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11 marzo 2012

La vedova Biagi agli studenti: “Marco voleva proteggere i precari”

Il 19 marzo saranno passati dieci anni esatti dall’omicidio di Marco Biagi, il giuslavorista collaboratore dell’allora ministro del Lavoro Maroni, assassinato dalle Brigate Rosse davanti a casa sua. Con qualche giorno d’anticipo ne ha tracciato un ricordo la vedova Marina Orlandi, intervenuta ad un incontro sul lavoro con un centinaio di studenti (tra i quali alcuni del Liceo Galvani, lo stesso frequentato da Biagi) organizzato dalla Cisl bolognese.

La vedova di Biagi ha parlato per circa dieci minuti, e due sono stati i punti chiave del suo intervento: in primo luogo le considerazioni sul lavoro svolto dal marito presso il ministero. Senz’altro è vero che attualmente il nome di Marco Biagi è, per molti, sinonimo di precarietà: Marina Orlandi sostiene invece che l’obiettivo di suo marito non era certo quello di creare sempre più precari, bensì di ottenere che i lavoratori con contratto a tempo determinato avessero quante più tutele possibili. “[Marco] era consapevole che la società si stava trasformando e che avere un lavoro per tutta la vita … sarebbe stata una cosa praticamente impossibile” ha affermato la vedova, che ha anche aggiunto che secondo Biagi era necessario fare in modo che le persone che hanno un lavoro protetto abbiano anche dei diritti, siano protette, che una persona non trovi un lavoro in nero”.

Il secondo punto forte del discorso della Orlandi è stato il ricordo dell’isolamento di Biagi nell’ultimo periodo della sua vita, e del suo abbandono da parte dello Stato, che gli aveva revocato la scorta nonostante fosse chiaro che per il suo lavoro Biagi era un bersaglio ovvio per i brigatisti (non va dimenticato che solo tre anni prima dell’omicidio Biagi le BR avevano ucciso un altro giuslavorista, Massimo D’Antona, anch’egli collaboratore del ministero del Lavoro). Un atto d’accusa gravissimo nei confronti delle istituzioni, in particolare dell’allora governo Berlusconi, che non solo non ha protetto Biagi da vivo, ma lo ha anche sbeffeggiato da morto: è appena il caso di ricordare che Claudio Scajola, all’epoca ministro dell’Interno (quindi responsabile della polizia) fu costretto a dimettersi per aver definito Biagi, ucciso pochi mesi prima, “un avido rompicoglioni”, e questo a causa delle richieste sempre più pressanti del giuslavorista il quale, vittima di minacce e telefonate anonime, insisteva perché gli venisse riassegnata la scorta.

Le parole della vedova Biagi sull’atteggiamento di sostanziale indifferenza tenuto dallo Stato nei confronti del marito dovrebbero suonare come un monito per le istituzioni, affinché in futuro si provveda a proteggere sempre più attentamente le persone che svolgono un lavoro magari impopolare ma importante, condivisibile o meno che sia l’impostazione di tale lavoro. Il significato profondo del discorso di Marina Orlandi è comunque racchiuso nelle parole con cui si è chiuso il suo intervento: “Dopo che persone infami lo hanno ucciso, il suo nome è stato associato alla precarietà: questa è una bugia terribile. Marco anzi voleva proteggere chi si sarebbe trovato in questa situazione di difficoltà”.

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