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12 gennaio 2012

Sylvia Plath

Martedì 1° ottobre. Lettera a un demone. Ieri notte ho provato la sensazione: il flusso di paura nauseante, da annientare l’anima, nel mio sangue, che invertiva il suo corso per rispondere alla sfida della lotta. Non riuscivo a dormire, malgrado fossi stanca, e stavo distesa a sentire il dolore sfiorarmi i nervi e la voce interiore gemere: oh non riesci a insegnare, non riesci a fare niente. Non riesci a scrivere, a pensare. E giacevo sotto il gelido flusso negativo del rifiuto, a pensare che quella voce era solo mia, parte di me, e che stava cercando di possedermi per poi abbandonarmi in preda alle mie visioni peggiori: avevo avuto la possibilità di combatterla e vincerla giorno per giono, ma avevo fallito. Non posso ignorare questo io omicida: esiste.

Questa pagina del Diario di Sylvia Plath dimostra con quanta lucidità questa poeta americana fosse al corrente della propria lotta con la morte, una calamita onnipresente che le aleggiava intorno. Eppure si trattava di una presenza sgradita, disconosciuta, assetata com’era, Sylvia, di vita e di emozioni e di tutte le sfumature. La morte: un demone tentarore, che sussurra un richiamo potente, a cui non cedere:

Lo subodoro, lo sento, ma non lo chiamerò con il mio nome. Lo svergognerò. Quando dirà: non dormiai, non sai insegnare, andrò avanti lo stesso e gli romperò il naso. La sua arma più efficace è stata e continua ad essere l’idea di me come la perfetta donna di successo: nella scrittura, nell’insegnamento e nella vita. Non appena sento puzza di fallimento sotto forma di lavori respinti, di facce confuse in classe quando non spiego con chiarezza, o freddo orrore nei rapporti personali, mi do dell’ipocrita, mi accuso di fingermi migliore di quella che sono e di essere fondamentalmente uno schifo (S. Plath, Diari, ed. Adelphi, 2004).

La vita di Sylvia Plath (Boston, 1932-Londra, 1963) è segnata da rapporti affettivi importanti, ma conflittuali: una madre apprensiva; un padre morto quando lei aveva appena otto anni, un trauma che le lasciò senso di colpa e di odio; rapporti sentimentali giovanili complicati; un marito amato appassionatamente fino ai tradimenti ed alla separazione; una figlia ed un figlio cresciuti da sola, fino alla decisione del suicidio. A ripercorrere la biografia e l’intenso intreccio relazionale della scrittrice, attraverso l’analisi di documenti, lettere, diari, poesie e la visione di filmati (compresi anche frammenti del film del 2003, “Sylvia” di Christine Jeffs, con Gwyneth Paltrow e Daniel Craig) sarà il prof. Caracciolo, Ordinario di Psicologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Ferrara. L’appuntamento è per domani, giovedì 12 gennaio alle ore 16,30, nella cornice del Teatro Anatomico della Biblioteca Ariostea (via Scienze, 17, Ferrara).

Toccati dal Fuoco: Sylvia Plath. La storia di Sylvia Plath e dei suoi legami familiari. Esplorazioni psicobiografiche . Questo è lo sguardo con cui il professor Caracciolo tenterà di interpretare la vicenda artistica ed esistenziale di un’eccellenza come Sylvia Plath. “La psicobiografia – afferma Caracciolo non va alla ricerca di presunte diagnosi di patologie cliniche ma si propone di interpretare la vita, i comportamenti e le opere di persone, famose e non, con l’obiettivo di comprendere come il soggetto è pervenuto a certe mete evolutive e non a classificarlo in un sistema nosografico”.

Lo psicanalista Lacan intuì che l’identità ha la forma del discorso e che la madre ci dà la parola, ce la insegna, ancorando il discorso ad un padre (naturale, acquisito, potrebbe anche essere rappresentato da un oggetto) che rappresenta la norma. Il processo e l’efficacia di questo processo determina il discorso che saremo in grado di darci o di non darci come persone. Il discorso potrebbe anche essere distruttivo o lesionistico, senza dimenticare il ruolo del contesto storico, culturale e relazionale che circonda il soggetto. Certo, può intervenire la capacità di resiliazione dell’essere umano; resiliazione che ha permesso a Sylvia di conservare la propria differenza identitaria nonostante le pressioni sociali esterne, esprimendo un’unicità lirica senza precedenti.

L’attrice Gwynet Paltrow ha spiegato (intervista) che i versi poetici di Sylvia le hanno comunicato immediatamente l’essenza dell’autrice, più di qualsiasi altra fonte. Un’arte che tiene legata vita e intelletto per riprodurre senso.

Ne La vita materiale Marguerite Duras ha descritto il lavoro di una donna, da quando si alza a quando va a letto, come una giornata di guerra, precisando “vedo la donna in una situazione limite, insostenibile, la vedo ballare su un filo teso sopra la morte, oggi come un tempo”: il filo teso sopra la morte è la sfida da rilanciare ogni giorno, per non essere sopraffatte dalla disperazione, per lottare quotidianamente contro la minaccia della disgregazione (Wanda Tommasi, Oggi è un altro giorno, ed. Liguori, 2011)

La lettura e l’accoglienza delle parole e dell’esperienza di Sylvia Plath è dunque ancora oggi fondamentale e praticabile alla luce della differenza femminile: benché le donne oggi siano presenti nel sociale, nella politica, nella filosofia, nell’arte, nella scienza, permane il problema delle mediazioni prevelentemente maschili in quegli ambiti, cosicché una donna, accedendovi, o si virilizza, omologandosi all’uomo, o si perde nell’estraneità femminile al sociale, sempre in bilico fra il tentativo di fuga e la coltivazione di uno spazio di silenzio interiore.

Nel suo diario Sylvia si chiedeva se potesse esistere qualcuno di veramente felice al mondo, rispondendosi che era impossibile, se non per persone che vivono in un’invenzione creata per persuadersi. Forse, non ha potuto immaginare, perché il dolore era troppo radicato, concrete pratiche quotidiane del vivere nel presente: uno spunto di riflessione è individuato dalla filosofa Wanda Tommasi che scrive: “stare nel presente con competenza di esserci e accettare di dissolversi nelle relazion è possibile se si sa preservare in sè stessi una zona di silenzio interiore e di quiete, a cui attingere forza. È grazie a questa risorsa interiore, che è una presa di distanza dall’immersione nel flusso dell’esistenza che può vedersi il miracolo della felicità dietro il peso apparente del quotidiano”.

Laura Testoni

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