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13 febbraio 2012

L’eredità di Francesco Galgano

Quando si approda all’università si affrontanta uno snodo che, per quanto graduale, è cruciale: il passaggio simbolico dall’adolescenza a quella maturità che cerca di conquistare l’indipendenza e di catturare un’immagine del proprio futuro professionale ed esistenziale.

L’università è un’anticamera in cui ci si allena ad entrare, con il guadagno di una piena autonomia, nella società, dimensione considerabile come sistema di sistemi (politico, civile, economico); un contesto complesso, chirurgicamente normato per poter essere pacificamente condiviso. Così la scienza giuridica trae legittimazione dalla propria funzione di garanzia della libertà: legum omnes servi sumus ut liberi esse possimus.

 Eppure, quando le discipline ed i regolamenti, sotto pretesto di tutelare l’ordine e l’uguaglianza formale degli individui, diventano alienante burocrazia, schematicità lontana dalla vita concreta, succede che si crea un nuovo sistema istituzionale che entra a far parte della realtà in modo schiacciante, indifferente all’imprevisto ed al molteplice, omologante.

 Di questa pasta sembra a volte essere fatta l’università. Soprattutto la facoltà di giurisprudenza, con le sue logiche di potere e di prestigio, spesso si connota per essere polveroso scrigno di memorie e di tradizioni, di dogmi e di imperativi che si riversano anche nel metodo di apprendimento richiesto e nel criterio di valutazione arbitrario subìto.

Sin da matricole si comprende il significato della storia di Antigone: quando le norme non possono sostituirsi alla vita, occorre che le leggi e chi le impone, si fermi, sapendo comprendere il senso dell’esistenza che prima è relazionale e carnale: prima di deformarsi, per alcuni, in missione per il controllo e l’appropriazioni di beni terreni e meriti materiali.

Si comprende altresì che il potere è un miraggio, soprattutto maschile, che promette gloria e “onnipotenza”, un sentimento rassicurante di dominio sull’incerto, un fanatismo della razionalità strumentale. Ed ecco tornare la tradizione che ha deciso che potere e politica fossero la stessa cosa: dal mondo mitopietico greco si tramanda la necessità di non risconoscere la madre come matrice, poi di “uccidere il padre” per detronizzarlo e sostuirsi a lui nella supremazia. Cosa più dello studio e del culto della legge può promettere questo destino di primato sciolto da vincoli?

Quindi anche la conoscenza può inquinarsi, e non stupisce che all’università – ambìto luogo di formazione, passpartout per la carriera – proprio dalla conoscenza passi una grande dose di violenza. Proseguire un cammino di cultura può significare armarsi, senza nemmeno rendersene conto.

Può capitare alle matricole dell’università, soprattutto in una città piccola come Bologna, di scoprirsi intimidite dal cipiglio altero, severo e distante dell’Alma Mater e dei suoi mentori. Questo non solo perché ci si trova a lottare per il riconoscimento tra sforzi e prestazioni, ma piuttosto perché si percepisce fin da subito che il sistema giuridico è saturo.

Gli insegnanti sono nella maggior parte dei casi anche liberi professionisti e, sempre nella maggior parte dei casi, ricoprono ruoli di spicco nell’amministrazione della città e/o in contesti economici di essa.

C’è chi li definisce “baronati”; chi parla di “eccellenze”; c’è chi si sente semplicemente schiacciato da un mondo fatto a parrocchia, dove le gerarchie soffocano, sul nascere, il nuovo, la creatività e la speranza di un avvicendamento naturale, di un affiancamento progressivo. Ci si sente incastrati in logiche di patronage e la propria carriera universitaria ha come unica certezza il fatto di essere business, persino poco curato, dell’Università: grande balena che si alimenta di meccanismi vecchi, deludenti, non efficaci per chi deve formarsi e trovare la propria strada, piuttosto terreno di gioco e di scambio per interessi speculativi, già decisi.

Così la legge distingue chi può decidere, dirigere, creare e chi deve seguire, obbedire, servire.

Cosa ha a che fare tutto questo con Francesco Galgano? C’entra perché Galgano è stato giurista di grande rilievo e di fama nazionale ed internazionale, professore emerito dell’UniBo.

L’attività universitaria di Galgano, nato a Catania nel 1933, si è sviluppata soprattutto a Bologna come docente ad Economia, prima di approdare nel 1972 a Palazzo Malvezzi, sede di Giurisprudenza. Allievo ed assistente di Walter Bigiavi, Galgano è stato docente di diritto commerciale e poi di diritto privato, e infine di diritto civile fine al 2008. Contemporaneamente svolgeva la professione di avvocato, aveva infatti fondato uno studio legale, in via Santo Stefano (aprì anche una sede a Milano, nel 1998), dove curava le cause per i più importanti gruppi imprenditoriali italiani come Fiat e Fininvest, ma anche degli istituti di credito come Monte dei Paschi di Siena; è stato inoltre consulente di Governi di segno diverso, dalla commissione per la riforma dello statuto d’impresa con Martinazzoli (allora Ministro della Giustizia) al Comitato per le privatizzazioni con Giulio Tremonti..

.. “pronto a ribadire posizioni nette di fronte a questioni scottanti, come la sua contrarietà a operazioni di borsa allo scoperto per frenare le speculazioni o le critiche mai nascoste a un’economia finanziaria sempre più distante dall’economia reale” (cit. Corriere on line, articolo di Piero Di Domenico, 07 febbraio 2012).

I suoi volumi di diritto privato, nelle versioni minor e maior, hanno formato intere generazioni di studenti e studentesse, e continueranno a farlo, tanto che il suo cognome si è trasformato in sineddoche: “sto studiando sul Galgano“, questa è la formula che si rincorre nei corridoi di facoltà.

Oltre a grande maestro di dottrina, creatore di nuovi istituti giuridici, egli si è anche espresso come filosofo del diritto. Nelle due opere Tutto il rovescio del diritto (ed. Giuffré, 2007) ed Il diritto e le altre arti. Una sfida alla divisione fra le culture (ed. Compositori, 2009) lo stile si rivela sempre lucido ed ironico, contro ogni cliché, abbracciando la volontà e la sfida di calare il diritto nelle vicende sconvolgenti degli ultimi decenni e di metterlo al centro del dibattito pubblico su questioni di identità nazionale e culturale.

Proprio pochi giorni fa la sua ultima opera, ‘L’Italia come società e come Stato. Un’identità culturale’ (Edizioni Compositori), scritta a sei mani insieme ai colleghi Giuseppe De Vergottini e Gualtiero Calboli, era stata consegnata al Presidente Napolitano prima del conferimento della laurea honoris causa.” (cit. v. sopra)

Insomma, Francesco Galgano è stato uno dei personaggi più potenti ed influenti di Bologna, e nonostante questo ha deciso di fare la differenza: dal suo modo di scrivere i suoi testi e di insegnare il diritto trapela la passione ch’egli nutriva per questa materia alla quale ha dedicato tutta la vita. Questa non è cosa scontata.

Egli ha ragionato sull’essenza del diritto e sul suo valore e si è sempre espresso contro la frammentazione del sapere, consapevole che la specializzazione esasperata è la prima fonte di dipendenza dal potere e dalla paura, poiché è paraocchi cieco dell’azione e del pensiero che si dispiagano in una realtà eterogenea per significati ed esperienze.

Come si sarà intuito, il professore Francesco Galgano si è spento una settimana fa al termine di una lunga malattia. Rimangono però i suoi trattati e le sue parole: generose guide che insegnano e introducono all’intensità ed alla conflittualità della questione giuridica.

La sua scomparsa ha colpito anche i tanti studenti che hanno studiato sui suoi testi e sulle sue lezioni, famose per la mole di esempi chiarificatori e in grado di far entrare nell’ostico mondo dei codicilli e dei brocardi anche chi pensava di doversi arrestare sulla sua soglia.” (cit. idem)

Questa generosità pare essere sua ultima professione di fede rivolta a sé, al diritto stesso, e ai giuristi ed alle giuriste:

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare che tale sei, perchè hai dubitato delle guide! E dunque a chi è guidato, permetti il dubbio!” (Bertolt Brecht).

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