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9 gennaio 2012

IANCU, un paese vuol dire

Un fondale bianco, un spazio scenico bianco con al centro una sedia, bianca, un attore vestito di bianco. Questa è la “cornice” al cui interno s’inserisce la parabola narrativa di IANCU, Un paese vuol dire, l’ultima creazione scenica dei Cantieri Teatrali Koreja, che debutterà giovedì 12 gennaio 2012 alle ore 21.00 (in replica fino a domenica 15) al Teatro Elicantropo di Napoli.

Scritta a quattro mani da Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno, che ne è anche l’interprete, IANCU, un paese vuol dire è un monologo di poco più di un’ora, che ripercorre le storie di un intero paese del “profondo sud”, ma anche vicende molto intime, un intrigo di sentimenti, paure, speranze, ipocrisie e i primi turbamenti del cuore, che coinvolgono e stupiscono.

E’ un racconto che affonda le proprie radici nel profondo sud, in un Salento abitato da creature che sembrano uscite da una favola e dove la quotidianità è scandita da piccoli e ripetuti gesti. Riporta, attraverso gli occhi di un bambino di otto anni, una giornata che avrebbe potuto cambiare il destino di un’intera comunità, l’evasione del bandito Graziano Mesina dal vicino carcere di Lecce.

Una serie di tableaux vivants che ora strappano una risata, ora inteneriscono, ora fanno amaramente capire come quel mondo, forse, era persino meglio delle tante contraddizioni che scandiscono il nostro presente. E nelle parole del giovane protagonista si percepisce il desiderio di crescere, di uscire dall’anonimato della vita di provincia, salvo poi provare attrazione-repulsione verso la civiltà, che, con forza, irrompe in un microcosmo consolidato.
Tanti i personaggi rievocati in IANCU, un paese vuol dire: da Antoniuccio che sente da che parte arriva il vento ciucciandosi le dita, al perfido Carmine Mutilato della Grande Guerra; da Angelina che aspetta, con una foto in grembo, il suo innamorato che presto verrà a prenderla a Rosa Parata, una prostituta dal passato doloroso, che va incontro ad un triste destino.

Per questo la frase “un paese vuol dire non stare soli” è ripetuta a più riprese durante lo spettacolo. Perché è un brulicare di personaggi dove tutti conoscono tutti, di cui l’attore, attraverso un racconto fatto di flashback, riesce a trasmettere i tratti, le zone d’ombra e le peculiarità.

Nessuna cartolina, nessuna nostalgia: è un mondo duro, cupo, eppure comico e grottesco. Un mondo fotografato un attimo prima di scomparire. Un mondo di figure mitiche, contadini, preti, nonni, libellule, giornaletti e una gran voglia di diventare grandi.

Lucia Picardo

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