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14 marzo 2012

L’Università Pubblica non esisterà più

Le Riforme sono come un vaccino d’ottobre, i suoi benefici si vedranno dopo. Lungi paragonare la Riforma Gelmini ad un vaccino, sarebbe più onesto paragonarlo ad un cancro.

Maria Stella Dorothy Gale Gelmini ha lasciato un’eredità pesante. Se in termini medici il dottore indora la pillola, oggi la Democrazia, invece, usa un altro tipo di linguaggio, derivato dal cambiamento del potere avvenuto nel ‘900: il linguaggio simbolico.

Quello che la Democrazia Italiana, passatemi il termine, ha attuato negli ultimi anni è l’istituzione di un modo di parlare simbolico in cui i diritti non si negano a prima vista, ma la legge è costruita in modo tale che quel diritto sarà di fatto negato, ma non viene esplicitamente detto, per non creare allarmismi.

Nessuno dunque in questi ultimi anni ha detto: “L’Università pubblica chiuderà i battenti“. Ci hanno bombardati con le notizie private dell’ex Premier Silvio Berlusconi, quattro reality qua e là, ci hanno distratto pesantemente dall’intenzione di togliere gradualmente i fondi agli atenei italiani.

Se ogni anno, prevede la Riforma Gelmini, sarà tolto il 20% dei finanziamenti pubblici all’Università e questo meccanismo deve durare cinque anni, i nostri fratelli o parenti si troveranno in un’università senza finanziamenti (qualora scegliessero di continuare a studiare), il che equivale a dire che il diritto all’istruzione sarà per i ricchi. Oppure si cederà il passo ai privati.

20% per cinque anni: 100%. Le Democrazie oggi sono in mano alla Finanza mondiale, così come la cultura annegata dentro questo meccanismo, dove sono le Banche a decidere chi governerà un paese e non il cittadino. C’è un gioco economico, e per ora l’Università disturba, per mille motivi. Tutto celato dal nome Democrazia.

Ma questo non ce lo dirà nessuno. Semmai, quando faranno tagli, useranno la narrazione del linguaggio simbolico.

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