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25 gennaio 2012

Fornero: “Istruzione e proprietà troppo spesso a braccetto”

Formazione e lavoro, studio e sbocchi professionali: concetti strettamente connessi e spesso consequenziali, che però tendono, in determinate circostanze, ad escludersi pericolosamente.

A porre la spinosa questione è il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero, ospite speciale della Fondazione Giovanni Agnelli per la presentazione del libro “I nuovi laureati. La riforma del 3+2 alla prova del mercato del lavoro.

Il testo, edito da Laterza, analizza pregi e (soprattutto) difetti nell’organizzazione del mercato del lavoro in Italia nell’ultimo decennio. Particolare attenzione viene dedicata ai risultati (positivi e negativi) conseguiti mediante il varo, nel 2000, del decreto n. 509, meglio noto come riforma 3+2.

Lo scopo del provvedimento era essenzialmente quello di adeguare il modello universitario italiano agli standard organizzativi internazionali; la scissione dei corsi di laurea, divisi in triennale e magistrale, si poneva alla base di un discorso più ampio, concernente un riammodernamento ed una velocizzazione del meccanismo di inserimento dei giovani in contesti lavorativi.

In breve, la riforma avrebbe dovuto significare una maggiore possibilità, per gli studenti, di ottenere velocemente un titolo di studio in grado di aprire le porte del mercato del lavoro, con un conseguente incremento del capitale umano.

A detta dei promotori (in primis l’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Berlinguer), l’allora ministro dell’università, il provvedimento avrebbe dovuto segnare una svolta epocale. Ma è davvero andato tutto secondo i piani?

Non è questa l’opinione del ministro, che parla di “obiettivi buonissimi”, ma anche di risultati “con luci e ombre”. Il perché è presto detto : “Le università si sono più preoccupate dell’aumento dei costi e dei corsi che della qualità.

Ma cos’è che davvero non ha funzionato? Oltre ad imputare all’università “uno spreco di risorse e a una cattiva formazione”, Fornero ritiene che sia stata incanalata male l’esigenza di “flessibilità” nel mercato lavorativo, applicata “in maniera discutibile” a causa dell’introduzione di “molte regole e contratti.

Per il ministro, questa stessa flessibilità avrebbe “creato sacche di precarietà soprattutto fra i giovani.

Ma le conseguenze più rilevanti, secondo Elsa Fornero, riguardano l’approccio dei laureandi e delle famiglie stesse nei confronti della formazione, di cui troppo spesso, a parere del ministro, è snobbata la rilevanza come “capitale culturale” del paese, andando invece a considerare lo studio un semplice strumento al fine di un’adeguata sistemazione economica.

In parole povere, la finalità dello studente italiano è “comprarsi la casa”: “Spesso l’obiettivo della proprietà si pone in conflitto con l’idea di dare capitale umano ai figli.

Elsa Fornero precisa che un affrancamento da una concezione così materialistica della formazione necessita di passare tramite l’atteggiamento delle istituzioni: “Università e lavoro devono andare insieme perchè la formazione deve durare lungo tutto il ciclo di vita. Dobbiamo aiutare le famiglie a vedere la laurea non come traguardo, ma la formazione come obiettivo.

Francesco Ienco

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