il modo in cui si alimentano,si rigettano e diventano complementari al destino di ogni individuo. Sarà proprio questo il colpo di genio sartriano,quella volontà di soggettivazione all’oggetto,quell’incapacità da parte del soggetto di distinguere il reale,e fare propria la finzione.

Una voce,quella del protagonista del testo,sottomessa con fantasmatica inquietudine,di senso i colpa che si fa voce corpo e anima, un visibile con cui interagire.

Da qui,un Llosa che rende il margine della pagina,smarginato ad uno scenico,in cui luoghi comuni diventano terrificanti,il “nulla è ciò che sembra” non è mai stato agonizzante,in quanto tutto è medesima rappresentazione scenica sottratta al proprio Io. l’implicazione morale e psicologica dell’autorialità di Vargas sfocia nell’unico non-luogo in cui l’utopia manifestata assume una figura: nel teatro,forse nella vita…

Quel silenzio che si fa parola,ricordo,abnegazione,volontà,rabbia,rottura del gesto quotidiano in cui si scappa dalla realtà della vanità.

M.R.

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