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19 marzo 2012

La disoccupazione diventa causa di depressione

Tempi duri. A fine anno la disoccupazione ha superato l’8,5 per cento, e quella giovanile sfiora il 30.

Laurea e disoccupazione

Laurea e disoccupazione

La crisi economica costringe un pò tutti a “tirare la cinghia”, ma per quanti perdono il lavoro, questa è ben più di una metafora. E, come se non bastasse, dietro alle difficoltà finanziarie c’è anche in agguato la depressione.

Diversi studi condotti negli ultimi anni hanno infatti confermato che all’aumento del tasso di disoccupazione segue sisteticamente un drammatico aumento dei casi di depressione e anche degli esiti più estremi a cuipuò portare questa condizione psicologica.

Uno studio condotto presso l‘Università di Oxford nel 2009 ha messo in evidenza che a ogni incremento del 3 per cento della disoccupazione corrisponde un aumento tra il 4 e il 5 per cento nel numeto dei suicidi, mentre le morti legate all’abuso di alcol cresce addirittura del 28 per cento. La perdita del lavoro mette in crisi non soltanto la condizione economica di chi ne è colpito ma anche la sua persona in quanto tale: l’immagine che abbiamo di noi stessi, elemento essenziale per il benessere psicologico e l’equilibrio emotivo, dipende fortemente dal nostro ruolo sociale e, quindi, anche dal lavoro. Alla perdita di esso può far seguito una perdita di autostima, un fattore che dipende molto dalla causa a cui si attribuisce la responsabilità di quanto è successo. Se tra quanti sono vittime di licenziamenti di gruppo il tasso di depressione sale “appena” del 43 per cento, tra coloro che sono oggetto di un licenziamento individuale di impenna dell’83 per cento.

Anche tra le donne e gli uomini c’è una differenza: se le prime hanno maggiore rischio di incorrere in una depressione, a esserne maggiormente colpiti in conseguenza alla perdita del lavoro sono i secondi. Nonostante i cambaimenti nei costumi che si sono verificati nel corso degli ultimi decenni, l’uomo continua a vederesi come definito in maniera preponderante dal proprio ruolo sociale al di fuori della famiglia. per rendersene conto basta pensare a come sia divenuta addirittua un cliché cinemantrografico la figura dell’uomo che ogni mattina continua auscire di casa fingendo di recarsi a lavoro, perchè ammetterne la perdita lo farebbe sentire incapace di reggerne lo sguardo. Mentre le donne,nel comporre la propria immagine di sè, tendono a guardare comunque entrambi i versanti, dando un rilievo relativamente maggiore al ruolo che svolgono all’interno della famiglia, tanto che figli e casa vanno a rappresentare per essa un “ammortizzatore psicologico” nonostante il traume della perdita del lavoro.

E’ possibile resistere a questa spirale negativa? La capacità di reagire alle avversità varia da persona a persona, ed è legata a quella che gli psicologi chiamano resilienza, un termine preso in prestito dalla fisica che indica la capacità di un materiale sottoposto a una pressione di non rompersi e tornare alla propria forma originale.

I livelli di resilienza di ciascuno di noi dipende da molti fattori: dalla nostra gentica, al rapporto che avevamo con i nostri genitori, dall’ambiente culturale che ci cisrconda fino alle noste convinzioni etiche, ma la cosa importante è che non è fissato una volta per tutte epuò essere sviluppato e accresciuto. A questo scopo può essere d’aiuto uno psicologo ma anche, nel caso specifico di una depressione conseguente alla perdita di un lavoro, la frequanza di un corso di formazione. Tutto ciò permetterà di aumentare sia la possibilità di un reinserimento lavorativo, sia la propria autostima personale.

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