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4 aprile 2012

L’Etica applicata al mondo del cinema

L’etica riguarda i principi che devono orientare il comportamento umano, Kant afferma che la filosofia pratica o etica si interroga su: ‹‹ Cosa debbo fare ››. Ovvero capire quali caratteristiche deve avere la mia azione e come conformare tale azione al bene.

Nella filosofia teoretica di Platone l’oggetto dell’azione è il bene, mentre in Aristotele bisogna perseguire il bene per raggiungere la felicità.

In base a ciò nella filosofia contemporanea si sviluppa l’interesse per l’etica che deve aiutare a prendere decisioni nella nostra vita pratica; nel campo dell’applicazione di tali comportamenti infatti sorgono dilemmi in merito all’agire ecco perché parliamo di etiche applicate.

L’etica applicata nasce negli Stai Uniti durante gli anni Sessanta, ma è solo a partire dagli anni Settanta che l’interesse diventa sostanziale, soprattutto nei paesi anglosassoni. Il campo dell’etica è vasto infatti sfocia anche nella deontologia, un esempio è l’etica di Kant che si fonda sul: “ fai il dovere per il dovere”; cioè un concetto formale che non dice quale sia il dovere ma che tiene conto che il fine dell’azione deve tener conto sempre dell’azione dell’altro.

A tal proposito esistono i codici deontologici, i quali utilizzano il dovere in un determinato campo d’azione come può essere la professione giornalistica, sono nuove forme di giuda dell’azione. Tutto ciò ci è dato dalla ragione, è lei che ci fa scegliere fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

 

Tutto ciò è stato inserito anche all’interno del discorso cinematografico, infatti vi ritroviamo sia atti tecnici e pratici, che creazioni che nascono dalla poetica, in quanto bisogna raccontare qualcosa attraverso molti strumenti comunicativi. Si scrive il soggetto e la sceneggiatura e poi il tutto lo si fa vivere attraverso l’immagine, la musica e il contesto in cui il film viene calato. Perciò il cinema si avvale sia dello strumento razionale per eccellenza che è il linguaggio, sia di quegli strumenti che non lo sono come immagini e musica. Questi due elementi sono forme di comunicazione patica, cioè richiamano il pathos, si avverte qualcosa attraverso i sensi e il significato non si espone in maniera logica, infatti il nostro vivere non è un discorso ma un’esperienza che si attraversa con le emozioni. Questa caratteristica viene definita logopaticità o logopatica da Cabrera.

Il cinema è in grado di dirci molte più cose rispetto ad un libro o a un discorso teorico, Cabrera quindi afferma che il cinema è rappresentazione sia discorsiva che affettiva e si esprime per CONCETTIMMAGINE ossia un tipo di concetto strutturalmente assai diverso dai concetti tradizionali usati di solito dalla filosofia «scritta», detti da Cabrera concettidea. I concettimmagine del cinema esprimono qualcosa sugli esseri umani, sulla natura, ecc., con valore di verità e universalità, ma lo fanno attraverso immagini in movimento e altri strumenti espressivi (come il montaggio) dotati di un forte impatto emotivo, , i concettimmagine offrono un’esperienza viva di problematiche concernenti il mondo, l’uomo o i valori. Per Cabrera, il concettimmagine trasmette delle vere e proprie conoscenze utilizzando un linguaggio che egli definisce logopatico, ossia in grado di raggiungere lo spettatore attraverso l’emozione. Cabrera, in sostanza, ammette la possibilità di un pensiero per immagini, distinto da quello discorsivo. Il concettimmagine esprime simultaneità e sintesi, aspetti fondamentali del reale che non c’è bisogno di esprimere in modo logico ma sensibile attraverso l’espressione logopatica. Ciò deve produrre un impatto sull’utente grazie al quale si raggiunge un grado di verità. Ciò che caratterizza la logopatia è l’esperienza la quale è un atto di vita e comporta il sentire, se non fosse così non otterremmo la conoscenza.

Il cinema rappresenta anche la temporalità e il movimento che sono tratti specifici, c’è una manipolazione del tempo che ci rende ciò che guardiamo credibile, inoltre importante è anche il montaggio infatti attraverso le inquadrature, vengono montate le immagini e questo metodo ci permette di cogliere dettagli che altrimenti non coglieremmo ad occhio nudo, ecco quindi che si parla di multiprospettivismo che permette di dare significato al film.

Per meglio comprendere i vari temi sopra citati è utile prendere ad esempio proprio i films. Primo film trattato è Le invasioni barbariche che si occupa del concetto di bioetica ovvero rapportare le scienze della vita all’etica e per far ciò quattro sono i principi della bioetica da rispettare:

 

  • AUTONOMIA
  • BENEFICIENZA
  • NON NUOCERE
  • GIUSTIZIA

 

Il primo punto fa riferimento al paziente, ogni atto medico infatti presuppone il consenso esplicito del paziente, in particolare il consenso informato in quanto si devono conoscere le conseguenze a cui si va incontro a seguito di una determinata pratica.

Per il secondo punto si intende che il medico deve  fare qualunque attività medica che possa beneficiare il paziente, in base alla propria morale.

Notiamo come questi due punti siano aporetici ma secondo la bioetica laica se i principi bioetici sono applicati correttamente l’ultima parola spetta al paziente secondo il principio dell’individualismo. Un’altra interpretazione invece che mette capo alla bioetica cattolica, afferma che non siamo proprietari della nostra vita infatti si sancisce la sacralità della stessa. Questi principi sono molto chiari anche nel film.

Le invasioni barbariche è un film del canadese Denys Arcand il quale potremmo dire, tratta fondamentalmente il tema della bioetica.

Protagonista della storia è un professore universitario di mezza età, Remì che improvvisamente si ritrova a combattere con un cancro che gli lascia poco tempo da vivere. L’ex moglie Louise allora decide di contattare il figlio Sebastien, giovane manager, affermato a Londra e con il quale il padre ha da tempo interrotto i rapporti; nonostante ciò il giovane, raggiunto Remì all’ospedale di Montreal e resosi conto della grave situazione, decide di rendere gli ultimi momenti di vita del padre i meno dolorosi possibili infatti con il suo denaro paga per migliorare le condizioni ospedaliere, paga gli ex allievi perché vadano a trovare Remì e addirittura si procura l’eroina per alleviare i dolori provocati dalla malattia e che poi per richiesta dello stesso moribondo diventerà anche causa della sua morte.

‹Le invasioni barbariche è una commedia crudelmente divertente, è un film politicamente scorretto tenendo conto del ruolo di primo piano che occupano droghe, leggere e pesanti, nell’alleviare sofferenze psichiche e fisiche di Remì(…)› [Alberto Crespi, l’Unità].

‹Arcand fa una nuova fotografia della società occidentale, cogliendone il netto peggioramento rispetto agli anni Ottanta quindi le barbarie riguardano tutto l’Occidente ma l’America, ovviamente è al primo posto. Soprattutto ora che, dopo la tragedia dell’11 settembre si è ancora più chiusa in se stessa per difendere i suoi “valori” dando dei barbari agli altri (…)› [Gabriella Gallozzi].

Come possiamo notare dalla vicenda, tema centrale è senza dubbio la malattia, anche se celati, sono altri e vari i temi che possiamo individuare: il senso della vita, cosa significhi vivere, infatti il protagonista è costretto a guardare in faccia la morte e quando si ritrova da solo in riva al lago, può ancora per qualche attimo “ vivere la vita”. La morte dell’uomo nel film metaforicamente rappresenta la fine della società, di un sistema d’ideologie, progetti e sistemi economici, non a caso come le invasioni barbariche hanno segnato il crollo dell’Impero Romano, così i “barbari” di oggi sono gli uomini d’affari, che nel film possiamo identificare con Sebastien, i quali per mezzo del loro denaro e della tecnologia, imprigionati in un’esistenza frenetica e omologante, minacciano la società occidentale, il denaro quindi è l’unico potere agente nel mondo.

Altre importanti figure del film sono certamente gli amici di Remì: intellettuali riuniti dal figlio per vivere gli ultimi ricordi insieme infatti sono intenti a rievocare un tempo passato che probabilmente non tornerà più; nei loro discorsi appare evidente perciò l’ironia nei confronti dei tempi moderni, privi di civiltà e pensiero come se ormai ci fosse ben poco, anzi nulla da salvare, non a caso si vede bene nel susseguirsi delle scene come la pubblica sanità non funzioni, i sindacati facilmente corruttibili dal “dio denaro”, la polizia impossibilitata ad agire contro i crimini infatti riguardi a quest’ultimo punto fondamentale è la figura di Nathalie, tossicodipendente che stringe un fortissimo legame con Remì in quanto allevia le sue sofferenze attraverso l’eroina, ma è grazie a questo rapporto che la giovane riesce a disintossicarsi, dunque il professore riesce a infonderle l’amore per la vita che lei non aveva più, perciò il male rappresentato dalla droga, paradossalmente diventa bene poiché, sia mezzo per alleviare le sofferenze di Remì, che per l’uscita dal baratro di Nathalie; di conseguenza in entrambi i casi, un ritorno alla vita: nel primo potremmo dire, secondo una lettura cristiana, un ritorno alla vita eterna e nel secondo alla vita in quanto tale, in altre parole quella che fino a quel momento era stata vissuta come una morte quotidiana.

‹Ecco forse, dove risiede l’unica ancora di salvezza per noi poveri barbari di questa epoca, raccogliere l’eredità orale, (quella tramandata da Remì a Nathalie) che altrimenti ci sfuggirebbe ›. [ Gianni Merlin].

Da ciò quindi ne traiamo che la vita non è opposta alla morte ma è nascita e morte e questo ci introduce al tema più evidente trattato nel film, in altre parole l’eutanasia; argomento proprio della bioetica è strettamente connesso a quello del suicidio che fin dall’antichità è stato motivo di dibattiti controversi: Platone, nel Fedone condanna il suicidio e afferma che sono gli dei a occuparsi di noi e che noi, uomini siamo uno dei beni che appartengono agli dei. Aristotele, invece, nell’Etica Nicomachea ritiene che il suicidio sia soltanto un atto di viltà per evitare di affrontare i problemi che la vita ci pone davanti. Durante il secolo dei Lumi invece ci sono due opposte visioni: da un lato c’è chi considera il suicidio come espressione della libertà individuale; dall’altro chi ritiene che ci sia un dovere più alto da rispettare che è quello verso se stessi. David Hume dal canto suo, afferma che il suicidio non è un atto criminale ma un semplice atto di volontà e perciò legittimo, in quanto espressione di libertà, specialmente quando la vita diventa un peso per se stessi e per gli altri; a tale concezione però si oppone Kant il quale afferma che l’uomo ha una libertà che non gli permette di fare ciò che vuole ma si basa sul principio di autodeterminazione, in altre parole l’uomo è l’unico “animale” in grado darsi una legge in quanto dotato di ragione.

I dibattiti di tipo etico sulle problematiche legate al suicidio, dagli anni Settanta del 900 iniziano a focalizzarsi in particolar modo, su questioni inerenti all’EUTANASIA, ci si interroga sul ruolo della figura medica in tale ambito e se si possa aiutare o meno un individuo a morire.

L’eutanasia può essere definita come qualsiasi atto compiuto dai medici o da altri, avente come fine quello di accelerare o causare la morte di una persona con l’intento di far cessare le sofferenze fisiche o psichiche non più tollerabili da parte del malato. In tale termine distinguiamo poi, l’eutanasia attiva che consiste nell’accelerare la morte mediante diretto intervento del medico, attraverso farmaci letali; l’eutanasia passiva che individua la morte del malato nell’astensione del medico dal compiere degli interventi che invece ne potrebbero prolungare la vita; infine il suicidio assistito che indica l’atto mediante il quale un malato si procura una rapida morte grazie all’assistenza medica, utilizzando farmaci letali ed è proprio ciò che ritroviamo nel film.

Notiamo come in primo piano ci sia sempre la figura del medico ed in particolare se sia lecito che il medico aiuti il malato nel suicidio oppure ne procuri egli stesso la morte.

Il diritto considera tali atti, nella maggior parte dei paesi, omicidi; dal punto di vista etico, invece argomento frequente che è opposto all’eutanasia è quello della sacralità della vita in quanto per l’etica cristiana è il Creatore che ci dà la vita e perciò è soltanto Lui che può togliercela; anche l’etica laica fa riferimento all’intoccabilità della vita, d’altronde c’è da tenere ben presente il diritto del malato che deve poter decidere di non voler più vivere nel momento in cui l’esistenza gli è divenuta insopportabile. Per tale motivo, la sospensione delle cure a coloro i quali si trovano in uno stato vegetativo persistente, è stata ritenuta eticamente accettabile in molte sentenze, soprattutto nei Paesi anglosassoni.

È certamente vero che la vita rappresenta un valore supremo che come tale va salvaguardato, ma naturalmente è anche lecito chiedersi a questo punto che cosa si intende per vita, infatti esistono un insieme di funzioni biochimiche che riguardano la vita biologica, esistono però anche l’insieme delle esperienze, dei dolori, delle gioie, delle passioni, relazioni con gli altri individui che rappresentano la vita biografica e nel caso di stato vegetativo permanente quest’ultima cessa di esistere, perciò deve essere presa in considerazione l’eventualità di porre fine anche a quella strettamente biologica.

L’eutanasia, praticata in un contesto controllato da regole valide, nei confronti tanto del paziente quanto del medico, rappresenta un’espressione di libertà, ma solo l’individuo pienamente in possesso delle sue facoltà mentali è in grado di decidere della propria esistenza, perciò nessun medico, istituzione politica o religiosa può imporre dei valori non pienamente condivisi.

 

Altro concettimmagine individuato attraverso la visione del film Koyaanisqatsi, è quello di etica ambientale.

L’etica ambientale nasce fra gli anni Trenta e Quaranta ma il boom vero e proprio si ha a partire dagli anni Settanta, quando ci si rende conto che gli effetti disastrosi che lo sviluppo tecnologico può avere sull’ambiente sono enormi.

Questo è il motivo per cui si decide di ovviare a questo problema attraverso vari dibattiti di carattere etico, che hanno come tema principale sicuramente quello di individuare la posizione dell’individuo nella natura e la sua responsabilità per quanto riguarda il rapporto tra lo sviluppo scientifico-tecnologico e la vita.

Concetto fondamentale collegato a tali tematiche è quello di biodiversità: termine utilizzato per la prima volta nel 1986 durante il Forum nazionale sulla diversità biologica di Washington e con il quale si vuole far riferimento alla preservazione della natura. In particolar modo negli anni Ottanta si comprende che le attività umane, esercitate in maniera smisurata, stanno causando il declino di quella diversità tra i viventi che invece va tutelata e conservata.

Nasce perciò l’esigenza di individuare delle precauzioni per i viventi e la natura stessa ed è così che viene elaborato il così detto principio responsabilità, teorizzato da Hans Jonas nel 1979. Per Jonas l’etica ha il dovere di tener conto della vita umana nella sua globalità ma al tempo stesso avere un occhio di riguardo soprattutto per il futuro; inoltre afferma che “bisogna agire in modo tale che le cause dell’azione siano compatibili con l’autentica vita umana sulla terra”. Nelle opere di Jonas le riflessioni di stampo bioetico si intrecciano con una particolare visione delle tecniche moderne nonché della scienza, infatti egli afferma che nel corso dei secoli, la tecnica subisce uno sviluppo secondo cui passa da strumento utilizzato dall’uomo per soddisfare bisogni primari come: alimentarsi, difendersi ecc. a mezzo capace di racchiudere in sé l’idea di “progresso”. Di conseguenza anche la portata dell’agire umano ha subito un ampliamento tale da coinvolgere anche la dimensione futura, perciò anche l’etica deve adeguarsi a questa nuova condizione inglobando in sé il concetto di “responsabilità”.

Il principio di responsabilità di Jonas è un dovere assoluto, che presuppone una modalità di azione che non vada a ledere la possibilità futura di vita sulla terra, fine ultimo dell’etica della responsabilità è quindi, la sopravvivenza delle generazioni future, pertanto l’azione dell’uomo deve essere guidata dalla paura, non a caso tale modello è definito come: euristica della paura, che non ha una semplice portata emozionale ma anche conoscitiva, in quanto permette di elaborare un rapporto tra le risorse disponibili e il comportamento umano in merito alla conservazione delle stesse.

Oltre al principio responsabilità ne abbiamo altri tre:

  • PRECAUZIONE
  • CAUTELA
  • PRUDENZA

Il primo punto è il più diffuso e riguarda un rischio che non è accertato e quindi non se ne conoscono le conseguenze; il secondo viene adottato di fronte ad un rischio altamente probabile; infine la prudenza viene adottata di fronte ad un rischio che sia controllabile attraverso una determinata condotta.

Questi principi sono essenziali in campo medico ma anche ambientale, inoltre va ricordato che tutte le specie viventi vanno tutelate e non soltanto l’uomo, anche gli animali possono essere portatori di diritti in quanto non è l’uomo, ma l’intera vita ad essere al centro dell’ecosistema, per questo parliamo di biocentrismo; un’ulteriore interpretazione poi afferma che non è solo la vita a dover essere tutelata ma tutto l’ecosistema, quindi si parla di ecocentrismo.

Un esempio di temi che rimandano all’etica ambientale trattata fino a questo punto, lo ritroviamo nel film intitolato “Koyaanisqatsi”,un documentario del 1982 diretto da Godfrey Reggio. Il film, che ha richiesto circa sei anni di riprese, guida lo spettatore attraverso un viaggio che inizia con la natura la quale improvvisamente viene, potremmo dire, disturbata, dall’intervento dell’uomo sempre più incalzante e frenetico; non a caso il titolo del film è una parola della lingua amerinda hopi che significa “vita in tumulto”, “ vita folle”; vita in disintegrazione; vita squilibrata ecc.

Nel film ritroviamo l’alienazione dell’uomo, l’estraneazione da sé senza alcun ritorno; i volti ripresi rappresentano coloro che hanno perso il senso di ciò che fanno in quanto hanno preteso di fare più di quanto potevano.

È un’opera questa, che attraverso due elementi fondamentali, utilizzati in correlazione: immagini e suoni, infatti nel film non vi sono dialoghi né attori, si presenta come una condanna morale nei confronti dell’agire umano, infatti il tutto è rilevato dal montaggio ora accelerato ora rallentato, accompagnato da una colonna sonora senza dubbio accattivante ma al tempo stesso inquietante che va appunto ad evidenziare l’entrata sempre più netta e prepotente dell’uomo in un habitat che è quello naturale, all’interno del quale attraverso le nuove tecnologie l’individuo sconvolge gli equilibri; non a caso la musica svolge un ruolo chiave in tal senso. Il film si articola in sei sezioni, nelle prime cinque c’è un continuo crescendo di emozioni e le immagini si evolvono dall’immobilità al dinamismo, la stessa cosa vale per i suoni che passano da momenti di lentezza, a silenzio totale per poi esplodere gli scatti densamente ritmati. La sesta parte invece rappresenta l’epilogo.

La cornice iniziale del film è rappresentata dalle figure rupestri che probabilmente alludono alle profezie degli indiani Hopi, poi si passa alla prima sezione che va a raffigurare, attraverso le immagini che si susseguono, la nascita del mondo con le prime manifestazioni di vita, quindi potremmo dire la nascita della “storia”. Naturalmente tutto è un continuo mutare e muoversi quindi si è di fronte ad un periodo di transizione del mondo infatti le immagini finali di questa prima sezione sono disturbate dalle prime tracce di attività umana, fin dall’inizio invasive e violente, infatti la seconda sezione rappresenta il consolidarsi sempre più prepotente e invalidante dell’uomo all’interno della natura un tempo incontaminata. La terza la quarta e la quinta sezione sono un continuo crescendo, incessante, distruttivo affermarsi della presenza umana e della sua tecnologia: traffico, gente, catene di montaggio rappresentate in maniera frenetica e accompagnate da un ritmo incessante ciò a porre l’accento sul sempre più affermato concetto di omologazione, tutti hanno gli stessi ritmi serrati ripetitivi e incessanti come le moderne catene di montaggio.

La sesta ed ultima sezione del film rappresenta il momento di stasi, quindi improvvisamente si passa dal crescendo delle parti precedenti ad un’improvvisa immobilità, com’era avvenuto all’inizio infatti si ritorna al tema iniziale ovvero all’esplosione del razzo e del suo precipitare infinito e poi nuovamente alle figure rupestri che simboleggiano l’attuarsi delle loro profezie.

Pertanto dalla descrizione del film-documentario capiamo come fortemente venga affrontato il tema ambientale ed etico, in particolare la maestà della natura, terre, mari, cieli, ancora incontaminati che vengono inizialmente minacciati e poi del tutto deturpati dalle maldestre e egoistiche manie di realizzazioni dell’umanità odierna.

 

Terza proiezione affrontata durante il corso è Fahrenheit 451, un romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury.

L’ambientazione è quella di un ipotetico futuro (dopo il 1960) nel quale leggere libri è considerato un reato, per contrastare il quale è stato istituito un apposito corpo di vigili del fuoco impegnato a bruciare ogni tipo di volume. Il titolo del romanzo viene da alcuni riferito alla temperatura di autocombustione della carta, 451 gradi Fahrenheit. Il protagonista, Guy Montag, lavora nel corpo dei vigili del fuoco, i quali hanno il compito di rintracciare chi si è macchiato del “reato di lettura” e di bruciarne i libri. Tutti i cittadini rispettosi della legge devono utilizzare la televisione per istruirsi, informarsi e per vivere serenamente al di fuori di ogni inutile forma di comunicazione. La televisione come elemento ossessivo della società viene utilizzata dal governo per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Il romanzo di Bradbury affronta il tema delicato della gestione delle informazioni e del controllo della società e l’attenzione delle persone verso l’operato del governo è annichilita dall’imposizione di un consumo di massa, dove il fine ultimo è apparenza, protagonismo e appagamento materialista. La felicità risulta essere apparente, esistono quindi momenti di tristezza che però possono essere eliminati facilmente grazie all’uso di pillole.

Un motivo di interesse unico ed imprevedibile: la lotta del libro per la sopravvivenza, in una società disumanizzata che vede nella fantasia su carta, un cancro da estirpare con il fuoco per raggiungere la vera, distaccata, ed autosufficiente felicità in se stessi.

Fahrenheit 451 è un film sul potere, ovvero una forza coercitiva che sottrae gli elementi che permettono all’uomo di pensare, cioè il libri.

In merito proprio al discorso sul potere, Hobbes scrisse il Leviatano che si occupava della nascita dello stato moderno, forma figurata del potere che controlla tutto e tutti, l’esigenza del Leviatano, raffigurato come un enorme mostro, è quella di sopraffare gli altri uomini, perciò alla base della nascita dello stato moderno c’è un patto di conservazione della vita, o meglio il Leviatano protegge la vita degli uomini in cambio della libertà.

Aristotele invece, fondava l’idea della politica nella Polis, l’uomo come un animale politico in quanto faceva coincidere l’ethos dell’individuo, cioè la comunità, con la politica. La comunità era l’essenza propria dell’uomo e quindi tutti quelli che non ne avevano bisogno o erano bestie o dei, infatti la politicità dell’uomo dipende dalla sua incapacità di stare da solo.

Notiamo come il due modelli si contrappongano, infatti la visione offertaci da Hobbes è negativa rispetto a quella di Aristotele in quanto c’è una rinuncia alla libertà per poter stare nella comunità.

Nel film ritroviamo il modello di BIOPOLITICA di Foucault ovvero far vivere e respingere la morte; filosofo del 900 Foucault afferma che la biopolitica è il terreno su cui agisce il potere che gestisce le discipline del corpo, quindi la libertà è sempre più condizionata, la società moderna controlla tutti incessantemente, ma nel film notiamo come questo potere viene contrastato dai così detti uomini-libro che per mezzo della loro memoria riescono a produrre differenze e a conservare la conoscenza.

Il sapere ci offre consapevolezza e autonomia anche se probabilmente in certi casi ci può togliere felicità, per sapere bisogna vivere, quindi fare esperienza.

 

Altro film visionato durante il corso è Teorema di Pier Paolo Pasolini del 1968; che narra la storia di una famiglia di industriali milanesi scossa dall’arrivo di un ospite enigmatico, silenzioso e affascinante. Il visitatore infatti riesce a conquistare le grazie della domestica, dei due figli della moglie ed infine dello stesso padrone di casa.

Ma quando il giovane visitatore andrà via, la vita della famiglia rimarrà sconvolta, ciascuno dei componenti infatti subisce una crisi profonda caratterizzata dalla perdita di identità; tutto ciò perché l’ospite è semplicemente “Altro” rispetto alla logica borghese e quindi non può condurre ad altro che al deserto .Il film di Pasolini infatti ha un unico soggetto: il desiderio rappresentato appunto da questo giovane, bello come un angelo ma seducente come un diavolo in quanto la sua presenza e la sua successiva partenza porta tutti i membri della famiglia  alla fuga da se stessi o da ciò che hanno costruito intorno a loro: la madre continua ad andare in cerca di uomini nella speranza di riprovare quelle emozioni, la figlia cade in uno stato catatonico, il figlio immagina di essere un pittore e finisce per urinare sulle tele che ha dipinto, la serva diventa una mistica in preda all’estasi ed infine il padre dona la sua fabbrica agli operai e alla fine del film lo ritroviamo a girovagare nudo nel deserto appunto, in quanto è lì che vengono condotti coloro i quali sono consumati dal desiderio, il quale crea deserto nella vita quotidiana di ognuno di noi, le passioni e i desideri ci esiliano dalla vita sociale.

Teorema è un film sulle contraddizioni del Sessantotto, rappresenta l’impatto del sacro su una società de-sacralizzata come quella che crea la borghesia nell’Italia di quegli anni, infatti l’unica che si salverà tra i protagonisti, sarà proprio colei che non appartiene al ceto borghese, Emilia la cameriera, la quale dopo un’esperienza mistica che la porterà a lievitare sulle case, donerà le sue lacrime al mondo e dopo si farà seppellire viva per poter ritornare alla Madre Terra, quindi riuscirà a fare a meno del desiderio, ovvero dell’ospite, nonostante in passato avesse ceduto alla tentazione, dunque Emilia incarna la speranza in un  mondo migliore; al contrario tutti gli altri, colpiti in precedenza dallo stesso desiderio, rimangono condannati alla morte dell’anima e a non ottenere quel cambiamento che la visita dell’ospite si sperava portasse.

Un altro messaggio che si può leggere in questo film, è che l’ambiente della borghesia, apparentemente così ricco e bello, in realtà non è abitato da altro che dall’infelicità, dalla repressione delle passioni e dalla mancata realizzazione di sé; in questo mondo di apparenze l’ospite sconosciuto, rappresenta proprio la rottura di questa finta calma in quanto irrompe nelle vite di questi individui portando irrazionalità, sensualità e irrazionalità, in quanto la società attuale, con le sue norme rigide opprime ed esclude, causando sensi di colpa e nevrosi.

In questo contesto un simbolo potente che irrompe, come abbiamo già detto è il deserto, questo paesaggio primordiale che ritroviamo alla fine del film, un luogo privo di abbellimenti e di illusioni in cui viene fuori soltanto l’umanità alienata.

Ultimo tema che viene trattato durante il corso è quello della guerra giusta. Il film che il questo caso prendo personalmente in considerazione è Giorni di guerra diretto da Florent Emilio Siri, ambientato durante la Guerra di Algeria del 1959.

Mentre il confitto tra l’esercito francese e i ribelli del Front de Libération Nationale si intensifica, il tenente Terrien viene assegnato nella zona pericolosa dei monti della Cabilia. Affiancato dall’esperto sergente Dougnac, l’ufficiale, animato dal più sincero idealismo, è costretto a confrontarsi con la brutale realtà di una guerra spietata, propagandata in patria come un’opera di pacificazione, in realtà essa è condotta tra torture e rappresaglie a discapito della popolazione civile.

Uno dei temi che immediatamente si riscontra alla vista delle scene è sicuramente quello della tortura, che viene praticata in maniera crudele nei confronti dei ribelli da parte dei militari francesi per ottenere informazioni preziose; in queste circostanze Terrien si rende conto che la guerra non è come lui se l’aspettava e se inizialmente era animato da forti principi morali che lo spingevano a rifiutare di compiere azioni cruente, successivamente, profondamente scioccato da ciò di cui è testimone, abbandona i suoi ideali e prende parte alle torture e alle fucilazioni dei prigionieri.

Questo è sicuramente uno dei temi più discussi da sempre nell’ambito delle guerre, infatti alla fine del secondo conflitto mondiale, l’art. 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, adottata nel 1948 dalle Nazioni Unite, sancisce: ‹‹ Nessun uomo verrà sottoposto alla tortura né a pene e trattamenti crudeli, inumani o degradanti ››.

Per quanto riguarda la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura, all’art. 2 afferma:‹‹ Nessuna circostanza eccezionale, che si tratti di stato o di minaccia di guerra, d’instabilità politica interna o di qualunque altro stato d’eccezione, può essere invocata per giustificare la tortura ››.

Attualmente le argomentazioni utilizzate per giustificare tale immoralità si basano tutte sul carattere eccezionale e sull’urgenza della situazione, in quanto, quando non si ha molto tempo a disposizione si ritiene che la tortura sia un metodo efficace e veloce per ottenere informazioni utili; al fine di evitare un pericolo perciò viene classificata come un “ male necessario”, ma a partire dal momento in cui si violano i diritti degli altri, come facciamo a giustificare la nostra umanità? Se si utilizzano gli stessi metodi utilizzati dai terroristi, come si fa a ritenersi diversi o migliori di loro?

Questo era ciò che pensava e affermò il premio Nobel per la letteratura Albert Camus nel 1958 proprio in riferimento alla Guerra di Algeria.

Ciò porta a chiedersi se siano giuste o meno determinate pratiche militari, e se una stessa guerra che conduce a questo possa essere ritenuta valida e fattibile.

In merito, l’etica delle relazioni internazionali si occupa di capire e di interrogarsi sulle regole inerenti sia il “diritto alla guerra” ( ius ad bellum ), che  il “diritto nella guerra” ( ius in bello ), o meglio si ci chiede se moralmente la guerra possa essere accettata insieme a tutto ciò che da essa ne consegue.

Per questo motivo si sono sviluppate due diverse concezioni:

  • REALISTA: Nega qualsiasi valutazione morale della guerra;
  • PACIFISTA: Afferma che la valutazione morale della guerra è possibile e consiste nell’assoluta non giustificazione della stessa;

fra queste due valutazioni ce n’è una terza, la quale afferma che in alcuni casi la guerra può essere giustificata; tale concetto è stato affermato fin dall’antichità a partire da Cicerone il quale affermava che un conflitto era da ritenersi valido se era utile a respingere il nemico o a vendicarsi di un torto subito; passando per Sant’Agostino che affermava che la guerra è giusta quando non è mossa dal desiderio di nuocere a qualcuno; per poi arrivare a Sant’Tommaso e Ugo Grozio i quali ritenevano che la guerra in sé non è illecita ma deve essere mossa da una giusta causa.

Inoltre la giusta causa deve essere dichiarata da un’autorità competente, coloro i quali prendono parte al conflitto devono essere sicuri di aver prima valutato tutte le opportunità di risoluzione del problema in maniera pacifica, i mezzi utilizzati, per giunta, devono essere proporzionati ai fini e anche questo è un elemento che invece vediamo non rispettato nel film, infatti durante uno scontro con i ribelli i francesi ritengono di ottenere la meglio lanciando, mediante un attacco aereo, le botti di Napalm, quando quella non è una guerra ufficialmente riconosciuta, bensì una missione di pace, invece tali sostanze sono consentite soltanto durante i conflitti.

Infine, ultimo principio da rispettare per poter parlare di guerra giusta è quello della discriminazione, secondo il quale bisogna separare coloro che combattono da chi invece non lo fa, mentre seguendo anche il principio di proporzionalità bisogna tener conto degli effetti collaterali che la guerra può causare e minimizzare la violenza; infatti lo stesso tenente, durante una scena del film afferma:‹‹ Se un ordine è moralmente inaccettabile lo si rifiuta, non si combatte la violenza con altra violenza ››.

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