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15 marzo 2012

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IL TEATRO ROMANO ARCAICO

 

LA SCENA

Fra il 240 a.C. e l’età dei Gracchi, la cultura romana conosce una fioritura di opere sceniche e di rappresentazioni teatrali. Fioriscono corporazioni professionali, degli autori e degli attori; si sviluppano polemiche letterarie e dichiarazioni di poetica.

I principali generi teatrali romano sono, in origine, prodotti d’importazione. Di origine greca sono:

  • il principale genere comico, la palliata, così definita dal pallio, il tipico abbigliamento dei Greci;
  • il principale genere tragico, la cothurnata: i cothurni sono gli altissimi calzari degli attori tragici greci.

Gli autori di palliate e coturnate presentano le loro opere non solo come ambientate in Grecia, ma anche come derivate da modelli greci.

Non è in contraddizione con questa tendenza lo sviluppo di una palliata ed una coturnata “romane”, che si chiamarono rispettivamente togata o trabeata e praetexta (dall’abbigliamento dei magistrati romani). Si tratta di rigenerazioni “romane” dei corrispondenti generi greci, rette dagli stessi canoni drammaturgici e rispondenti alle stesse tendenze stilistiche.

Anche i termini tecnici della drammaturgia sono tutti di origine greca o etrusca.

Tito Livio precisa, invece, che l’origine degli spettacoli romani è etrusca. La spiegazione potrebbe essere che l’Etruria abbia mediato verso Roma la diffusione degli spettacoli.

L’istituzione di pubblici spettacoli organizzati dallo Stato romano fu un passo di grande importanza. L’occasione era contrassegnata da pubbliche cerimonie religiose: la sede regolare del teatro latino, infatti, era rappresentata dal ricorrere di feste e solennità religiose. Le feste erano un momento di aggregazione, ma non sembra che il teatro latino abbia al suo interno una forte presenza di tematiche connesse alla sensibilità religiosa.

La più antica ricorrenza teatrale è quella legata alla celebrazione dei ludi Romani, in onore di Giove Ottimo Massimo: ai ludi Romani del 240 a.C., Livio Andronico mise in scena il primo testo drammatico “regolare”, una tragedia su modello greco. Questa data era sentita dai Romani come quella dell’inizio del loro teatro “nazionale”.

Se prendiamo come riferimento l’età di Plauto e Terenzio, abbiamo quattro ricorrenze annuali deputati alla rappresentazione di ludi scaenici:

  • i ludi Romani;
  • i ludi Megalenses, in onore della Magna Mater;
  • i ludi Apollinares;
  • i ludi plebeii, dedicati a Giove Ottimo Massimo.

Ad organizzare i ludi erano gli edili o i pretori urbani. Il contesto dei ludi prevedeva anche giochi di gladiatori.

Il carattere statale ed ufficiale dell’organizzazione ha due conseguenze. La prima è che i committenti delle opere teatrali si identificavano con le autorità: la natura della committenza spiega la scelta di determinati argomenti. La praetexta, dunque, aveva non solo una tematica nazionale e nazionalista, ma anche un riferimento a singole figure politicamente influenti. L’importanza dei committenti, tuttavia, non poteva cancellare l’importanza del pubblico, rappresentanza composita e generale di tutta la società romana.

La seconda conseguenza tocca la commedia. La commedia latina non esercita critica sociale e di costume: il mondo della commedia può essere realistico, ma non ha punti di contatto con la sfera dell’attualità politica.

Nel 207 a.C. fu fondato il collegium scribarum histroniumque: è d’importanza storica che queste attività fossero socialmente riconosciute, anche se il riconoscimento fu limitato. L’assunzione del greco del termine poeta indica il crescere di una sempre più elevata autocoscienza: il riconoscimento sociale andò crescendo con il successo del pubblico e con il consolidarsi dei legami tra autori ed aristocrazia.

Gli oneri finanziari erano dello Stato, rappresentato dai magistrati organizzatori. I magistrati, tuttavia, dovevano trattare con gli autori e con il capocomico o dominus gregis, che dirigeva la compagnia, faceva da impresario e poteva collaborare con gli autori: famoso è rimasto Lucio Ambivio Turpione.

Il primo teatro in pietra fu edificato a Roma solo nel 55 a.C.: prima esistevano solo strutture provvisorie, in legno. Le rappresentazioni della palliata, impostata sui modelli della Commedia Nuova di Atene, erano in grado di riprodurre, sulla scena, gli allestimenti del teatro greco. L’azione si svolgeva in esterni, di fronte a due o tre case, collocate su una strada che portava da un lato al centro della città, il foro, e dall’altro verso l’esterno.

Un aspetto fondamentale era l’uso di maschere: usate almeno dalla metà del II secolo a.C., erano fisse per determinati tipi di personaggi: il vecchio, il giovane innamorato, la matrona, la cortigiana, il lenone, lo schiavo, il parassita, il soldato. La loro funzione era di far riconoscere, sin dall’inizio dell’azione scenica, quale fosse il “tipo” del singolo personaggio. L’uso di questi tipi ebbe un forte influsso sulla poetica dei commediografi latini.

Un attore, cambiando maschera e costume, poteva recitare più di una parte. Fra gli attori esistevano gerarchie di abilità e specializzazione. Gli attori, tuttavia, non erano mai uomini nati liberi, e la loro professione recava il marchio dell’infamia.

 

LE FORME

L’autore di palliate che conosciamo meglio, Tito Maccio Plauto, scrive commedie non divise in atti e composte di parti cantate e recitate. Il teatro plautino comprendeva tre modi d’esecuzione e formalizzazione metrica:

  • le parti recitate senza accompagnamento musicale, scritte in senari giambici;
  • le parti “recitative”, in cui era presente un accompagnamento musicale, in settenari trocaici;
  • le parti “cantate”, composte in una straordinaria varietà di metri.

Questi tipi di verso trovano dei corrispondenti nel sistema della metrica greca classica, ma ognuno di essi manifesta di aver subito profondi adattamenti. La struttura metrica della palliata offre una notevole impressione di ricchezza e musicalità. Erano grandi le differenze rispetto alla struttura formale dei modelli, che erano i testi della Nša, la Commedia Nuova fiorita ad Atene nel IV secolo a.C.

Queste opere erano divise in atti e composte solo di parti “recitate” o “recitative”, quindi scritte in trimetri giambici o tetrametri trocaici catalettici. Da questa restrizione metrica, la Nša traeva un suo effetto di “realismo borghese”, che trovava rispondenza nella scelta di uno stile misurato e realistico e nella conduzione dei personaggi e dell’intreccio. L’uso di parti musicali era confinato ad un artificio formale ed estrinseco, gli intermezzi, le pause che marcavano la divisione tra un atto e l’altro e che consistevano in esecuzioni musicali.

La palliata di Nevio e di Plauto lascia cadere la divisione in cinque atti, ma ritrova, nelle parti cantate, un elemento sostanziale della presentazione scenica. La “riscrittura” degli originali ateniesi, dunque, diventava un’operazione di passaggio a nuovi codici espressivi. Non solo si riscrivevano e si rimodulavano situazioni: nasceva anche l’impulso a creare nuove situazioni. Alcuni caratteri originali della commedia plautina vanno messi in rapporto con queste trasformazioni: il “lirismo comico” è un fenomeno parallelo a queste tendenze metrico-espressive.

Meno chiare ed organiche sono le cognizioni sulla tragedia romana arcaica. La struttura della tragedia attica prevedeva un alternarsi di parti dialogate, recitate o “recitative” e di parti liriche; di queste ultime, l’aspetto più qualificante era la presenza di grandi costruzioni “strofiche”, i cori: erano musicali e danzati, interpretati da gruppi di attori, che nella struttura drammaturgica avevano una funzione limitata o passiva. La funzione delle parti corali nell’intreccio era di commento all’azione: lo stile era separato da quello delle parti “individuali”.

I tragediografi latini non disponevano strutture necessarie a riproporre nel teatro romano le inserzioni corali del teatro attico. Erano necessari, dunque, dei cambiamenti nella “riscrittura” degli intrecci attici.

I tragici latini ovviarono a questo “vuoto” alzando tutto il livello stilistico dei loro drammi. I poeti tragici latini sfruttarono “calchi” della lingua poetica greca, neologismi, prestiti dal linguaggio ufficiale della politica, della religione e del diritto. Riuscirono, in questo modo, a dotare la tragedia di un suo linguaggio identificabile.

Mentre nella tragedia attica la maggior parte del dramma è impostata sul “colloquiale” trimetro giambico, nella tragedia romana il senario appare in minoranza: maggiore spazio hanno altre soluzioni, caratterizzate da temperature stilistiche e sentimentali, come i “recitativi” in settenario trocaico ed i cantica. Questo rialzo complessivo veniva a compensare la perdita degli intermezzi corali. Certe peculiarità del genere tragico romano, prima fra tutte la crescita del p£qoj, sono collegate a questa transcodificazione.

La cultura romana si trova in possesso di un suo sistema teatrale “alla greca”. Certe soluzioni, tuttavia, restavano provvisorie ed affrettate. Il sistema teatrale attico del IV secolo a.C. si basava su una divisione di stili: per staccarsi dal “realismo” del linguaggio comico, la tragedia greca attingeva alle riserve della lingua epica e lirica ed alle tradizioni di parlate non attiche. Per la giovane poesia romana, il nuovo sistema non aveva un passato letterario tanto ricco.

 

UN “SOTTOGENERE” TEATRALE: L’ATELLANA

A fianco del teatro “regolare”, continuò a correre il successo di un genere popolare, l’atellana, accostato alla nostra commedia dell’arte. La penetrazione dell’atellana a Roma (il nome viene dalla città di Atella, nella zona della Campania di cultura osca), dovette cominciare prima dell’istituzione di un teatro letterario e regolare. Questi spettacoli si basavano su canovacci rudimentali: un intreccio scenico che prevedeva equivoci, incidenti farseschi e bisticci, battute salaci. I canovacci comportavano delle maschere fisse e ricorrenti.

Influssi dell’atellana sul teatro regolare e grecizzante sono molto verosimili: l’atellana assimilava elementi di tradizione culturale greca e magnogreca.

La farsa italica conobbe una rinascita nella prima parte del I secolo a.C., quando assunse caratteri letterari più regolari, senza rinunciare all’uso di un linguaggio popolaresco e sbrigliato.

 

LA TERMINOLOGIA ROMANA DEI GENERI TEATRALI

  • Fabula: il termine generico può essere riferito a qualsiasi tipo di testo teatrale.
  • Palliata: commedia di ambiente greco (adattamento di un originale della Commedia Nuova ateniese); i personaggi indossavano un abito greco, il pallium, opponibile alla toga che contraddistingue i Romani.
  • Togata: qualsiasi opera teatrale di ambientazione romana; per lo più, una commedia di ambiente romano.
  • Tabernaria: opera comica di ambientazione romana; il termine non è distinto da togata, ma sembra avere una connotazione più “bassa” (taberna, infatti, si usa in latino per “casupola” oppure “osteria”).
  • Trabeata: neologismo che indica un esperimento occasionale; il termine deriva dalla trabea, l’abbigliamento tipico dei cavalieri, che si applicava per designare delle commedie “borghesi”.
  • Crepidata e cothurnata: termini che identificano le tragedie di ambientazione greca; il cothurnus era l’alta calzatura tipica degli attori tragici greci, mentre crepidata deriva da crepida, il sandalo alla greca.
  • Praetexta: la toga praetexta era la toga indossata dai magistrati romani, contrassegnata da una striscia di porpora; il termine indica tragedie di ambientazione romana.
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