• Google+
  • Commenta
13 aprile 2012

Il destino dell’ etica del lavoro

Lo scontro tra generazioni, quella attuale in cerca della propria giusta dimensione e quella passata, più d’ una, nel vuoto della consapevolezza di averla persa la dimensione di sè, sono in realtà il prodotto della stessa mentalità errante negli intenti.

I giovani sessantottini che hanno al contempo lottato per la libertà d’ espressione, per il riconoscimento dei diritti e accondisceso all’ adattamento delle proprie esigenze in nome della sicurezza, sono oggi in prima fila a condannare la presunzione giovanile.

Quella presunzione è carattere condiviso da entrambe. Da coloro che l’ hanno insegnata, che ne hanno forgiato il carattere di diritto e da coloro che in cinquant’ anni l’ hanno assorbita come elemento determinante per la crescita. La questione non è meritocratica ma ideologica.

Il concetto di lavoro per weberiano che si voglia intendere -visto il trend che se ne osserva- è concepito nell’ ottica dell’ ebraismo come beruf. Il beruf intende la visione del lavoro come attività di predestinazione alla quale bisogna rispondere con costanza e determinazione. Non c’ è nulla di scontato nel lavoro, esso si costruisce intorno a sè ed in questo nasce e si nutre di difficoltà enormi.

Se per lavoro non vogliamo intendere il diritto alla sicurezza a cui fa da complemento accessorio la creatività esso deve essere il nocciolo duro del nostro essere. I sessantottini che denunciano l’ aggressività e la presunzione del giovane disoccupato sono gli stessi che piangono la posizione fissa e la colmano con la creatività da Hobby di stampo americano.

I giovani che lamentano l’ assenza di lavoro e la corruzione dilagante, sono gli stessi che non cercano di cambiare la propria posizione perché sentono di essere troppo per l’ offerta e poco per le proprie velleità.  Ancora una volta si è caduti nella trappola dell’ introspezione psicologica che s’ illude di giustificare ogni aspetto del sociale con motivazioni originarie del singolo.

L’ esame di coscienza se volessimo farlo non dovrebbe di certo assumere forma individuale ma collettiva, nel suo senso organico. Il punto di partenza per ritrovare il senso del lavoro in sè deve essere lo scardinamento dei preconcetti generazionali e la cancellazione dell’ orgoglio libertario frustrato. Quelli di terza generazione dovranno fare capo alle forze e alle idee prodotte da loro stessi, consentendo forse finalmente l’ inversione di rotta.

Google+
© Riproduzione Riservata